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Una storia da raccontare / 3.

In Una storia da raccontare on giugno 5, 2011 at 4:57 pm

Ricordo bene quei giorni. Mancava poco a Natale e davanti all’osteria che una volta era frequentata dagli studenti universitari venne  ritrovato il corpo di un senzatetto. Venne notato da una signora, rientrando a casa dopo la messa. Cominciò a urlare e subito un ragazzo, affacciatosi al balcone, chiamò polizia e ambulanza. I medici lo dichiararono morto sul posto e lo trasportarono al vicino ospedale. Le forze dell’ordine parlarono immediatamente di morte naturale, di un malore causato dalla temperatura rigida dell’inverno. La stampa si soffermò sul caso dalle colonne dei giornali del giorno successivo. Si parlò di uno sbandato, da anni in strada. Si disse che nessuno aveva chiesto di poter seppellire il suo corpo e di conseguenza il giudice aveva immediatamente predisposto la cremazione dello stesso. Le sue ceneri sarebbero finite in un anonimo loculo del cimitero cittadino. Nessuna lacrima fu sprecata per quella vita. Non troppe parole furono spese dalla città, avvolta dal silenzio candido delle copiose nevicate di quel periodo.

La morte dell’ennesimo senzatetto – non era la prima quell’anno – non destò troppe reazioni nemmeno dentro il Dipartimento di Scienze Giuridiche presso il quale lavoravo. Poche parole, molte alzate di spalle. Passavo diverse ore al giorno in quelle aule dopo la mia laurea. Le altre le spendevo dentro un vecchio centro sociale. Occupato anni addietro – non proprio in centro città, ma in un quartiere molto popoloso – poco alla volta era diventato sempre più un luogo di ritrovo e di condivisione di idee e di percorsi politici e sociali. Al suo interno trovavano spazio quotidianamente decine di iniziative. Io prestavo consulenza legale gratuita quattro mattine alla settimana, e  spesso aiutavo il sabato sera per il concerto che si teneva nel salone ricavato al piano terra dello stabile. Con me lavoravano altre quattro persone, tre ragazze e un ragazzo. Il nostro ufficio era piccolo, una stanza cinque metri per quattro. La corrispondenza che ogni settimana arrivava al nostro indirizzo era imponente, le persone che chiedevano un appuntamento erano sempre più numerose. La nuova legislazione sull’immigrazione rendeva sempre più difficile l’ottenimento del documento di soggiorno, la polizia utilizzava sempre maggiore discrezionalità nell’intervenire su comportamenti definiti devianti, sempre più persone vivevano in condizioni di emarginazione totale. In ufficio mi presentavo sempre verso le sette e mezzo del mattino, sbrigavo le pratiche prima che arrivassero i miei colleghi, poi mi dirigevo in università dove da circa un anno conducevo grazie ad una striminzita borsa di studio una ricerca sui flussi migratori nel Mediterraneo.

Una settimana dopo la morte del senzatetto trovai una busta gialla dentro la cassetta della posta. La raccolsi. Era pesante e sembrava contenere documenti. Entrai e chiusi a chiave alle mie spalle il portone del centro sociale. Non lo facevo mai. Salii le scale guardando la busta senza mittente e senza destinatario.  Tutti erano a conoscenza che quello era il posto dove lasciare lettere di richieste di aiuto alla nostra associazione, e molto spesso le missive erano mal compilate. Aprii la busta sulla mia scrivania. Alzai il lato non tagliato e sul tavolo scivolarono sette cartellette di cartone di colore giallastro. Ognuna di esse era chiusa con un elastico. All’apparenza erano tutte uguali, riportavano numeri in ordine crescente dall’uno al sette. Alzai la copertina della prima cartella e mi trovai davanti agli occhi le foto di un cadavere completamente coperto di lividi e bruciature e diverse cartelle cliniche con nomi, date e luoghi accuratamente cancellati. Rimasi immobile e in silenzio, anche se il battito del mio cuore accellerò verticinosamente. Richiusi e passai alla seconda. Il contenuto era identico, così come scoprii in seguito per tutte le altre. Cambiavano solo i lineamenti o il colore della pelle o dei capelli del malcapitato. Identici i lividi, le bruciature, la sorte. Quando arrivai all’ultima serie di foto – la numero sette – rimasi impietrito. In quegli scatti era ritratto il senzatetto che solo una settimana prima era morto e per il quale si era parlato di morte naturale. Decine di ematomi ricoprivano braccia, gambe e volto e sulla parte posteriore della testa c’era una profonda ferita dalla quale fuoriusciva parte della massa celebrale. Strinsi tra le mani la cartelletta e la allontanai da me per sottrarla al mio sgurado, ma non potevo in nessun modo getterla troppo lontano.

Guardai la mia scrivania ingombra di quei documenti e mi sembrava che avessero invaso non solo il mio ufficio ma  la mia intera vita. Cosa significavano? Chi li aveva inviati? Perchè? Alzai immediatamente il telefono spiegando ai miei colleghi la situazione, convocandoli subito in ufficio. Solo all’ultima telefonata mi accorsi di un biglietto piegato in quattro parti dentro la teca numero 5. Poche parole: “Guardatevi le spalle e vedrete il futuro!”

Appiccicai il foglietto sulla lavagna dietro la mia sedia  e mi misi in attesa degli altri. Non sapevo ancora che la scelta di condividere il contenuto di quella busta avrebbe costretto di lì a poco me e altre quattro persone a cambiare totalmente vita. Per sempre.

(pubblicato il 4 giugno 2011)

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[Tempo:23 dicembre, giorno, ore 7.30 – 8.30]
[Luogo: periferia città italiana]
[Personaggi: A. (maschio, 30 anni, italiano)]

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