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Lampedusa calling.

In Ponti di vista on marzo 27, 2011 at 1:06 pm

Le immagini di Lampedusa sono pugni in faccia che colpiscono le nostre certezze. Le certezze di essere dalla parte buona del Mediterraneo, al sicuro da ciò che succede dall’altra parte.
Da pochi chilometri quadrati di terra in mezzo al mare ci vengono inviati dei messaggi ai quali non possiamo rimanere indifferenti. Lampedusa è oggi un pezzo d’Italia di cui l’Italia tutta si è dimenticata, a pochi giorni dalle celebrazioni della sua – presunta? – unità. Un’isola lasciata alla deriva con il suo carico di cittadini italiani e di viaggiatori in cerca di libertà. Tutti uniti in una situazione insopportabile, da qualunque lato la si guardi.

Ciò che stupisce è l’immobilismo di fronte a ciò che sta succedendo. L’abbandono in cui versa questo minuscolo territorio in mezzo al Mediterraneo. La mancanza di minimi interventi sanitari per far fronte alle esigenze di migliaia di persone accampate da giorni dopo un viaggio terribile. L’incapacità evidente di gestire le situazioni più gravi, come quelle dei minori non accompagnati presenti sull’isola. Addirittura – e questo sembra incredibile – la carenza di coperte e di bagni chimici. Lampedusa in questo momento è periferia dello stato italiano e dell’Europa tutta. Periferia degradata sulla quale, ed è una costante che si percepisce anche nella relazione con i margini delle nostre città, nessuno interviene concretamente e in maniera complessiva. Solo in questo ambito sembra che nessuno si dichiari interventista.
Tutto è fermo. Tutti osservano – con un misto di realismo e indifferenza – e si esprimono snocciolando distinguo. Rifugiati contro clandestini. Emergenza umanitaria contro emergenza sicurezza. Esseri umani in fuga dalla guerra contro pericolosi criminali. E mentre le parole si sprecano, nella periferia del nostro paese italiani e stranieri soffrono nella stessa maniera: colpiti allo stesso modo dall’assenza di soluzioni, dal sommarsi di emergenze che non vengono affrontate, dalla comune sensazione di essere stati bollati come naufraghi a cui è meglio non prestare aiuto.
La decisione più semplice e anche la più sgradevole. La decisione di non scegliere, e di tergiversare.

E’ pensiero comune che nelle emergenze si debba fare di necessità virtù e che dalle situazioni più complicate a volte possano nascere le migliori idee. Sarebbe meraviglioso riuscire a confermare questa tendenza in un momento di tale difficoltà. Sarebbe auspicabile uno scatto di orgoglio e di umanità, oltre che di lungimiranza politica – se per lungimiranza si intende il pensare al futuro e non ai prossimi cinque minuti.
Quale sarà il primo presidente di Provincia o Regione (sfidando chi, rumorosamente, vi si opporrà) che deciderà di inviare cinquanta bagni chimici per supplire alle mancanze igieniche dell’isola di Lampedusa? Quale sindaco sceglierà – mettendosi contro una parte dei suoi concittadini – di chiedere l’affidamento ai propri servizi sociali anche solo di dieci minori non accompagnati sbarcati in questi giorni? Quali associazioni di volontariato e quali parrocchie decideranno di dedicarsi all’accoglienza di qualche centinaio di esseri umani – né clandestini, né profughi, né alcuna altra definizione – accettando la gravosa sfida di una convivenza già oggi tanto difficile nelle nostre città?
E’ il momento di prendere queste decisioni. Scegliendo di fare un sforzo in più rispetto a quello, semplicistico e per nulla responsabilizzante, di mettere a disposizione – da quando? per chi? per quanto? per quale obiettivo? – un centro d’accoglienza in ogni regione.
E’ il momento di provare, e non saranno poche le difficoltà e le contraddizioni, a costruire un nuovo modello di cittadinanza.

Di fronte alle dichiarazioni del governatore siciliano Lombardo che invita a “uscire di casa imbracciando il mitra”, sarebbe importante che dal presidente Lorenzo Dellai arrivasse invece l’invito ad aprire le porte della nostra comunità accettando l’impegno di ospitare – da subito, e non in un successivo, eventuale e non sicuro momento – un certo numero di uomini e donne sbarcati a Lampedusa. Sarebbe altrettanto importante che il sindaco di Rovereto Andrea Miorandi non si affrettasse a tranquillizzare i suoi concittadini dicendo che i profughi forse arriveranno e comunque rimarranno per poco tempo, ma spiegasse alla sua città che ci sono tutte le possibilità di accogliere immediatamente delle persone che in questo momento hanno bisogno di aiuto, e che questa sarebbe la giusta decisione da prendere.
Fa bene a tutti ricordare la prontezza e la concretezza degli interventi trentini d’emergenza dopo il terremoto de L’Aquila. L’emergenza umanitaria lampedusana, con persone senza un tetto o senza cibo, non è diversa da ciò che i cittadini abruzzesi hanno dovuto subire due anni fa. Intervenire con la stessa attenzione dovrebbe essere una spinta naturale.
Ognuna di queste azioni – e così anche quelle che ogni associazione o singolo cittadino potrebbe mettere in campo – sarebbe fattore qualificante della comunità trentina e della sua particolare autonomia, il modo corretto e non retorico di sentirsi italiani, europei e cittadini di un unico mondo.

Non è il momento della paura o del silenzio, ma di tentativi coraggiosi.

f.

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