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Per non finire in un vicolo cieco.

In Ponti di vista on gennaio 18, 2011 at 10:56 am

In questi ultimi giorni si è discusso molto di Fiat, di modello Marchionne, di referendum – come forma di partecipazione o come ricatto -, di diritti attaccati e di piani industriali. Si sono rivisti i picchetti davanti a Mirafiori. Fiom contro Marchionne. Marchionne contro Fiom. Fiom contro CGIL. Fiom con CGIL. Operai e emeriti sconosciuti contro Nichi Vendola.  Operai contro operai.  Tutti contro Marchionne. Marchionne contro tutti. Pd contro Pdl. Pd contro se stesso. Tutti contro tutti. Con l’armamentario classico delle sfide calcistiche all’italiana.

Tifoserie, spesso folkloristiche, si sfidano in campo. Slogan che non passano mai di moda, sfottò che superano spesso l’insulto e raschiano il fondo del barile di quello che una volta era il dibattito ed il sano e aspro scontro politico e sindacale. Un frastuono costante, che toglie inesroabilmente spazio a chiunque voglia provare a dare una lettura diversa e non necessariamente schierata all’affare Fiat e più in generale sulle problematiche del sistema Italia. E dalle curve contrapposte continuano ad arrivare solo grida scomposte. Se da un lato si denuncia il ricatto e il ritorno allo schiavismo, si parla di porcata e si incita alla lotta dei proletari contro il padrone dall’altra si minaccia di smantellare tutto se non si riceve l’approvazione del proprio operato e si sottovaluta – o meglio, si nega – l’importanza di una continua interlocuzione tra le parti sociali. Tutto questo nella completa assenza della politica, capace esclusivamente di schierarsi da una parte o dall’altra del campo esclusivamente al fine di ricavarne un qualche tipo di tornacconto. In fin dei conti c’è sempre una tornata elettorale all’orizzonte sulla quale bisogna fare campagna.

Nell’imminenza del referendum che dividerà Mirafiori e che ha già diviso l’Italia ancor prima dell’apertura delle urne è naturale provare a capire cosa succederà dopo che venerdì sera saremo a conoscenza del risultato finale. Non è importante diventare bookmakers delle quote del sì o del no, quanto provare ad immaginare cosa la partita Fiat possa significare davvero per il nostro paese.

Non provo simpatia spontanea per Marchionne, come non la provo per chi – nel torto come nella ragione – crede che il suo miglior pregio sia l’intransigenza di non voltarsi mai indietro, certo di possedere l’unica verità. Non credo siano un pregio nè la presunzione nè l’arroganza, anche se magari accompagnate ad un’idea brillante. Non mi sento però nemmeno spalla a spalla con la Fiom. Non mi sento nello stesso gruppone di chi – e sono certo non sono tutti coloro che in questo momento discutono su Mirafiori – crede di rivivere le grandi lotte operaie, credendo di costruire attorno ad esse la consapevolezza capace di cambiare questo paese tanto malato. Non riesco a vedere in questi istanti simbolici o in queste battaglie paradigmatiche la scintilla che possa portare l’Italia fuori da una fossa che tutti in qualche maniera hanno contribuito a scavare e che ora tutti insieme dovremmo provare a colmare.

E allora mi sento vicino a coloro – e sono pochi – che all’interno di quest’arena dove vince chi spinge la propria ugola più in alto provano a modificare un contesto politico e sociale che ha reso tutti impermeabili al confronto, refrattari all’approfondimento e assolutamente indisposti a mettere in gioco le proprie certezzo, spesso dettate da un’ideologi che ha radici nel secolo scorso o da interessi che nulla hanno a che fare con il perseguimento del bene comune.

Mentre aspetto i risultati del referendum penso che il caso Fiat è esemplificativo solo della totale incomunicabilità sociale e politica che si respira in Italia, di un clima dentro il quale niente di nuovo può emergere. E penso anche che tutti gli attori in campo hanno perso l’ennesima occasione di sfruttare una situazione contingente – complessa e non banale – per riuscire a dare una lettura più ampia e prospettica rispetto alle mille magagne del mondo imprenditoriale e lavorativo, alle mille lacune del diritto sindacale e del welfare state, alla crisi irreversibile – ma non per questo positiva per le prospettive di una società – della politica.

Per l’enensima volta non si è accettata la sfida di farsi carico di un vero progetto per l’Italia. Un progetto articolato che si renda conto che un paese è costituito di operai e imprenditori, di studenti e pensionati, di disoccupati e di lavoratori autonomi e non di categorie tra loro separate ognuna impegnata a difendere le proprie roccaforti, spesso ormai ridotte a minuscoli comparti stagni. Che sappia rendersi conto che l’Italia fa parte di una realtà sovrastatale che si chiama Europa che dove confrontarsi con le sue mille luci ed ombre (non ultimi i rapporti con i nostri vicini più prossimi dall’altro lato del Mediterraneo) e di un Mondo di cui non si può accettare di essere provincia ma di cui si deve essere protagonisti, proprio nel tentativo di renderlo migliore.

Alla scelta – pericolosa, non scontata e eretica – di rimettere tutto in gioco (c’è davvero poco da difendere in questo momento, quando da tempo i buoi sono scappati dal recinto) in tanti hanno preferito l’arroccamento nella curva dello stadio dove più si trovano a proprio agio. Siamo agli sgoccioli del tempo regolamentare, l’arbitro sta per fischiare la fine della partita e l’unica certezza è che stiamo tutti perdendo.

f.

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