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Un benessere da inventare insieme.

In Ponti di vista on gennaio 26, 2011 at 4:06 pm

Questo articolo è stato scritto all’interno di un dibattito iniziato dal Presidente della Provincia Autonoma di Trento Lorenzo Dellai sulle pagine del sito Politica è responsabilità. Cliccate qui per accedere alla discussione completa.

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Non possiamo identificarci con le nostre idee. Le idee hanno importanza, ma una importanza relativa. Chi non sa superare la dicotomia tra l’essere e il pensare, tra ciò che uno è e ciò che uno pensa, diventa schiavo del proprio pensiero… […]” – Raimon Panikkar

Trovo molto interessanti gli spunti che il Presidente Dellai lancia nel suo articolo perché con la parola benessere – spesso erroneamente associata all’idea di un privilegio di pochi invece che ad una garanzia per tutti – viene a galla una serie di altri concetti che hanno grande centralità […] nel tentativo di superamento di una crisi che da subito si è distinta per essere crisi di sistema, una crisi che attacca l’economia reale e l’intera struttura sociale andando ad impattare frontalmente anche sulla tenuta delle nostre stesse comunità. Possiamo parlare a tutti gli effetti di una crisi di trasformazione che pone fine ad un’era. Sta noi adesso capire se possediamo il coraggio e la necessaria spinta innovativa per provare a dare forma ad un nuovo modello economico, politico, sociale e culturale. Partendo da alcuni concetti che possano diventare pilastri di una nuova narrazione collettiva che ci aiuti ad uscire dalle sabbie mobili di questo tempo.

Da tempo ormai si parla di una società che ha paura di affrontare il proprio futuro – perché incerto e tutt’altro che attraente – di giovani generazioni il cui futuro non è garantito (molto bello sull’argomento il libro “L’epoca delle passioni tristi”, edito Feltrinelli), di futuro messo in dubbio dall’accumulo degli errori degli ultimi decenni. Una comunità che non riesce ad immaginarsi tra dieci, trenta, cinquanta anni è destinata all’involuzione e ad una più o meno lenta morte. Una comunità che non sa affrontare le sfide del presente per porre le basi di un suo futuro “esistere bene” – da qui prende origine la parola benessere – non ha possibilità di invertire la rotta che abbiamo capito essere sbagliata. E allora la parola futuro deve ovviamente accompagnarsi con la discussione che il Presidente Dellai apre rispetto alla formazione e non può fare a meno di affrontare grandi temi che rappresentano l’ architrave della nostra società: il lavoro (sapendo interpretare lo sguardo sia del lavoratore che dell’imprenditore) e il walfere (il reddito, il sistema previdenziale e la garanzia del “benessere sociale”), un’attenzione ambientale che sappia coniugare necessità produttive e tutela del territorio, l’immigrazione e la riscoperta del concetto di comunità anche nei confronti dei nuovi cittadini, la messa a verifica della capacità dell’Autonomia trentina di essere laboratorio di sperimentazione politica e sociale con uno sguardo al mondo e non un fortino che alza sui propri confini barriere di difesa, in un clima di separatezza nei confronti dell’Italia, dell’Europa e del Mediterraneo.

Fa bene il Presidente Dellai a fare chiaro riferimento alla responsabilità di tutti e nell’impossibilità che questa nuova fase costituente sia argomento per “addetti ai lavori”. C’è bisogno di un protagonismo sociale di ogni singolo cittadino che sappia coniugarsi con un ruolo importante della Provincia Autonoma di Trento e degli altri attori della vita della comunità (dalle nuove Comunità di Valle alle parrocchie presenti sul territorio, dal sindacato e alle associazioni di categoria, e tanti altri ancora). Tutti dovrebbero possedere l’umiltà di confessare qualche errore passato e avere ben chiaro che stanno scegliendo la strada più tortuosa ma di sicuro anche quella più affascinante: quella del cambiamento. Una strada piena di insidie, costellata di contrasti e di difficoltà nel tentativo di inserire in un nuovo patto costituente una serie di valori comuni che siano fondamenta di quella che il Presidente Dellai definisce la “terza via”.

Per fare questo non c’è altra scelta se non quella di trovare forme di condivisione e cooperazione nuove da sperimentare, e che coinvolgano il maggior numero di persone e attori sociali possibili. Non è infatti possibile pensare che un nuovo modello di società venga scritto – come successo in passato – da pochi e senza fare della partecipazione orizzontale alle decisioni il nodo centrale e non evadibile. Sarebbe un tragico e fatale errore.
E’ ovvio che in tutto questo va rimesso profondamente in discussione il ruolo della politica, mai come in questo momento incapace di rendere partecipi i cittadini alle scelte e distante dalla possibilità di essere animatrice delle trasformazioni della realtà. E allo stesso tempo va riempito di nuovi significati il termine “partecipazione”, troppe volte utilizzato a sproposito e di fatto mai trasformato in un reale modo di prendere decisioni o condividere progetti che riguardano la collettività.
Mi chiedo – e lo chiedo al Presidente Dellai, che parla “di superare corporativismi e attitudine alla delega, alla protesta fine a sé stessa, al terrore di qualsiasi cambiamento possa mettere in discussione lo status-quo” – quali possono essere gli ingredienti della ricetta che faccia uscire la nostra società (quella trentina così come quella di ogni altro territorio del globo) dal pantano delle ideologie e delle opposte tifoserie, della certezza delle proprie idee che spesso sfocia nell’arroganza, dell’incomunicabilità tra diversi, dell’atomizzazione sociale e del prevalere dell’interesse personale rispetto a quello generale? E ancora come ridare alla politica – intesa come l’insieme delle persone e delle iniziative che tentano di immaginare il futuro di una comunità – la credibilità necessaria per essere produttrice di sintesi e mediazioni nell’ottica di un bene comune collettivo da realizzare? Domande che a mio modo di vedere necessitano di riflessione attenta e non di risposte lineari e semplificate.

La mia riflessione non entra nello specifico di quelle che sono le caratteristiche di una via alternativa “da un lato alla dittatura del PIL e, dall’altro, alla rassegnata accettazione di una mera decrescita”, ma prova a suggerire gli strumenti indispensabili per pensarla. Non ho le competenze tecniche per dire con certezza che strada imboccare, ma sono assolutamente convinto che se davvero si vuole “far crescere l’idea di un nuovo orizzonte del “benessere”” si debba guardare con interesse ma non nostalgia al passato; osservare, studiare e vivere il presente senza filtri ideologici e costruire con fatica e curiosità il futuro.

f.

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