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Una storia da raccontare / 1.

In Una storia da raccontare on aprile 4, 2011 at 12:14 pm

Il profumo di spezie mi colpisce appena affronto il primo gradino della scaletta che mi fa scendere dall’aereo. Vento fresco che trascina sabbia sottile mi accarezza il viso. Chiudo gli occhi e incontro la realtà che mi circonda solo con gli altri sensi.
Sono appena atterrato all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. E’ la seconda volta che mi infilo in questo labirinto infinito di controlli e tensione. In entrambi i casi sono atterrato di notte. In questi locali e corridoio dai soffitti altissimi non si muove un filo d’aria, le luci al neon illuminano i nastri trasportatori che mi portano da un lato all’altro dello scalo. Oltre le finestre – come enormi tv sintonizzate su di un documentario naturalistico – nonostante il buio si intravede l’ambiente che circonda lo scalo. Palme e costruzioni sfarzose in primo piano, terreni semidesertici e case povere sullo sfondo. Ancora niente rispetto a ciò che si incontra una volta usciti. Con la mente sono già la fuori, solo e molto più sereno.

Ho con me solo uno zaino, bagaglio che porto ben saldo sulle spalle. Ho lasciato le mie felpe con il cappuccio nell’armadio della casa che fino a pochi giorni fa abitavo, insieme a tanti altri oggetti inutili. Ho lasciato le chiavi di casa al mio migliore amico. Fanne ciò che vuoi, gli ho detto. Ho lasciato tutto dall’altra parte del Mediterraneo e mi sono imbarcato appena prima del tramonto.
Il mio bagaglio è molto più piccolo di quello di un paio di anni fa. E pensare che quella volta dovevo restare solo un paio di settimane. Ora non so dire quanto rimarrò qui. Ho deciso di partire e ogni minuto che passa questa mia scelta mi sembra la più corretta.
Arrivo da solo, cammino attraversando gli immensi spazi semivuoti dell’aeroporto fino ad arrivare all’ultima barriera presidiata da giovani militari armati. Un tempo mi avrebbero colpito maggiormente. Ma ora – dopo tutto quello che è successo nelle ultime settimane – no. Non più.
Mi viene controllato il passaporto, con inconsueta gentilezza. Il mio inglese zoppicante non aiuta la comprensione delle domande che mi vengono poste e produce risposte stentate. Pochi minuti e sarò fuori. Per un po’ non avrò bisogno di scambiare parola con nessuno. So cosa devo fare e non devo chiedere informazioni per raggiungere il luogo del mio primo appuntamento.
Thank you. Documenti in mano supero la porta a vetri che porta al grande parcheggio di fronte al terminal. Fontane laminate d’oro dalle quali zampilla acqua trasparente. Qualche macchina che si ferma e riparte dopo aver scaricato un viaggiatore in partenza. E tanto silenzio.

Respiro a pieni polmoni l’aria di questa notte. E’ una notte che profuma di libertà. E porta con sè – o forse è solo la mia pazzia a farmeli percepire in maniera così nitida – i profumi e i suoni leggeri di un Medio Oriente che mi sta abbracciando come un amico che non vedevo da tempo e con cui so passerò un po’ di tempo. Sorrido per questo pensiero.
Chiamo un taxi. Non è difficile a quest’ora. All’autista chiedo di portarmi a Gerusalemme, Porta di Damasco. Il viaggio dura poco meno di un’ora, e io ascolto musica – Mark Lanegan canta Sunrise –  e gioco con i lacci delle mie vecchie scarpe attaccate all’esterno dello zaino. Non scambio una parola con il taxista. Non ne sento nessuna esigenza e in ogni caso non credo che ne sarei capace.
All’arrivo pago in euro. Lascio il resto per la difficoltà che ho sempre trovato nel conteggiare in sheqel. Il taxista non smette di ringraziarmi, ma il suo parlare concitato non riesce a distogliere il mio sguardo dalla bellezza delle mura della città di Gerusalemme, dal silenzio di una piazza che tra poche ore sarà di nuovo teatro di uno dei mercati più variopinti e rumorosi del mondo. I miei occhi osservano anche la costante presenza dei militari israeliani in un angolo della piazza, ma mi sembrano così piccoli e ininfluenti di fronte alla grandezza che li sovrasta. Semplici comparse di un film dalla trama tragica, scritto da uno sceneggiatore che sembra aver curato in maniera maniacale la scelta dei luoghi e della scenografia ma che sembra non abbia minimamente preso in considerazione un lieto fine.

Mi incammino, seguendo le mura illuminate da una luce giallastra. Incontro pochissime persone. Noto solo tante piccole baracche costruite con pezzi di lamiera, cartone, fogli di giornale a coprire pochi pali di legno. Umili abitazioni della popolazione più povera della città. I numerosi indigenti della città avevano dato vita lì – a ridosso del simbolo difensivo della città – al loro quartiere popolare. Fuori dalle mura proprio come nella vita erano esclusi dalle varie comunità di Gerusalemme. Gli ultimi e i dimenticati vivevano lì.
In poco tempo raggiungo la Porta di Erode, luogo del mio appuntamento. Sono le 4.30 del mattino e mi rendo conto che la città piano piano si sta già risvegliando. I primi carretti carichi di frutta e spezie entrano dalla porta che sta alle mie spalle. Uomini e donne con ceste piene di merci – soprattutto stoffe e piccoli oggetti di artigianato – si avvicinano al loro abituale luogo di lavoro. Il buio li scorta verso l’alba.

Devo aspettare solo cinque minuti e Yousuf spunta dalla porta e mi raggiunge. Ci abbracciamo. Ha 25 anni. E’ palestinese, attivista politico contro la costruzione del muro israeliano. Molto conosciuto in città, è riuscito in un paio di occasioni a venire in Italia a raccontare l’esperienza dei movimenti di opposizione all’occupazione. In una di queste occasioni l’ho conosciuto, organizzando una serie di presentazioni all’interno di alcuni centri sociali del nord Italia. Da quel momento siamo sempre rimasti in contatto. Molto più che amici.
Non mi chiede nulla, come non mi ha chiesto nulla nemmeno quando gli ho telefonato dieci giorni prima annunciandogli il mio arrivo e chiedendogli di trovarmi un posto dove poter stare. A tempo indeterminato.
Scendiamo per un paio di vie tortuose, sempre in silenzio, e poi ci infiliamo in una porta tanto bassa che devo togliere lo zaino dalle spalle per riuscire a passarci. Delle scalette strette e molto ripide ci portano fino al terzo piano.
Yousef prende una chiave dalla tasca e la inserisce nella toppa. Due giri e la porta si apre su un appartamento non molto grande, con la cucina al centro, una stanza con un letto matrimoniale, una stanzetta vuota e un bagno angusto con wc e doccia. Tre finestre su due lati e una scala interna conduce al terrazzo.
Yousuf non ha ancora detto una parola, sa che avremo tempo il giorno dopo di sederci ad un bar bevendo un tè. Lascia la chiave sul tavolo della cucina e a fianco una tessera telefonica israeliana. Lo guardo e riesco a dire solo grazie, sottovoce. Mi saluta chiudendosi alle spalle la porta.
Io rimango in piedi un attimo. Dalla finestra osservo i primi raggi di sole spuntare sopra le case. Sorrido. Mi muovo nelle stanze. Mi guardo nello specchio del bagno. Occhi stanchi e barba lunga.
Tolgo solo le scarpe e mi sdraio. Il sonno non tarda ad arrivare.
Sogno domani. Un domani che comincia qui.

(pubblicato il 4 aprile 2011)
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[Tempo:10 gennaio, notte, ore 3.00 – 5.00]
[Luogo: Tel Aviv / Gerusalemme]
[Personaggi: A. (maschio, 30 anni, italiano), Yousuf (maschio, 25 anni, palestinese)]

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