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Un giorno a Vienna con Jovan Divjak.

In Occhi sul mondo on marzo 15, 2011 at 10:32 am

E’ sempre piacevole incontrare Jovan Divjak. E’ strano però non incontrarlo nella “sua” Sarajevo, ma in una giornata di fine inverno a Vienna. Cielo grigio e un vento caldo ma fastidioso.

Partiamo da Bolzano alle sette e mezzo. Sei ore scarse di macchina ed eccoci in Austria.
Due ore di chiacchierata aprono altre mille parentesi, mille interrogativi. Divjak parla di tutto, davanti ad un tavolo pieno di giornali di mezza Europa che riportano la sua immagine e raccontano del suo arresto.
In così poco tempo non si può esaurire la voglia di approfondire la storia dell’assedio di Sarajevo, della guerra in ex-Jugoslavia e del futuro di un territorio tanto martoriato. Si parla ovviamente di Bosnia, ma si accenna anche al calcio italico ormai escluso dalla Champions League e a qualche canzone in italiano.

L’arresto. “All’areoporto di Vienna – dice – mi hanno fermato senza sapere chi fossi, senza dirmi il perchè e ancora oggi non so dire con certezza i capi d’imputazione che mi vengono contestati.” Dovrà attendere a Vienna le decisioni del tribunale. Nessuna vena complottista nel suo spiegare i fatti, solo una forte consapevolezza che sarebbe potuto succedere. Una consapevolezza che non lo ha tenuto fermo a Sarajevo negli ultimi anni.

Gli errori che portarono alla guerra. Il suo sguardo verso il passato non è nostalgico. La sua analisi impietosa. Nessuno sconto verso chi ha soffiato con forza su fuoco dello scontro etnico e lo ha portato alle peggiori conseguenze. Nessun problema nel parlare degli errori commessi da chi gli stava vicino, come il Presidente bosniaco Alija Itzetbegovic, che di fronte agli incontri diplomatici in corso prima del 1992 – certo di un forte appoggio dei paesi arabi – disse: “Meglio liberi che schiavi dei serbi”, accettando la guerra. Una scelta che costò alla Bosnia più di centomila vittime.

Le previsioni sbagliate. Un occhio al passato e uno al presente. Alla domanda su quale sia la situazione attuale della Bosnia Erzegovina Divjak ci risponde con un aneddoto. “All’inizio della guerra – racconta – mi chiesero quanto sarebbe durata. Dissi un mese, dopo un mese di guerra mi corressi dicendo quattro anni. Nel 1995 mi domandarono quanto tempo ci sarebbe voluto per dare corpo agli Accordi di Dayton. Risposi qualche anno, ora dico (ndr. con tristezza) molti anni ancora.” Allo stato attuale delle cose sembrano esserci ancora troppe incongruenze tra i contenuti degli accordi e i reali risultati raggiunti (le minoranze discriminate nelle tre parti della Bosnia Erzegovina, la non chiarezza nella dismissione degli armamenti, il sistema dell’istruzione che si basa ancora sulle divisioni etniche). Un contesto davvero poco promettente.

Quattro verità, nessuna volontà. Chiediamo come si possa imboccare il percorso di verità, giustizia e riconciliazione se rimangono vive tre verità (una croata, una serba e una bosniaca) per narrare una stessa storia. Divjak sorride e dice che le verità sono quattro, tenendo conto di quella della comunità internazionale, protagonista – non sempre eccellente – delle vicende balcaniche. E aggiunge che non c’è da parte di nessuno la volontà di affrontare una fase così complessa, mentre per tanti- soprattutto per i politici, di ogni parte – la condizione attuale va bene. In fin dei conti sono condivise da tanti le parole di una scrittrice bosniaca che Divjak riprende: “La merda in cui stiamo sicuramente puzza, ma almeno ci riscalda”. Il calore di un nazionalismo ancora dominante, alla base di tutte le divisioni, le ingiustizie e le sofferenze. Un vicolo cieco da cui non sembra esserci uscita.

Prima di andarcene – mentre camminiamo nel centro di Vienna – chiede di poter salire in bicicletta. Guarda l’obbiettivo della telecamera e ringrazia tutti quelli che da sempre gli stanno vicini e che negli ultimi giorni lo hanno aiutato e sostenuto. Poi sorridendo dice solennemente: “Tornerò pedalando verso Sarajevo.”
Buon viaggio, Jovan Divjak.

f.

Letture interessanti: Jovan Divjak (intervistato da Florance Le Bruyere) – Sarajevo, mon amour. Ed. Infinito

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