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Il dolore come compagno di viaggio.

In Ponti di vista on maggio 16, 2011 at 3:31 pm

NAKBA 2011. “Cataclisma”, “sinistro”, “disgrazia”, “catastrofe”. Il 15 maggio, da sessantatre anni, assume questi significati nei territori palestinesi. Si ricorda l’esodo di migliaia di palestinesi costretti a lasciare le loro case e terre, mentre per gli israeliani nello stesso giorno si festeggia la proclamazione dello Stato d’Israele. Ovvio che queste due ricorrenze difficilmente possano convivere, significando per un popolo la negazione dell’esistenza e dei diritti più basilari e per l’altro invece il momento di formale costituzione in Stato. Troppo diversi i sentimenti legati a queste due momenti storici. Opposti e inconciliabili.

Il 15 maggio da sempre è teatro di manifestazioni dei cittadini palestinesi che non dimenticano la “catastrofe”, così come non dimenticano i sessantatre anni di sofferenze che ne sono seguiti e che ancora oggi pesano sulle vite di centinaia di migliaia di persone. Il 15 maggio è da sempre giorno dell’orgoglio israeliano. Celebrazioni e visite internazionali rafforzano la posizione dello stato di Israele – legittima seppur molto traballante – all’interno dello scacchiere delle democrazie mondiali. Quella del presidente Napolitano, ad esempio, ha ieri completamente dimenticato di sottolineare la gravità delle uccisioni di manifestanti palestinesi ai confini israeliani. Una dimenticanza preoccupante e pericolosa.

SANGUE SU SANGUE. Il giorno della Nakba quest’anno è stato segnato da maggiori tensioni rispetto agli ultimi anni. Dodici, forse più, vittime tra i manifestanti palestinesi. Scontri generalizzati hanno caratterizzato l’intera giornata, con l’esercito israeliano a sparare per l’ennesima volta sulla popolazione. Sangue su sangue. Il dolore come compagno di viaggio quotidiano. A poco più di un mese dalla morte di Vittorio Arrigoni a Gaza che aveva drammaticamente riportato in prima pagina la questione israelo-palestinese.

La giornata di ieri – cerchiata in rosso da molti siti arabi, che la aspettavano come data d’inizio della terza intifada – si inscrive in un contesto mediorientale quantomeno complicato. Cosa significa l’accordo – forzato? – tra Hamas e Fatah? Che ne è della rivoluzione egiziana e chi guida ora il paese e verso quale direzione? Che ruolo ha la Siria – attraversata da un tentativo di rivoluzione democratica – e il suo governo, assediato e repressivo, nei confronti del vicino Israele? Cosa succede in Iran e come si muove Hezbollah in Libano? Domande a cui io non so dare risposta, ma che rimango sospese in un contesto dove l’unica costante è la violenza e la grande assente sembra la capacità di porre basi per una realtà diversa da quella attuale. Una realtà diversa mai come ora necessaria.

Il 2011 sarà ricordato come l’anno delle rivoluzione nordafricane. Rivoluzioni che tentano, con difficoltà e non senza ostacoli, di sostituire all’oppressione e alle barbarie la libertà e la prospettiva di un futuro migliore. Com’è possibile non prendere in considerazione che questa sia la strada che in ogni angolo del mondo andrebbe percorsa, evitando – dove possibile – ulteriore spargimento di sangue? Come è accettabile che decine di persone siano uccise dai proiettili dell’esercito israeliano senza che questo comporti un’immediata denuncia di una situazione non più sostenibile e l’inizio di un seria e rapida attivazione per il suo definitivo superamento? Come possono passare sessantatre anni e migliaia di morti prima che ciò avvenga?

Il giorno dopo sembrano però rimanere tristemente vive due sole posizioni: “sempre contro lo stato assassino di Israele” o “sempre e comunque per la sicurezza dello Stato di Israele sotto attacco”. Non due buoni punti di partenza per affrontare un tema tanto complesso. 

LA STORIA DELL’ALTRO. Settimana prossima avrò forse l’occasione di intervistare Sami Adwan – docente dell’Università di Betlemme – che insieme al docente israeliano Dan Bar-On ha pubblicato il volume “La storia dell’altro”, esperimento di costruzione di storia comune che ha coinvolto alcune centinaia di studenti israeliani e palestinesi. Un tentativo – piccolo, eppure significativo – di costruire ponti e di disinnescare conflitti. Sarà l’occasione di confrontarsi sui recenti fatti della giornata della Nakba e sulle prospettive del Medio Oriente.

DA DOVE RICOMINCIARE. Non ho soluzioni che si possano definire sicure. Non ho certezze, ma al contrario molti dubbi, su ciò che sarà domani. Coltivo la speranza che si possa – che si debba – ricominciare dall’obiettivo di costruire “giorni della gioia condivisa” e “giorni della storia comune” perché non esistano solo “giorni della catastrofe”. Perché il dolore non diventi compagno di viaggio per troppo tempo ancora.

f.

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