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Si fa quel che si può…

In Ponti di vista on aprile 2, 2011 at 11:17 am

Saranno venticinque i profughi libici che in un primo momento arriveranno in Trentino? Questa sembra l’unica certezza che l’incontro Stato-Regioni svoltosi a Roma ha saputo dare, anche se il caos regna sovrano. Ad ogni Regione il suo gruppetto di profughi DOC,  certificati da chissà quale dipartimento del ministero dell’Interno. Gli altri – clandestini, extracomunitari, poveri cristi, o come volete chiamarli – restano in mano al Governo che ovviamente saprà come meglio “smaltirli”. La teoria del “for dai ball!” – con le sue varie declinazioni – rimane tra le più gettonate. In pochi si oppongono all’idea del rimpatrio, nessuno sembra avere idee che diano una svolta alla situazione.

Venticinque libici DOC – muniti di tessera del profugo – in fuga dalla guerra saranno quindi i primi ospiti delle strutture trentine. La Provincia farà la sua parte. Il Governo ci chiede di offrire supporto e noi rispondiamo. Precisi, impeccabili, trentini operosi.
E’ stato chiaro il Presidente Dellai. Se ci sarà bisogno di uno sforzo supplementare ci penseremo solo in seguito, quando da Roma ce lo chiederanno. Per il momento tranquillizziamo tutti i nostri concittadini. Non ci sarà nessuna invasione. Nessun campo d’accoglienza. Non faremo niente di più di quanto ci viene richiesto.
In fin dei conti i profughi “veri” sono poco più di duemila. La percentuale che ci spetta è bassa, accettabile senza troppe difficoltà. La macchina organizzativa funziona e sembra poter ricevere questi arrivi.

In Puglia e in altre regioni invece da giorni sono state aperte tendopoli dove mandare anche i “clandestini” – quelli senza tessera, quelli cattivi, che scappano da un posto come la Tunisia dove la guerra non c’è. Si cercano altri siti disponibili. Si parla anche di Vipiteno. Dentro ci staranno centinaia di persone trasferite da Lampedusa nei prossimi giorni. Chissà in che condizioni. Chissà per quanto. Chissà per poi farne cosa. Chissà quanti proveranno – e già lo stanno facendo – a scappare da questi luoghi dell’indeterminatezza e dell’abbandono.

Ma a noi la cosa sembra non riguardare, come non sembra riguardarci il dibattito – abbastanza misero in realtà – per capire se davvero questo sia il modo giusto di affrontare l’emergenza lampedusana  (se poi di vera emergenza si tratta in questo momento), o se sia corretto di fronte ad un Mediterraneo così radicalmente cambiato negli ultimi mesi dividere con tanta semplicità i migranti tra profughi e irregolari. Tra ospiti da accettare e da mettere velocemente alla porta. Pacchi da distribuire sul territorio e pacchi da rimandare al mittente.

Come geograficamente siamo al confine nord della penisola italica alla stessa maniera abbiamo deciso di rimanere in disparte di fronte a temi, quello dell’immigrazione e più in generale quello degli equilibri euromediterranei, centrali in questo convulso presente e ancor più lo saranno in un futuro incerto e tutto da immaginare.
La complessità sembra non far parte del nostro modo di ragionare, come non è caratteristica peculiare di tutto questo periodo storico che invece tanto avrebbe bisogno di ragionamenti e interventi che non si fermino alla superficie delle cose.

Abbiamo accettato la nostra quota di problema ma abbiamo paura che ci si riversi addosso la grana dei “clandestini” – ma la Carta di Roma non diceva di non usare questo termine nei titoli dei giornali? -. Abbiamo scelto il male minore, la conseguenza più sopportabile a cui far fronte senza doverci eccessivamente impegnare.
Abbiamo in qualche maniera gestito l’emergenza che – vedendo le reazioni immediate della popolazione di Marco di Rovereto, che non credo sia nel complesso razzista – avrebbe anche potuto avere conseguenze peggiori sulla tenuta e sulla coesione della nostra comunità.
Ma per fare questo abbiamo per l’ennesima volta nascosto ai nostri occhi che la vera emergenza. Per il Trentino come per qualunque altra zona della costa nord del Mediterraneo, il vero rischio non sta nell’arrivo di venticinque (ma nemmeno di quattrocentocinquanta) nuovi cittadini sul proprio territorio ma nella grave crisi di coesione sociale e culturale che serpeggia nelle nostre comunità.
Comunità fragili come cristallo dentro le quali ogni minima variazione – come ad esempio la necessità di impegnarsi in un percorso di accoglienza come quello di questi giorni – produce conflitti fino a quel momento inimmaginabili e insinua paure, sentimenti di insofferenza e chiusura.
Sono queste tensioni che precludono la possibilità di guardare più in là della normale gestione dell’esistente, anche questa faticosa e piena di lacune, e che fanno sempre preferire scelte conservative a tentativi di costruzione di nuove basi culturali e sociali assieme all’intera cittadinanza. La gestione ordinata dell’emergenza piuttosto che la complessa e difficile via dell’immaginare il futuro. Il dire no a prescindere ai “clandestini”, piuttosto che essere protagonisti politici attivi nella messa al bando di questa categoria emarginante e nell’immaginare nuove poltiche dei flussi migratori.

Si fa quel che si può – con le capacità organizzative che la nostra Provincia possiede, garantendo probabilmente in questo modo buone condizioni d’accoglienza ai profughi che arriveranno – ma non si prova a fare un passo in più, a tentare di modificare lo spettacolo davvero poco edificante dell’Italia di questi giorni, che si spartisce – litigando – un carico di vite indesiderate mal sopportando l’ipotesi che coloro che si trova di fronte possano voler essere trattati come  persone e non come oggetti per cui trovare un angolo buio lontano dagli occhi.

Sfortunatamente non si riesce nemmeno questa volta, partendo dal piccolo Trentino e dal coinvolgimento necessario di tutti i suoi cittadini, a cercare di rendere migliore l’Italia. Peccato.

f.

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