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Lontano dagli occhi, lontano dal cuore…

In Ponti di vista on febbraio 10, 2011 at 1:25 pm

Il 3 febbraio scorso è avvenuto lo sgombero della fabbrica Ex Italcementi di Trento. Le forze di polizia all’interno dello stabile diroccato hanno identificato alcune decine di persone – tutte munite di regolare permesso di soggiorno – e le hanno invitate ad allontanarsi. L’unica soluzione di accoglienza predisposta per gli sgomberati sono alcuni container oltre la frazione di Ravina, a circa sei chilometri dal centro città. Questo “campo” rimarrà aperto per un mese. Poi nient’altro.

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Riassunta dal titolo la sensazione che abbiamo provata alla vista dei container posizionati a sei chilometri dall’Area Ex Italcementi. Da un lato l’ex Arcese ormai vuota, dall’altro la campagna tra Ravina e il fiume Adige. Per il resto solo il buio.

E’ la quarta o quinta volta che assistiamo allo sgombero dell’ex Italcementi. Quando non è l’ex Italcementi, allora è la ex Sloi. Come se fossero riti cui la città ha il compito di assolvere, gli sgomberi sono sempre uguali a se stessi: sgombero mattutino; operazioni di identificazione; assenza delle Politiche Sociali, nemmeno chiamate in causa nelle loro parte più avanzata, l’Unità di Strada; descrizione da parte dei media venata di sorpresa, pietismo terzomondista e cinismo; frasi di circostanza sulla riqualificazione dell’area; richiamo pretestuoso ai problemi legati all’inquinamento e salvaguardia della salute degli “abitanti”. E, da ultimo, il silenzio, subito un minuto dopo, a ricoprire tutto e tutti.

Evidentemente anche il sindaco Andreatta ha voluto inserire nel suo curriculum la firma di un’ordinanza di sgombero per l’ex cementificio. Una scelta che lo accomuna al suo predecessore Pacher. Un rito pure questo, come, d’altronde, la scelta di agire sempre d’inverno – effettivamente strategica ai fini del risultato – e la messa in campo di progetti d’emergenza – i container a Ravina – della durata massima paradossale di un mese.

Oggi, a distanza di una settimana dallo sgombero dell’Ex Italcementi, si discute a livello nazionale di rom ed emarginati a proposito del caso dei quattro bambini morti carbonizzati dentro un campo alla periferia di Roma. Come sempre in prima pagina solo se per fatti di cronaca nera.

Negli ultimi anni a Trento abbiamo avuto occasione di seguire gli sgomberi da una posizione privilegiata. Il più delle volte sono state svegliate, identificate e poi di nuovo dimenticate persone con cui avevamo da tempo instaurato un rapporto almeno di fiducia reciproca. A volte è successo che fossero amici ad essere allontanati dall’unico posto in cui avevano trovato rifugio. In ogni caso, semplicemente persone, non disperati. Uomini e donne, nuovi cittadini di Trento, costretti a vivere nei buchi, negli interstizi che la città lascia liberi.

Politica, media, cittadini sembrano essere accomunati da un sentimento di stupore ogni volta che viene tolto il coperchio alla cosiddetta “città invisibile”. Sembra prendere regolarmente il sopravvento la pretesa che la città debba avere una sola dimensione, da Piazza Duomo fino alle zone più periferiche. Un’unica dimensione che non prevede soluzioni di continuità, confini o margini interni. Ma è davvero così? Riteniamo a questo proposito interessante porre il problema dell’identità e dello spazio come luogo dell’identità. Alla stupefazione di chi fa finta di accorgersi solo in quel momento che una parte della città sia così “degradata, misera, ecc”, si risponde chiedendo, dalle colonne del sito del giornale L’Adige, ai Cittadini con la C maiuscola di inviare proposte per la riqualificazione dell’area. A tutti gli effetti ci sembra essere questo un appello all’identità della maggioranza, un tentativo di riappropriazione di quegli spazi reinventati dalla minoranza degli “sfigati”, uno scontro fra le identità di due gruppi.

Sicuramente è più semplice dire che ciò che sta oltre al muro dell’Ex Italcementi è «l’inferno» o un mondo altro, un errore marchiano nel bel testo scritto della nostra città. Al di là del muro invece esiste un dato di realtà, una dimensione reale che ha nella marginalità estrema il proprio segno. Scoprire questa realtà, seguendo una volta ogni tanto le forze dell’ordine impegnate nelle operazione di sgombero, equivale a negarla. Vederla sì, ma solo attraverso filtri inadeguati. E quando si vede male molto spesso si commettono gravi errori di valutazione.

Non si può negare il fatto che la realtà dell’Ex Italcementi sia interna a quelli che sono i confini della città. Interna seppur segnata da suoi propri margini. Ogni volta però che si decide di superare questi margini, l’unica risposta che sembra essere presa in considerazione è quella di un loro immediata cancellazione. Anzi, per essere più precisi, il tentativo è sempre quello di rimettere le cose a posto, far coincidere allora i margini della “città invisibile” con i confini della città amministrata. E con i margini allontanare i marginali. Quindi dalla ex fabbrica di Piedicastello perché non spostarli per un po’ di tempo nelle campagne di Ravina, magari sperando che questa operazione serva affinché “volontariamente” scelgano di andarsene via verso un’altra città del nord Italia? Lontano dagli occhi…

Per l’ennesima volta quindi allo sgombero seguono operazioni emergenziali, che hanno fin dall’inizio una data di scadenza, e che si pongono esattamente all’opposto rispetto a qualunque idea di intervento progettuale sui temi della marginalità sociale estrema. Da tempo crediamo sia evidente che la gestione emergenziale delle politiche sociali sia fallimentare e che vada superata trovando la maniera di promuovere interventi complessi articolati a più livelli. Interventi che presuppongano l’impegno di tanti e si inscrivano in un più generale intervento rispetto al tema della marginalità sociale nell’intera città di Trento.

In verità, un piccolo tentativo di intervento nell’area ex Italcementi, a cui avevamo preso parte, era stato fatto circa due anni fa, promosso da un progetto di monitoraggio che si poneva l’obiettivo di conoscere meglio le condizioni, le abitudini e le prospettive di vita delle persone in stato di marginalità grave nella città di Trento. In più di tre mesi di osservazione – il documento finale è stato presentato proprio nel gennaio scorso e pubblicato nel Rapporto 2010 sull’Immigrazione in Trentino – abbiamo cercato di comprendere le dinamiche sociali che negli anni si erano sviluppate dentro la fabbrica; osservato e annotato le principali problematiche presenti; intervistato alcuni degli abitanti del quartiere di Piedicastello; infine, immaginato e comunicato all’amministrazione cittadina quelli che sarebbero stati a nostro avviso gli interventi necessari per mettere in sicurezza i vari ambienti abitati nel tentativo di dare inizio ad un difficile e non scontato percorso di inclusione sociale o almeno di riduzione del danno.

Una volta concluso il progetto, la nostra richiesta di rifinanziamento – con l’idea di provare a sperimentare una mediazione dei conflitti all’interno e all’esterno della fabbrica – non è stata presa in considerazione. Al contrario sono state sostenute iniziative di puro aiuto materiale (consegna coperte e cibo), certo importanti ma insufficienti a fare fronte alla complessità della situazione. All’idea di accettare la scelta coraggiosa di percorrere un percorso innovativo e complicato di attivazione sociale – fatto ovviamente di piccole vittorie e altrettante dolorose sconfitte – si è scelta la strada conosciuta del piccolo aiuto samaritano da offrire al “povero disperato”.

Oggi a distanza di più di dieci giorni dalla prima fase della bonifica dell’Area Ex Italcementi – la bonifica dagli esseri umani prima di tutto – vogliamo porre qualche interrogativo a cui speriamo insieme a noi provino a rispondere altri. Da cosa bisogna partire oggi per superare la triste ritualità degli sgomberi delle aree abitate da persone in stato di marginalità? Che azioni mettere in atto affinché l’intera città possa prendere atto e prendersi carico delle problematiche dei suoi margini interni? Come dare respiro e rendere innovative – in un contesto sociale davvero poco favorevole, anche in Trentino – le politiche che a vari livelli intervengono su immigrazione, marginalità sociale, nuovi concetti di cittadinanza e inclusione, garanzie e diritti al “benessere”, progettazione e valorizzazione dei quartieri e delle comunità che li abitano?

f. / s.

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