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2012 Preview

In Ponti di vista on marzo 16, 2011 at 12:04 am

Le coste giapponesi sconvolte dal terremoto e dallo tsunami, e a rischio di essere investite da una letale nuvola nucleare. Il Nordafrica – e non solo quello – investito da una serie di proteste sociali represse nel sangue. Gli ex potenti della terra (ridotti ad impotenti spettatori) che ogni giorno si incontrano senza prendere nessuna decisione, nemmeno quella di riuscire nell’impresa di fermare Gheddafi sull’altro lato del Mediterraneo. Le borse barcollano. Il prezzo del petrolio sale. La gente ha paura. Carovane di barche attraversano il Mediterraneo cariche di uomini e donne in fuga dai propri paesi di origine. A tragedia sembra seguire tragedia, senza soluzione di continuità.

Gli anni Zero. Si è appena concluso un decennio iniziato con l’11 settembre e il crollo delle Torri Gemelle, proseguito con le guerre in Afghanistan e Iraq, decine di gravi catastrofi naturali e una deriva sociale, politica e culturale preoccupante. L’eredità degli Anni Zero corsi troppo velocemente è un mondo che non sappiamo davvero interpretare, attraversato da crisi ed emergenze sempre più gravi che lo fanno sembrare ogni giorno sul punto di collassare su se stesso. Un mondo con una scadenza vicina e apparentemente non posticipabile.

La fine del mondo. Non ho creduto –  e non credo – alle profezie dei Maya nella loro forma catastrofista. Non costruirò il mio bunker personalizzato per sfuggire alla distruzione definitiva del nostro pianeta, prevista per il 21 dicembre 2012. Ma di una cosa sono abbastanza sicuro: il mondo – come noi lo abbiamo conosciuto – è di fatto già finito, esaurito dalle nostre esagerazioni e mancanze. Violentato dalla nostra poca cura degli equilibri necessari alla sua sopravvivenza, non solo ambientale. Non si torna indietro. Non si può più.

Da tempo stiamo camminando su quelle che sono le macerie di un passato – più o meno, secondo le interpretazioni – luminoso. Macerie che ancora danno un’immagine rassicurante del nostro benessere sotto riflettori che evitano accuratamente di mostrare le crepe profonde alle fondamenta del nostro vivere; messe a nudo poi volta per volta da un devastante  terremoto, piuttosto che da una crisi economica o da una guerra che provoca migliaia di vittime innocenti. Voragini sempre più profonde si aprono sotto i nostri piedi.  E rispetto agli effetti che da esse scaturiscono a livello planetario nessuno ha strumenti efficaci per intervenire, per provare a mitigarne le nefaste conseguenze.

Una nuova genesi. Nei giorni scorsi Eugenio Scalfari dava una bella visione del mondo attuale utilizzando il principio fisico dei vasi comunicanti. Abbiamo vissuto per decenni in un mondo diviso, che procedeva a due o più velocità diverse nello sviluppo e nei profitti che ne derivavano, nelle conquiste democratiche e nell’utilizzo delle tecnologie, fino anche nell’influenza sulle decisioni di politica estera ed economica. Il primo mondo, quello occidentale industrializzato, da un lato e gli altri, il secondo, il terzo e giù a scendere, distanti e separati. La globalizzazione e ciò che da essa si è sviluppato ha scompaginato le carte in tavola. Nell’ultimo periodo, questa la teoria di Scalfari, la separatezza che descrivevo poco fa è venuta meno e il mondo può essere ora rappresentato come una serie di vasi comunicanti, dentro i quali per una legge fisica alla quale non ci si può opporre l’acqua raggiunge lo stesso livello, in uno stato perpetuo di equilibrio. Un equilibrio al cui raggiungimento concorrono in vari modi – non senza dolorosi conflitti da affrontare – le insurrezioni nordafricane, i nuovi massicci flussi migratori, le tragedie ecologiche e le crisi economiche e sociali. Sono questi i punti di discontinuità che danno  l’immagine del momento che stiamo vivendo. Al momento l’impressione è quello di un fluire caotico e variegato di eventi che stanno modificando l’orizzonte, ma dovranno ovviamente esserci interventi pianificati e di lungo periodo che spingano verso questa nuova genesi. Indispensabile.

Non siamo probabilmente di fronte alla fine della storia – come erronemanente si disse anche di fronte ai cambiamenti successivi alla caduta del Muro di Berlino – ma sicuramente alla fine di un’epoca e all’inizio di un nuovo periodo storico che non si preannuncia semplice e la cui durata, intesa come possibile sopravvivenza del genere umano, non è scontata ed è legata a cambiamenti tanto profondi quanto estremamente difficili dell’esistente.

La rivoluzione sta in un nuovo equilibrio.

f.

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