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L’incontro delle civiltà.

In Occhi sul mondo on maggio 4, 2011 at 9:49 pm

Presentare l’Islam come una religione refrattaria alla modernità [nda. e alla convivenza civile] è diventato un esercizio banale. I sostenitori di questo assunto – condito dei peggiori luoghi comuni e brodo di coltura della strategia della paura – si sono moltiplicati negli anni, diventando veri e propri agitprop della propaganda antislamica.  Youssef Courbage e Emmanuel Todd – rispettivamente demografo e storico – accettano una sfida affascinante e dagli obiettivi ambiziosi. Lo fanno a inizio 2009, e in anni precedenti di ricerca, quando sono difficilmente prevedibili le rivolte per la democrazia e i diritti nei paesi nordafricani e mentre l’immaginario dello “scontro di civiltà” tra occidente e mondo arabo-islamico diventa una solida base ideologica elettorale per i partiti di estrema destra di tutta europa. Nel loro volume (Ed. Tropea, 150 pp. – 14,90 €) studiano gli indicatori sociali e storici del mondo arabo (e musulmano) dandone una fotografia capace di farne comprendere la complessità.

Un solo mondo, una sola storia universale. I due autori affrontano il loro studio partendo dalla valutazione di tre indicatori specifici (alfabetizzazione, calo demografico e diminuzione dei matrimoni endogamici) e sulla base dei dati raccolti in paesi che vanno dal Marocco al Bangladesh – passando per Turchia, Egitto e Tunisia – descrivono un percorso del mondo arabo molto simile con quello condotto qualche decennio fa da stati che sono ora tra i più avanzati del pianeta. Secondo la loro interpretazione “il mondo musulmano si è incamminato verso il punto d’incontro di una storia molto più universale di quanto si voglia in realtà ammettere” e sono molto più numerosi i fattori che spingono verso quest’unità rispetto a quelli che inducono ad uno “scontro di civiltà”. In questo senso il mondo musulmano deve essere visto come parte di un unico mondo e non come pericolosa eccezione antagonista al modello culturale occidentale.

Transizione. “L’aumento progressivo dei tassi d’alfabetizzazione sull’insieme del pianeta dà l’idea di un irresistibile movimento ascendente dello spirito umano”. Così si esprimono gli autori rispetto allo snodo centrale della modificazione del mondo musulmano. L’accesso alla cultura e alla conoscenza è infatti il fattore principale – lo hanno dimostrato anche le recenti rivolte delle nuove generazioni nordafricane – che conduce alle trasformazioni sociali. Un dato costante, seppur in tempi diversi, a tutti i paesi presi in considerazione. Il libro non prevedeva temporalmente le rivolte nordafricane ma desciveva in anticipo il contesto dentro le quali si sarebbero verificate e la fase di transizione che ne è associata.

Celebrare la memoria ma praticare l’amnesia. Incapaci di ricordare il proprio passato per poter leggere il presente degli altri. Sati Uniti e Europa soffrono di questa pericolosa malattia. Si dimenticano conflitti sanguinosi che hanno colpito il mondo – il Ruanda, piuttosto che il Nepal, per non tornare alle Crociate o alla scoperta dell’America – che, giustamente, non sono mai stati associati a specifiche tensioni alla violenza proprie della religione cristiana o buddista. Così come si dimenticano gli scontri che hanno attraversato l’Europa intera – dalla riforma protestante, alla seconda guerra mondiale, al nazismo e al fascismo – che altro non sono che bui periodi transitori di un comune modernizzarsi mentale, sociale e politico. Non sono forse sguardi verso il futuro le rivolte nordafricane che guardano verso un mondo migliore? Momenti spesso violenti e contraddittori, ma che non devono essere analizzati con fretta e superficialità.

Religioni ai margini. In tutti i loro ragionamenti, gli autori – e lo fa anche Robert Fisk in un bell’articolo – lasciano la religione ai margini tra i fattori caratterizzanti di questa fase storica del mondo musulmano. Descrivendo la crisi delle religioni – non solo di quella musulmana – e della loro influenza spiegano come il radicalizzarsi di alcune formazioni islamiste non vada letto come un segnale di “buona salute” del terrorismo ma piuttosto come una manovrava difensiva rispetto ad un mondo che va nella direzione opposta, verso quella storia universale di cui si parlava in precedenza. Bisogna solo aspettare, e contribuire efficacemente affinchè questa unione avvenga e produca nuovi equilibri rispetto a quelli esistenti ora.

E ricordate. Lo “scontro di civiltà” non avrà luogo.

f.

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