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Politica internazionale / intervista a Gianpaolo Calchi Novati *

In Occhi sul mondo on giugno 19, 2011 at 8:24 pm

– In Libia si continua a combattere senza un’apparente via d’uscita, in Siria si muore uccisi dall’esercito senza che nessuno dica o faccia nulla, lo Yemen è sull’orlo di una guerra civile. Provocatoriamente verrebbe da chiedersi se è questa la seconda fase della primavera araba?
Se per prima fase si intendono i fatti avvenuti in Tunisia e Egitto probabilmente le due situazioni sono irripetibili. Questi due fatti hanno scatenato per contagio tante altre crisi in situazioni decisamente diverse, mentre la rapida soluzione in Tunisia e in Egitto si è avvantaggiata anche della forza degli stati, di una particolare prospettiva storica, di istituzioni stabili e di una certa real politik delle classi dirigenti – in parte anche delle popolazioni – che hanno ritenuto che fosse fondamentale garantire una successione controllata. In altri casi, lo stato meno forte, istituzioni meno stabili, una successione meno facile – anche per la stessa complessità della società – in Siria, in Yemen, in Libia (paese molto diviso malgrado lo sforzo di Gheddafi, descritto bene dalla massima “la Libia sono io, io sono la Libia”, di sostituire con un regime personalizzato le storiche divisioni) impone di capire come sia possibile assestare le crisi. Sicuramente questa situazione di stasi è un primo segnale della difficoltà della transizione, così come è stata difficile in tutti i paesi usciti da regimi autoritari dentro un meccanismo di produzione economica più o meno succube del sistema capitalistico mondiale senza avere le capacità di controllare le proprie risorse e i propri investimenti. Che ci fosse una crisi all’interno della transizione era già emerso nel corso dei processi laddove ci sono situazioni complesse, dove giocano un ruolo importante anche rapporti internazionali più articolati. Infatti Egitto e Tunisia erano più o meno nell’orbita del mondo occidentale, per quanto riguarda la Libia invece ci troviamo forse di fronte al regolamento dei conti dell’occidente nei confronti di Gheddafi. La complessità dei paesi coinvolti – Yemen e Siria in primis – può almeno in parte spiegare il perdurare di questa incertezza sull’evoluzione della primavera araba.

– Prosegue in ogni caso l’utilizzo di un doppio (o triplo) standard rispetto all’intervento internazionale – in Libia sì, in Siria no, in Yemen ni – con risultati dubbi in ognuna di queste situazioni. Cosa ne pensa?
Io penso che gli interessi nazionali e politici non siano di per se riprovevoli. L’aspetto problematico è quando gli interessi politici, nazionali o addirittura di potenza vengono ammantati da motivi pseudoetici o umanitari. Allora compare evidentemente la contraddizione e in casi alcuni si prendono anche decisioni sbagliate – tentando di essere coerenti – quando la coerenza è ostacolata da tutt’altre motivazioni di fondo. Questa apparente discrasia di atteggiamento è data dal fatto che questi interventi non sono mai neutrali. Se fossero neutrali infatti, in qualunque contesto ci troverebbero sempre dei buoni argomenti per un’operazione – sia essa di interposizione, di mediazione, di assestamento, di uso regolamentato della forza – ma visto che gli interventi non sono mai neutrali è altrettanto evidente che i comportamenti sono diversi in ogni caso, come ci conferma la situazione nordafricana.
D’altra parte il sistema internazionale è obiettivamente destabilizzato dal fatto che non c’è ne una potenza egemonica e sicura di sé (ad esempio gli Stati Uniti, sicuramente una potenza militare, non hanno la stessa potenza nel raggiungere gli obiettivi di questi interventi che sono sempre più politici e culturali e non più raggiungibili sol con l’uso della forza) e dal processo di passaggio ad un multilateralismo che fa moltissima fatica a decollare. Pensiamo alla differenza – rimanendo in Europa, quindi vicino a noi – tra l’espansione della Comunità Europea verso est che è stato elemento di stabilità riconosciuto in maniera unanime e il parallelo allargamento della Nato che ha portato sull’orlo della guerra in Georgia e in Ucraina. Quindi ci sono dei processi, all’apparenza simili, di regionalizzazione e di multilateralismo che in questa fase di transizione rischiano di essere destabilizzanti così come la crescita di grandi potenze economiche in una parte del mondo che era da sempre abituata a subire l’influenza o il dominio del nord.

– Da tempo non si parlava con tanta insistenza di Mediterraneo. La storia di questo mare è ricca di guerre e di tragedie, ma anche di incontri e di storie di meticciato tra i popoli che abitano le sue due sponde. A sue modo di vedere negli ultimi mesi – a seguito della rivoluzione dei gelsomini – il mar Mediterraneo ha assunto maggiormente il ruolo di ponte fra nordafrica ed Europa oppure di barriera tra due mondi ancora molto distanti?
Barriera non credo perché gli interessi di tutti sono basati sugli scambi. Scambi disciplinati e controllati, ma comunque scambi. Scambi di merci e di capitali, scambi – magari in misura minore – di persone. Il Mediterraneo e la politica mediterranea è il più grande fallimento dell’Europa ed uno dei rari casi in cui un ente inutile è stato soppresso. Il patto di Barcellona – che nel 1995 aveva aperto tante prospettive – aveva infatti stabilito per la prima volta un partneraiato, una parola molto impegnativa, tra Europa e Mediterraneo. Nel 2005, nel decimo anno dalla sua firma, una volta constatato che gli obiettivi non erano stati raggiunti e probabilmente non erano raggiungibili nemmeno in futuro l’accordo è stato soppresso, sostituito dal concetto di buon vicinato che in realtà viene utilizzato anche con le zone marginali dell’Europa stessa. La politica mediterranea dell’Europa quindi è finita e credo sia un po’ illusorio riprenderla ora.
La mia interpretazione è che la guerra in Libia può aver segnato la fine dell’illusione o dell’interesse delle potenze politiche europee – Francia in testa – a gestire politicamente i rapporti con il Mediterraneo e invece la tentazione di imporre di nuovo, seppur in forme diverse dal passato, il modello coloniale.
Dobbiamo ricordare che il colonialismo è già stato un punto di rottura con una tradizione preesistente, di cui Braudel è stato l’aedo, che vedeva nel Mediterraneo il luogo di incroci mutui e reciproci. Con il colonialismo si è creata una linea divisoria della sovranità, cioè il sud è stato privato della sua sovranità e il colonialismo – che ha l’obiettivo della riductio ad unum – non ha più nemmeno riconosciuto l’identità culturale della sponda sud. Quello che si è tentato di fare nel periodo della decolonizzazione è stato molto faticoso per superare la storia del colonialismo, e non dimentichiamo ad esempio che l’esodo dei francesi dall’Algeria o degli italiani dalla Libia ha rappresentato un fallimento di questa prospettiva di compartecipazione, come a dire che dove c’è il potere arabo non c’è più posto per gli europei. E di conseguenze che gli europei possono rimanere nel mondo arabo solo a condizione di detenere il potere politico in mano. Questa situazione è diventato un ostacolo insuperabile alla restaurazione di un rapporto paritario fra la sponda nord e la sponda sud del Mediterraneo.
In effetti il fallimento dell’accordo di Barcellona si è percepito soprattutto quando è stato chiaro che gli europei volevano soprattutto controllare i traffici, l’immigrazione, il terrorismo, mentre gli arabi – forse confusamente -volevano qualcosa che fosse simile alla complementarità, al cosviluppo e alla libertà di movimento. Le due prospettive erano evidentemente diverse e antitetiche e il fallimento non è esclusivamente nominalistico, ma di sostanza.
Riemergere da questo fallimento non sarà facile, soprattuto dopo questa fase storica che poteva riaprire realmente il discorso su basi nuove anche se – a mio avviso – il fatto che i nostri  interlocutori precedenti nel nordafrica fossero dittature non ha avuto un ruolo decisivo.
La democrazia – a cui si tende in questo momento – in teoria può rendere più omogenei i rapporti tra i due interlocutori però la democrazia è anche un sistema politico che lascia incerti gli sviluppi. Il pluralismo è un interrogativo per chi è abituato (nda l’occidente) a una gestione di vigilanza e di controllo per trarne i vantaggi economici e strategici. Quindi perché questo meccanismo euromediterraneo si metta in moto in un contesto in cui gli stati arabi  – con grandi difficoltà – imboccano la strada di democratizzazione è necessaria una grossa revisione critica di come il nord gestisce la sua politica nel mondo. Ci sono dei privilegi di cui il nord deve disfarsi, perché non sono compatibili con una redistribuzione delle risorse.

– Al Festival dell’Economia appena concluso a Trento si è affrontata in diverse conferenze la situazione nordafricana. Lo si è fatto spesso ponendo al centro questioni economiche e di opportunità nella costruzione delle relazioni con il sud, con in secondo piano le questioni culturali e sociali. Non crede che sia eccessivamente enfatizzata la questione economica nella lettura dei contesti politici mediterranei?
Il ragionamento – per assurdo – potrebbe anche essere rovesciato, perché la cultura è un elemento cruciale, molto sensibile. Nel momento in cui la cultura diventa elemento di scontro, se si fa della globalizzazione un processo che dall’economia sconfina nella cultura lì diventa tutto più difficile da realizzare. Perché il mercato in fondo lo conosciamo, non è la soluzione ideale dei problemi – come sappiamo – ma possiede una sua logica. Paradossalmente gli interessi economici e gli interessi materiali oggi uniscono di più le due sponde del Mediterraneo, mentre l’elemento culturale invece rischia di diventare elemento di divisione. Non dimentichiamoci infatti che le visioni sul Mediterraneo sono state molteplici.
Abbiamo citato la teoria di Braudel  che dice che la forza del Mediterraneo è stata la sua pluralità riconosciuta in quanto tale e della quale non si è mai cercato di offrire una sintesi uniformatrice. Una pluralità accompagnata a molti scambi paritari, che fino a quando hanno mantenuto questo caratteristica di reciprocità – c’erano i datteri e la palma e non il petrolio – hanno permesso che l’accettazione della diversità culturale fosse un dato aggiuntivo di valore. Accanto a questa teoria c’è però quella di un altro importante storico francese, Henri Pirenne, che dice che dopo l’avvento dell’Islam la separazione tra nord e sud del mondo è diventata irreparabile.  Nel suo libro – Mahomet et Charlemagne – fa infatti riferimento alla diversità tra visione carolingia e musulmana.
A mio modo di vedere l’invocazione un po’ astratta del fattore culturale come di unità euromediterranea non possa essere vincente fino a quando non si parte da un presupposto di riequilibrio delle risorse e delle ricchezze dal quale non si può prescindere.
Prendiamo ad esempio un argomento che può sembrare collaterale: le donne. La donna che vive in una società maschilista, che discrimina gli immigrati, che discrimina i poveri e il sud avrà bisogno dei suoi uomini per essere protetta e difficilmente si potrà liberare autonomamente da tutti i condizionamenti che il padre, il marito o il fratello maggiore impongono su di lei. La donna infatti allo scoperto da questa protezione non può affrontare la società maschilista, che discrimina gli immigrati, i poveri e il sud del mondo. Partendo anche da questo discorso molto banale si può comprendere come certi discorsi basati esclusivamente su un riscatto legalistico dalle forme di ingiustizia e di ineguaglianza scontano che questo da solo non possa essere sufficiente, quando l’uguaglianza sta a monte come creazione di condizioni generali di giustizia che poi vadano a risolvere anche le questioni specifiche.

– Quindi quale può essere il fattore che fa muovere la società verso il riequilibrio di cui lei parla?
Il paradosso mio – che passo per essere un terzomondista – è che spiego che molte responsabilità sono delle forze che potremmo definire progressiste dell’Europa. Sono le forze europee che devo ripensare un modello di società continentale che sia in grado di convivere con un modello di società araba o africana superando tutti i condizionamenti che determinano la diseguaglianza. C’è un tremendo divario che alla lunga deve essere difeso con la forza – come avviene di fatto – oppure porta a rivedere l’ordine sia a sud che a nord. E questo secondo scenario lo può interpretare solo una forza politica che abbia una visione sufficientemente ampia di prospettiva, che non rincorra solo piccoli successi elettorali e di comunicazione, perché va riconosciuto che il problema è grandissimo e non è un’invenzione.
Va tenuto anche presente che le forze di sinistra hanno una base elettorale che soffre di più il problema dell’immigrazione degli elettori del centrodestra, che traggono vantaggio dagli immigrati come forza lavoro o come garanzia di un welfare altrimenti difficilmente sostenibile. Non va dimenticato però che rispetto ai salari da lavoro dipendente l’influenza dell’immigrazione è stata negativa, perché pur escludendo una concorrenza diretta sul singolo posto di lavoro è evidente che il valore dei salari fissi è andata diminuendo in relazione all’arrivo di una manodopera – così come la definirebbe Karl Marx – offerta a basso costo. Quindi c’è da conciliare una serie di principi ideali, che giustamente le forze di sinistra, magari in maniera confusa, cercano di mantenere con quelle che sono le aspettative di chi le dovrebbe votare.
Per questo parlavo inizialmente di una forza politica progressista che abbia una visione abbastanza ampia che permetta di far capire tutta quella serie di concessioni reciproche che può portare al superamento di una situazione di crisi, che altrimenti è destinata a riprodursi continuamente in scontro.

* Gianpaolo Calchi Novati è laureato in Giurisprudenza. Ricercatore, fra gli altri, all’Istituto di Politica Internazionale di Milano e al Center of African Studies di Boston e dell’Ucla di Los Angeles. E’ stato direttore dell’IPALMO a Roma. Visiting professor all’Università di Addis Abeba, ha tenuto corsi e seminari alle Università di Milano, Pisa, Urbino, Tunisi, Nairobi e Città del Messico. E’ titolare all’Università di Pavia della cattedra di Storia e Istituzioni dei Paesi Afro-Asiatici.

Intervista raccolta da f.

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