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Quattro chiacchiere con…

In Ponti di vista on giugno 6, 2011 at 8:41 pm

Festival dell’Economia 2011 – “I confini della libertà economica”

Roberto Maroni / Valore economico e potenzialità dei flussi migratori. High qualificate immigrate e immigrati irregolari. Cervelli in fuga e cervelli da importare. Zingaropoli e promesse di cancellazione dei decreti flussi.

Tante parole ma di fatto nessuna novità all’orizzonte. E altro tempo sprecato nel non dare una nuova lettura ad un fenomeno esistente da sempre e che possiamo immaginare ci accompagnerà ancora per diverso tempo: la migrazione delle persone. Roberto Maroni ha interpretato al meglio il suo ruolo di “uomo delle istituzioni”, poco leghismo di pancia e molta retorica di governo. Un discorso moderato  il suo. E’ stato aiutato in questo compito da interlocutori poco proponsi a stimolare il ministro sulla sua nuova inaspettata cultura europeista, o sulle recenti vicende lampedusane, o ancora su politiche immigratorie (italiane, europee e mondiali) che sembrano tenere in considerazione solo l’effetto finale – l’arrivo – e non le motivazioni storiche che hanno diviso il mondo in paesi di partenza e paesi di destinazione/destino.

Cosa fare per il futuro? Oltre a posizioni economiciste e proposte lasciate a mezz’aria nessuna ipotesi è stata davvero approfondita. Forse la prima necessità sarebbe quella di provare ad andare alla radice della questione, non fermandosi alla superficie di un tema tanto complesso. Sarebbe un primo passo, necessario. Permetterebbe di superare la semplice e algida conta degli immigrati necessari e ci farebbe ricordare che il mondo dovrebbe essere uno, e come tale andrebbe pensato.

L’ambizione che si dovrebbe cullare e l’obiettivo che si dovrebbe perseguire sono quelli che in ogni angolo del mondo siano garantite le opportunità (economiche, sociali e politiche) di restare e di avere speranza di vivere bene nel proprio paese di origine e – allo stesso tempo – siano sempre di più allargate le possibilità di muoversi, di viaggiare e di stabilirsi altrove. Unendo questi due aspetti, garanzie alla pemanenza e opportunità nella migrazione, forse  si potrebbero iniziare a delineare nuovi concetti di libertà e democrazia comuni a tutto il pianeta. Questa prospettiva è però oggi ben lontana dal prendere forma, da un lato per il perdurare di guerre e condizioni di diseguaglianza economica e sociale per milioni di persone costrette alla fuga piuttosto che al viaggio, dall’altro per il tentativo di un monitoraggio sempre più stretto sui confini europei – e non solo – e sui flussi delle persone al fine di bloccarli, regolamentarli, averne il controllo. L’Europa degli ultimi anni è fotografia precisa di questo scenario.

Nel complesso chiacchierata decisamente deludente.

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Federico Rampini / Cina, India, Brasile, Turchia, Indonesia. Obama. Nuovi equilibri globali. Curiosità.

Si può scrivere una recensione di un incontro utilizzando solo domande? Federico Rampini, in un’oretta di intervento, è riuscito ad aprire una lunga serie di parentesi – dal ruolo di Obama e degli Stati Uniti fino ai limiti e ai pregi della libertà in Cina – capaci di portare gli ascoltatori ad avere bisogno di approfondire, di conoscere meglio per capire. Non è forse questo che dovrebbe fare un relatore?  A mio modo di vedere sì.

E allora viene da chiedersi come proseguirà la “lenta e decorosa decadenza americana”, guidata da una figura così particolare e innovativa – credo lo sia davvero – quale è Barack Obama e quale sarà il nuovo equilibrio mondiale non più basato sulla contrapposizione nord/sud e sulla predominanza assoluta dell’occidente sul resto del mondo. Come cambierà la vecchia forma “the west and the rest” – già ampiamente superata dalla realtà – in un mondo che vede spostarsi il proprio baricentro (economico e non solo) verso aree geografiche  solo fino a pochi anni fa ritenute di scarsa importanza e dove gli altri non sono più disposti ad essere invisibili? Di fronte a questo nuovo scenario qualcuno saprà, in un’Europa rimasta ai margini nell’affrontare i cambiamenti che la circondano, accettare la sfida di condividere con altri – cinesi, indiani, brasiliani, nordafricani o americani – le proprie competenze, le proprie esperienze, la propria cultura per la costruzione di un futuro comune? In quali ambiti sarà possibile fare questo, ora che è davanti agli occhi di tutti – anche i più disattenti e scettici – la fortissima richiesta di libertà, democrazia e futuro da parte di ampie fette della popolazione mondiale?

Tante domande, tanti spunti e immagino tante possibili risposte.

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Emma Bonino / Migrazioni, luoghi comuni, idee confuse.

Ho sempre apprezzato la franchezza di Emma Bonino, e in generale dei Radicali,  nell’affrontare le questioni politiche nazionali e internazionali. Mi aspettavo quindi che nell’affrontare la tematica dei “Nuovi confini dell’Europa”  sapesse esprimere un punto di vista che uscisse dagli schemi della real politik e dei luoghi comuni. Nel giorno dell’ennesima tragedia nel mar Mediterraneo – 150 dispersi al largo delle coste libiche – mi attendevo si potesse ragionare dell’assurdità di confini che sono trappole mortali e non punti di contatto tra popoli diversi, della necessità di tentare percorsi di ampliamento dell’Europa ben oltre le regole di Schengen e dell’obbligo di rompere quel clima di assuefazione, abitudine, distacco (ben descritto nell’articolo di Claudio Magris) che ci porta a discutere del tema dell’immigrazione con lo stessa freddezza con cui ci curiamo dei nostri interessi nazionali di import/export.

E così – non in maniera troppo diversa da come aveva fatto Maroni due giorni prima – si discute di cervelli in fuga e cervelli da attrarre, di “immigrati che servono a noi”,  di quote di ingresso e di criteri chiari per differenziare profughi da migranti economici. Tutto molto semplice, tutto molto lineare. Tutto molto political correct. Tutto molto…banale.

Non basta la battuta sul “for dai bal” leghista – che conquista l’applauso generale – a dare corpo ad un discorso, come non possono essere spiegate le dinamiche migratorie dicendo che “gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare”. Non si può dare per scontata l’esistenza all’infinito di migrazioni per motivi umanitari – e di riflesso la nostra capacità di accogliere -, ma vanno percorse tutte le strade per sanarne le fonti scatenanti (le guerre, le diseguaglianze economiche e sociali, le crisi ecologiche, ecc.), per ridurre le distanze tra mondi ancora divisi e per favorire davvero la circolazione delle persone, non più solo sulla direttrice povertà-ricchezza. Un mondo più equo sarebbe condizione capace di farci diventare tutti sia ospiti che viaggiatori in cerca di ospitalità. Sarebbe un mondo diverso e migliore.

La chiacchierata con Emma Bonino è stata superficiale. Peccato.

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