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Euro(di)visioni.

In Ponti di vista on aprile 12, 2011 at 10:09 am

“L’Europa? A questo punto, e in questa situazione, meglio tornare divisi…”. Le parole pronunciate da Roberto Maroni ieri pomeriggio sono terribili per almeno due motivi, tra loro molto diversi ma complementari.

Primo. A parlare è un ministro leghista, da sempre euroscettico, di natura riluttante alla solidarietà nei confronti di chi non abbia radici nella Padania. E’ lui – a nome di un partito e di un governo che ha fatto dell’odio il proprio cavallo di battaglia – a esprimere perplessità, tra l’altro legittime, sulle capacità solidaristiche dell’Europa e sulla sua comunanza d’intenti sul tema dell’immigrazione. Lo fa con la tranquillità di chi sa di poterselo permettere e sa di mettere a nudo le evidenti magagne del nostro continente.
Responsabili di questo delirio d’onnipotenza in salsa padana sono tutti coloro – dai vertici europei fino agli enti locali periferici – che in questi ultimi mesi non hanno accettato, o lo hanno fatto solo per dovere, la sfida dell’accoglienza e dell’idea di una nuova cittadinanza euromediterranea come fuga dalla teoria dello scontro di civiltà e dell’Europa fortezza.

Secondo. Le frasi di Maroni descrivono bene una triste realtà: l’Europa non esiste, di fatto non è mai nata e gode di salute pessima. Frazionata, inconcludente, nella sua forma sovranazionale di trascurabile peso politico internazionale, sempre e comunque schiacchiata daii singoli interessi degli stati membri piuttosto che dalla tensione alle prospettive comunitarie.
L’impietosa fotografia di un’Europa nata su basi esclusivamente economiche (dove circolano capitali, merci e lavoratori ma vengono bloccati o respinti gli esseri umani) e che poco ha di politico – se per politica si intende la ricerca del bene comune e della costruzione di un futuro migliore per il mondo intero – e sociale – se con questo termine si vuole descrivere almeno il tentativo di immaginare una comunità che condivida valori, aspettative, responsabilità. Tragicamente,  le frontiere – materiali e non solo – dividono ancora oggi il territorio europeo.

In questo contesto Lampedusa – e con essa il mar Mediterraneo che la bagna e i viaggiatori che la raggiungono dopo lunghe e pericolose traversate – è periferia abbandonata di un paese, l’Italia, che così com’è non ha futuro ed è anche ultima landa a sud di uno strano puzzle informe di stati che è l’Unione Europea. Un confine di difficile gestione per entrambe le entità, angolo buio e dimenticato della nostra triste storia contemporanea. Immagine efficace di un tema – quello dell’immigrazione e dei suoi flussi – che viene evitato perché “emergenza” scomoda a tutti e non dibattuto e affrontato come scommessa necessaria e fondativa di un vero sentimento di comunità (di persone e non solo di somma geopolitica di stati) europea.

Proprio ai popoli che nel sud del Mediterraneo stanno provando a costruirsi un nuovo futuro l’Europa mostra il suo volto peggiore. Incapace di confrontarsi con quelli che sono necessari scenari di cambiamento – le rivolte nordafricane e i nuovi equilibri che ne derivano anche per la riva opposta – e lacerata da divisioni che nascono dagli interessi economici ed elettorali di questo o quello stato. I richiami all’unità e alle decisioni comuni sembra un’utopia d’altri tempi. Così come la possibilità di una politica comunitaria sovrana lungimirante rispetto ai particolarismi nazionali focalizzati solo sul presente.

E così rieccheggiano con ancor maggior forza – nel silenzio del resto del panorama politico, sociale e culturale italiano – le parole di Maroni: “L’Europa? A questo punto, e in questa situazione, meglio tornare divisi…”. Ma siamo mai stati uniti? E lo saremo mai?

f.

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