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Mediterraneo e immigrazione / intervista a Pedro Miguel *

In Occhi sul mondo on giugno 16, 2011 at 9:45 pm

– E’ possibile oggi fare una panoramica generale sulle trasformazione dei flussi migratori?
Più di 50 anni fa, l’allora presidente dell’Algeria Houari Boumediene aveva fatto una profezia che oggi si sta realizzando e che noi stessi stiamo vivendo. Egli disse: “Verranno i giorni in cui i colonizzati si riverseranno nei paesi colonizzatori a presentare i conti”. Le indipendenze degli stati africani ci sono state, ma solamente dal punto di vista politico. Oggi sono ancora presenti dipendenze economiche, psicologiche e linguistiche che vincolano l’Africa all’Europa.
“Voi (africani) per esser qualcuno dovete essere come noi (occidentali)”. E’ questo lo slogan insito in ogni africano. “Se si va alla fonte, se si tocca personalmente l’Europa,  si diventa migliori.” E’ questo il pensiero della maggior parte degli africani. Prima abbiamo impoverito il loro essere (il lato antropologico dell’Africa): “pagani”, “selvaggi”, “incapaci”, “pigri”, “matumbos” (…), così noi occidentali abbiamo definito gli africani; dopo, li abbiamo impoveriti nel loro avere (le loro ricchezze): petrolio, diamanti, altri minerali, caffè, cotone, risorse umane (…). Questo ha significato la detenzione delle ricchezze e la loro gestione nelle mani degli occidentali.  Questi meccanismi coloniali e post-coloniali hanno attirato verso l’Europa migliaia di persone: per gli studi e per realizzarsi personalmente. Quando in Africa la situazione è esplosa – e implosa -, ecco che si sono spalancate le porte verso l’Europa. I migranti stanno cercando il benessere che noi europei abbiamo tolto ai paesi colonizzati. Ecco che Lampedusa geograficamente è il luogo più semplice da raggiungere e la soluzione più veloce. Se l’isola di Lampedusa è il risultato geografico, Ventimiglia (e più in generale la questione delle frontiere) invece è l’esempio di un voler negare a se stessi la responsabilità della colonizzazione.

– Da parte del governo italiano abbiamo visto mettere in campo una gestione dei flussi migratori fatta di un continuo stato di emergenza. Il numero delle persone che in questo momento migrano verso Nord possono essere motivo di disaccordi e scontri a livello Europeo?
In Italia ha trovato spazio il razzismo. Esso ha mille volti e mille linguaggi. C’è un problema oggettivo, a Lampedusa ho visto le barche arrivare ed effettivamente mi hanno spaventato.
A Bari – dove attualmente vivo e insegno – sento spesso dei commenti come “gli immigrati sono in troppi, arrivano in molti, dove li mettiamo?”. E quando mi capita di chiedere a qualcuno se ha avuto occasione di ospitarne almeno uno tutti mi dicono di no. Ecco che ancor prima del loro arrivo, ancor prima di aver avuto un contatto queste persone creano un fastidio a priori. La loro presenza è sinonimo di disturbo per quelli che non hanno mai mosso un dito per conoscere e capire.
A mio avviso è un po’ come quello che è successo nel colonialismo. Chi ha colonizzato non ha nemmeno provato ad imparare le  lingue locali, tranne qualche rara eccezione. E questo è il risultato. Non ci accorgiamo che rifiutando l’altro, rifiutiamo parte di noi stessi. Non ci rendiamo conto che il gap che si viene a formare laddove consideriamo indesiderato chi dobbiamo ancora conoscere deriva dal fatto di rifiutare e negare qualcosa di nostro, ciò che tanti anni fa abbiamo innescato con la colonizzazione.
L’emergenze c’è, noi tutti conosciamo la difficoltà oggettiva identificata nei barconi che arrivano a Lampedusa, ma la domanda è: dov’è la potenza europea dell’evangelizzazione e della civilizzazione adesso? Dov’è l’Europa tanto potente in Africa? Sembra non esserci – qui e adesso – la sua forza che tutti conoscevano. Naturalmente,  non possiamo non riconoscere gli sforzi di quelle associazioni e di  quelle voci che difendono i valori della solidarietà e gli esprimono nei confronti degli stranieri anche dei più deboli. Ma altrettanto non possiamo negare che queste espressioni spesso vengono soffocate da chi ha potere decisionale.
Parlando delle reazioni verso le migrazioni si può affermare che sono state gestite con un approccio che è in tutto e per tutto europeo: quello dell’emergenza. Si sarebbe potuto studiare metodi, approcci e capacità operative di gestione in grado di evitare azioni solo dettate dall’emergenza. Sono cinque secoli che gli Europei stanno in Africa. Eppure, anche negli ambienti dei luminari universitari, c’è chi dice che “c’è paura del diverso perché non lo si conosce”(!)

– Si sente spesso la frase: “adesso che hanno la libertà, scappano da noi”. Qual è secondo lei la connessione fra rivolte nord africane e migrazioni dall’Africa oggi?
Vi porto un esempio che vuol essere una metafora per farvi comprendere cosa sta succedendo. Se noi mettiamo gas in una bottiglia, la bottiglia regge fino ad un certo punto. L’Africa è stata premuta e riempita di gas, ma la pressione ha raggiunto il limite e adesso si sta assistendo al suo scoppio. In questo contesto i risultati nel Nord Africa sono state le rivolte. Ma la questione è che coloro che arrivano sui barconi non provengono tutti dal Nord Africa, ma anche da altri paesi. La gente che muore nel Mediterraneo non arriva solamente dal Nord del continente, le persone immigrate sono per la maggior parte di altri paesi africani.
Il problema in questo caso è riuscire a capire dove sono i loro capi? Chi parla di loro e dei loro paesi che tanto collaborano con altri paesi europei in affari economici? Chi parla dei contratti che in Europa vengono sanciti con i loro paesi? Chi parla delle persone “amiche” ed europee degli stati africani con i quali firmano accordi economici? Nessuno ne parla, nessuno parla del problema effettivo. Dove sono i capi africani con cui gli italiani stipulano accordi commerciali?
I documenti ci dicono che i paesi africani sono i più corrotti del mondo (vedi rapporti “Transparecy International”), ma se c’è un corrotto ci deve essere anche un corruttore. E i corruttori in Africa non possono essere i morti di fame. Questi corrotti quando vengono, ad esempio, qui in Europa dai corruttori, con lacrime da coccodrillo, a chiedere “aiuti per i loro popoli”, vengono a tutti gli effetti coccolati. Una volta ottenuti, però, questi aiuti rimangono nel ristretto ambito della loro corte. E i benefattori lo sanno o sarebbero in grado di saperlo benissimo.

– Quali soluzioni efficaci si potrebbero trovare?
Coloro che non ci vogliono qui, sono coloro che rovinano l’Africa e gli africani. Il razzista qui lo è anche in Africa e con l’Africa. Lui dice che aiutiamo gli africani a casa loro. Ma da razzista, il suo aiuto non può non  rimanere  razzista.  Nessuno parla di questo. Nessuno fa delle analisi su questo. L’Africano che dall’Europa si vede costretto a ritornare in Africa dopo aver conosciuto il posto angusto che c’è per lui in Europa rappresenta un germe di guerra in più. Il sentimento con il quale la persona africana ritorna a casa sarà alimentato da un desiderio di creare maggior conflitto. Dunque c’è la profonda necessità di un cambiamento e prima di tutto esso deve essere antropologico. Basta “evangelizzare” e “civilizzare” l’Africa con mentalità europea: se andiamo ad analizzare bene le cose, troviamo che l’”animista” africano è più vicino al Dio biblico, piuttosto che tanti uomini italiani evangelizzati e civilizzati della Lega Nord e altri che avrebbero bisogno, forse, di un altro tipo di  evangelizzazione e civilizzazione (cfr. P.F. Miguel, Kimbanda. Guaritori e salute tra i Bantu dell’Africa Nera, Edistampa/Nuova Specie, Troia – FG 1997, capp. 10 e 11).

– Per molto tempo in mezzo al Mediterraneo è resistito un muro che solo le ricchezze potevano oltrepassare, ma non le persone. Oggi questo muro è caduto e come dentro vasi comunicanti le persone seguono il benessere immaginato. Nelle migrazioni, quali sono i motivi che portano a decidere di muoversi verso l’Europa?
Prima di esser stati impoveriti nell’avere lo siamo stati nell’essere, come ho detto in precedenza. La povertà antropologica continuerà per sempre se l’africano non verrà riconosciuto come soggetto storico. Gli europei ci hanno portato un sacco di mali (ed è discutibile quando si parla dei “beni” che hanno operato in Africa se in cambio di questi beni gli africani sono stati privati della loro cultura, dei loro nomi, dei loro riferimenti storici).  Ma mentre nei loro paesi europei ci sono gli antidoti per questi mali, nei paesi africani tali antidoti non funzionano nello stesso modo.
Le migrazioni sono attirate prima di tutto a causa di una, se così possiamo chiamarla, calamita antropologica: per essere qualcuno bisogna essere come un europeo. Il modello è quello bianco. Un esempio: molti africani delle nuove generazioni non sanno parlare la lingua materna (locale). E di questo, spesso, vanno orgogliosi.  D’altro lato, però, altrettanto spesso si nota che non parlano nemmeno bene la lingua del colonizzatore. Toccare il modello, dunque toccare la terra europea da quel qualcosa in più di quello che si riceve dallo stare in Africa. Come si può riempire questo vuoto? Si può riempire innanzitutto attraverso la scuola e l’educazione, ma perché avvenga bisogna dare la possibilità di fare educazione anche all’africano, iniziando in questo modo a riconoscerne soggettività ed autonomia.

– Il futuro dell’Europa in relazione ai flussi migratori. Ciò che vediamo in questi mesi deve essere come sola criticità o anche come speranza futura?
Sul lato sociologico è difficile determinare il futuro. Ma guardando alla storia si può pensare che le forze che si stanno muovendo e facendo sentire, sia in Africa che in Europa, non verranno del tutto soffocate. Ci sarà spargimento di sangue – ancora una volta -, ma dei cambiamenti saranno ottenuti da chi li sta chiedendo. Pensate ad esempio alla schiavitù. Sembrava essere una storia senza fine, ma l’Africa nonostante ciò è ancora lì, che si muove, che canta, che balla e prega. Queste forze, secondo me, porteranno a qualche cambiamento.

– In futuro – dal suo punto di vista – sarà possibile la costituzione di un continente Euromediterraneo?
Quando gli uomini capiranno che ci sono delle similitudini fra di loro e che viviamo questa vita e questo mondo per il bene comune allora si che sarà possibile. Il Mediterraneo è ed è stato luogo di scontri, ma anche luogo di pace e d’incontri. Quando riconosceremo che la radice della specie umana è una ed è uguale per tutti; quando ritorneremo alle radici dell’uomo; quando consoceremo le zone comuni a tutti gli uomini come la volontà di vivere senza dolore allora riusciremo a costruire il bene comune e così anche un continente condiviso dove vivere.

* angolano, filosofo e antropologo, docente presso l’Università degli studi di Bari.

Intervista raccolta da f. e Francesca Bottari.

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