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Un’iniezione di vitamina C.

In Ponti di vista on luglio 19, 2011 at 9:54 pm

Il Paese visto da fuori.
Sono mancato tre settimane dall’Italia. Novemila chilometri tra me e il Paese in cui sono nato, in cui vivo e che mi auguro di poter contribuire a migliorarlo abitandoci anche in futuro.
La distanza e l’assenza di internet hanno ridotto di molto le mie possibilità di accesso alle fonti di informazioni che invece, di norma utilizzo massicciamente. Le uniche notizie che ho intravisto sono l’ennesima emergenza rifiuti a Napoli, condita delle consuete polemiche sul rimbalzarsi delle responsabilità;  un nuovo tentativo di iniziare i lavori per la TAV in Val di Susa (con manganellate di circostanza) e l’avvicinarsi dell’ennesima manovra finanziaria correttiva, con annessi ragionamenti sul debito pubblico, tagli alla spesa e costi della politica.  Non entro nel merito di questi tre casi specifici che sono però  sintomi evidenti di un corto circuito che coinvolge almeno due aspetti del paese Italia. In primis la strategia e la pianificazione del paese. E poi il ruolo del potere politico e del suo rapporto con i cittadini.

Una consistente iniezione di vitamina C.
Il Coraggio – la vitamina C di cui parlo – sembra essere l’elemento mancante in ogni cura che è stata sperimentata su questo strano Paese a forma di scarpa. Ne servirebbero dosi massicce, che invece regolarmente non vengono prescritte privilegiando qualche vecchio rimedio dai dubbi risultati che mantiene il sintomo anche dopo la somministrazione o sostenendo sperimentazioni esotiche che spesso hanno l’unica funzione di garantire al paziente un temporaneo e fatuo effetto placebo. Di moderni alchimisti è ovviamente pieno il mondo.
La cura del Coraggio – per assonanza potrebbe essere anche quella della chiarezza e della complessità – consiste suppergiù nel tentativo di rimettere in moto un Paese che per svariati motivi vive una stagione di pressochè totale immobilismo, ancor più nelle idee che nelle attività piú pratiche che stancamente proseguono.
Una comunità senza Coraggio è una comunità che difficilmente saprà immaginare il proprio futuro e nelle sue punte più avanzate di attivazione sociale si batterà per la salvaguardia di un proprio presente – seppur precario e per nulla affascinante -. Battaglie legittime ma che rischiano di avere il fiato corto. Indispensabili si dirà, ma insufficienti e spesso fuorvianti.

Assenza di un piano d’azione.
Con lo sguardo riposato da qualche giorno passato lontano l’ltalia sembra un’informe catasta di materie prime – alcune di ottima qualità, ma in gran quantità ormai inutilizzabili – sulla quale nessuno sembra saper o voler metter mano. Il clima di emergenza che si percepisce rispetto ad ogni tema contagia chiunque non lasciando spazio a visioni prospettiche. L’Italia è un’auto che di fronte ad una svolta insidiosa, che può però segnare un momento di cambiamento importante, non pensa di impostare una buona traiettoria per il successivo rettilineo, ma assume un prudente stile conservativo. Si attacca al freno perdendo ulteriore tempo di fronte a quelle che sono le sfide che la attendono. Sfide decisive.
E allora si vive alla giornata. Si parla di infrastrutture e di grandi opere solo nel giorno in cui vanno a scadere i possibili finanziamenti europei e ciò che ne scaturisce sono solo attività di ordine pubblico e non certo ragionamenti seri di utilità,di progetto e di sostenibilità. Del mondo del lavoro o di quello della scuola – non certo privi di problemi e di lacune – non si riesce a parlare se non in termini ideologici e spesso spiccatamente corporativi. La sensazione è che mantenere l’esistente sia più importante e sicuro che provare a costruire qualcosa di nuovo, da zero.
La volontà e la responsabilità di cambiare – che si parli di welfare e di leggi sull’immigrazione come del mondo del calcio o delle norme sul commercio – presuppone un’idea complessiva per un paese di 56 milioni di abitanti che sta al centro dell’Europa e del Mediterraneo e deve fare i conti un mondo che presto di inquilini ne avrà 9 miliardi. Richiede curiosità per conoscere l’altro, pazienza per ascoltare molteplici voci e Coraggio per prendere decisioni. Aspetto – quest’ultimo – che deve far mettere in conto grandi dubbi e continui interrogativi oltre che possibili, e assolutamente probabili,  errori.
Chi si sente pronto per tali gravosi oneri e incerti onori? Chi è disposto a mettersi in gioco su di una nuova idea di Italia? Chi fa il primo passo?

Un Paese senza testa e dai mille corpi.
Dire che l’Italia non possiede una classe dirigente all’altezza dei problemi che si trova a dover affrontare è verità innegabile, che ormai non esce solo dalla bocca di commenatatori politici particolarmente acuti. E’ un ritornello che da anni – almeno dall’epoca di Tangentopoli – si ripete, sempre con maggior insistenza e con riscontri sempre più evidenti. La separatezza dal corpo sociale con cui la politica italiana vive il suo ruolo è quanto di più preoccupante ci si può aspettare da coloro che in una democrazia rappresentativa avrebbero il compito di informare le persone, ascoltare le loro perplessità e le loro proposte e tutelare il loro futuro. Questo distacco è pericoloso e crea un clima – legittimo – di sfiducia nei confronti delle istituzioni e di indignazione di fronte al trattamento privilegiato che la casta politica si garantisce. Sentimenti che, assieme all’assoluta incapacità di una classe dirigente vecchia e autoreferenziale di riconquistare un ruolo di guida e di responsabilità, allontanano irrimediabilmente le poche centinaia di eletti in Parlamento (e i loro pari nelle amministrazioni locali) dai milioni di cittadini di cui l’Italia è composta. Un Paese senza testa. Senza qualcuno che sappia assumersi il compito di immaginare una svolta decisa – articolata e condivisa – che riesca a dare corpo alle parole entrate, come racconta Ilvo Diamanti dalle colonne di Repubblica, nel nuovo vocabolario del popolo italiano. Un compito gravoso perchè in quel vocabolario, e mi limito alle quindici parole più “futuribili”, ci sono coppie apparentemente contraddittorie che però devono convivere (crescita e decrescita) , termini dalle infinite sfumature e dalle variegate interpretazioni (merito, concorrenza o solidarietà), altri scivolosi su cui ognuno ha già detto la sua (giovani, partecipazione, unità nazionale o testamento biologico). E lo stesso termine bene comune – che dovrebbe contenere in sè un seme di futuro condiviso e migliore – in Italia ha capacità di essere usato in contesti diversi e per riferirsi a idee distanti e spesso tra loro inconciliabili.

Questa molteplicità, che in qualche maniera potremmo anche definire ricchezza e vivacità, è frutto delle mille Italie che i nostri confini contengono. Spesso in disaccordo, quasi mai capaci di dialogare, sempre refrattarie a sfuggire al proprio ruolo e alle proprie biografie – uguali da decenni -. Mille corpi alla ricerca di un’unica testa capace di immaginare il bene di tutti, nessun escluso. Una testa nuova e non slegata da tutto il resto.

Chi intende provare a cambiare l’Italia – di tempo ne rimane poco e di speranza ancora meno – deve farsi carico di tutto questo. Non può farne a meno, pena un’ennesima occasione persa. Da dove cominciare? Una bella iniezione di vitamina C.

f.

(Il discorso vale  – in ogni sua parte – anche per il piccolo e luccicante Trentino. Sarebbe il caso di cominciare a pensarci.)

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  1. […] Tutto semplice allora? basta non obbedire? Quasi, a Cenerentola, come a noi, manca un elemento fondamentale che ci lascia qui a sopportare. Ci manca, come ha ben scritto un caro amico sul suo blog, un’iniezione di vitamina C: il Coraggio: […]

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