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Una storia da raccontare / 4.

In Una storia da raccontare on giugno 16, 2011 at 9:47 am

Quando il giorno è lungo e la notte, la notte è tua soltanto,
quando sei sicuro di averne avuto abbastanza di questa vita, beh allora aspetta. *

Roberto, Irene, Barbara e Giulia arrivarono uno dopo l’altro – salendo velocemente le scale – sedendosi attorno al tavolo che usavamo per le riunioni. Come sempre, insieme.
Passammo tutto il pomeriggio ad interrogarci su cosa significassero quelle parole, e soprattutto che legame avessero con quelle cartelle cliniche. Con la morte del senzatetto della settimana scorsa. Con noi. Al centro, sparpagliate, le teche gialle contenute nella busta. Sulla lavagna alle mie spalle il foglietto con il testo. Gli occhi di tutti erano concentrati su quei documenti.
Non sapevamo da dove cominciare. Avevamo condotto battaglie legali per il rilascio di permessi di soggiorno, bloccato sfratti esecutivi, occupato insieme ai ragazzi del centro sociale alcune case per poter ospitare persone altrimenti costrette a dormire all’aperto. Avevamo portato in tribunale qualche agente di polizia capace solo di usare il manganello. Ma qui si aprivano scenari che mai avremmo potuto immaginare. E che ancora faticavamo ad interpretare. Si parlava di morti, morti ammazzati.
I dati di cui eravamo in possesso potevano significare qualunque cosa. Ma quale era la strada giusta da seguire? Quale il primo passo?  All’ora di cena, dopo lunghi silenzi che precedevano e seguivano discorsi che diventavano appunti disordinati sui nostri taccuini, decidemmo di prenderci un po’ di tempo per riflettere con calma.
Io e Irene ci offrimmo per andare a comprare qualcosa da mangiare, mentre gli altri sistemavano l’ufficio e sbrigavano alcune faccende rimaste in sospeso nella nostra attività abituale che per l’intera giornata avevamo tralasciato. Uno sfratto per morosità, due ricorsi su altrettanti dinieghi di rinnovo di permesso di soggiorno per due giovani eritrei, la stesura di una memoria difensiva. Ordinaria amministrazione. Non come la questione che ci aveva impegnati, senza risultati, tutto il pomeriggio. Scendemmo nel parcheggio e prendemmo la mia macchina, una vecchia utilitaria degna di un aspirante avvocato, dal presente mal retribuito e dal futuro incerto. Percorremmo le vie centrali della città, sgombre e buie, fino a raggiungere il ristorante gestito da una famiglia vietnamita che solitamente sceglievamo per le cene di lavoro in ufficio. Prezzo basso, porzioni abbondanti.
Aspettando il nostro turno sia io che Irene non aprimmo bocca. Si percepiva una tensione che raramente c’era tra noi. Ci conoscevamo da anni, dai tempi dell’università. Le lezioni, lo studio in comune, gli esami, i collettivi della facoltà, le serate ai concerti in città, non in rigoroso ordine di importanza. Lei si laureò prima di me e trovò subito lavoro presso uno degli studi più rinomati della città. Era un’ottima avvocatessa, puntigliosa nello studiare i fascicoli e brillante in aula come nella vita.
Lavoravamo insieme allo sportello del centro sociale fin dalle prime iniziative in difesa dei cittadini rumeni che vivevano nella nostra città. Due anni di impegno per permettere loro di rimanere. In tutto quasi dieci anni spalla a spalla, tra alti e bassi, tra piccole gioie e tremende delusioni. Conoscevo i suoi occhi e tutte le espressioni che assumevano. Li conoscevo bene e sapevo cosa nascondevano. Quella sera erano preoccupati e allo stesso tempo curiosi. Ero sicuro che sarebbe voluta arrivare fino in fondo a questa storia, ma ero altrettanto certo che quelle foto e il mistero che contenevano l’avevano turbata.
Mentre ci veniva consegnata la cena, le lanciai uno sguardo, le sorrisi e lei capì immediatamente che i suoi sentimenti erano gli stessi che provavo io. Anche sul suo viso si aprì un sorriso, uguale a dieci anni prima, bello e intenso come dieci anni prima.

Tre pizze, quattro porzioni di patatine, dieci lattine di birra, quattordici euro e cinquanta centesimi. Prezzo imbattibile.

Uscimmo dal ristorante. Il buio era tutto attorno. Negli ultimi cinque anni, da quando al governo c’erano i partiti di estrema destra – di chiaro stampo razzista – la città soprattutto nelle ore notturne era decisamente vuota, quasi irriconoscibile rispetto a poco tempo prima. Ultimamente eravamo tra i pochi che alle dieci di sera uscivano tranquillamente per strada durante la settimana. Il fine settimana non era poi così diverso. Era consigliato rimanere in casa e le opportunità di incontro erano rarissime, se non quelle proposte dalla stessa amministrazione comunale. Il centro sociale era rimasto uno dei pochi luoghi dove provare ad immaginare una città diversa.
Entrai in macchina per primo, aprendo poi la porta di destra per fare entrare Irene. Accesi la radio – come facevo sempre – scegliendo di ascoltare un cd per quel breve tragitto. Speravo fosse rimasto inserito l’ultimo album di J Mascis, storico frontman dei Dinosaur Jr. Igranai la retromarcia e accellerai ma subito schiacciai il freno.
Dagli altoparlanti sfondati dell’auto usciva una voce che in un italiano preciso e dal tono aciutto diceva: “Tutti soffrono. Non fermatevi alle foto. I nomi che dovete cercare sono altri. E’ cominciata la pulizia delle strade di questa città. E’ solo l’inizio. State molto attenti, qualcuno vi osserva e sa che sapete. Sono coinvolti in molti, più di quanto possiate immaginare. Cercate dove l’etica sembra ineccepibile. E’ lì che la gramigna trova terreno fertile.”
Non dissi niente. Nemmeno Irene proferì parola. Inserii la prima e in pochi minuti arrivammo nel parcheggio del centro sociale. I pacchetti del vietnamita rimasero sui sedili posteriori, portammo con noi solo il cd e le birre.
Riascoltammo alcune volte il messaggio. Trascrivemmo il contenuto sul computer e su alcuni fogli per analizzarlo meglio. Ci aspettava una lunga notte e chissà quanti lunghi giorni. I destini delle cinque persone attorno a quel tavolo, già legati strettamente, da quella sera erano indissolubili.

(pubblicato il 16 giugno 2011)

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[Tempo:23 dicembre, giorno, ore 10.00 – 21.00]
[Luogo: periferia città italiana, interno ufficio, auto, ristorante]
[Personaggi: A. (maschio, 30 anni, italiano); Irene (donna, 29 anni, italiana); Roberto (maschio, 35 anni, italiano); Barbara (donna, 34 anni, italiana); Giulia (donna, 27 anni, italiana)]

* R.E.M. – Everybody hurts

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