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Babelmed / intervista a Nathalie Galesne *

In Occhi sul mondo on luglio 20, 2011 at 8:22 pm

Ho avuto l’occasione alcune settimane fa di intervistare Nathalie Galesne, fondatrice del sito babelmed.com. Ecco alcune riflessioni sul Mediterraneo e il suo futuro, sulla primavera araba e le sue conseguenze, sul conflitto israelo-palestinese.

– Cos’è Babelmed e che obiettivi si pone?
Babelmed nasce nel 2001, proprio in un momento in cui la storia tra Europa e Mediterraneo è molto tesa. Nasce subito dopo gli attentati dell’11 settembre. Un periodo in cui andava molto di moda l’idea dello scontro di civiltà e sembrava un destino inevitabile quello di un’Europa atlantica separata dalla sua parte mediterranea. Quindi Babelmed è nato per provare a lottare contro l’ignoranza  nei confronti del mondo arabo-musulmano e per evitare la diffusione di pregiudizi verso questo mondo.
Abbiamo dovuto lavorare su una forma di giornalismo innovativa, immaginando una rete di giornalisti che potesse scrivere della propria società e della propria cultura dal proprio paese di origine, evitando così che si utilizzasse lo sguardo europeo per raccontare queste realtà. Abbiamo privilegiato un punto di vista dall’interno, cercando così di fare conoscenza e cultura fuggendo dalle grandi semplificazioni narrative che erano dominanti in quel momento storico. Eravamo infatti di fronte ad un forte ripiego indentitario, sia sulla riva nord che su quella sud del Mediterraneo. Eravamo in anni bui dove c’era una fortissima fobia verso l’Islam e dall’altra parte una crescente pulsione antioccidentale. Islam e occidente sono infatti le parole forti di questi anni, intese come rappresentazioni stereotipate che andavano a nostro avviso invece ragionate a fondo.
L’idea di partenza era quella di riuscire a sperimentare un giornalismo indipendente pluralista, di approfondimento e di inchiesta dentro una difficoltà crescente sia sulla riva nord che sulla riva sud – ovviamente con ancora maggiori problemi lì dove esistevano delle dittature – per dare la possibilità alle realtà culturali, creative e di denuncia presenti in queste  società di esprimersi. Tutto questo avveniva mentre il linguaggio politico era decisamente più controllato e la società civile non era ancora organizzata.

– Quindi Babelmed rappresenta un esperimento di giornalismo d’inchiesta e approfondimento che spinge per un incontro tra le due sponde del Mediterraneo?
Fin dall’inizio al centro del nostro lavoro c’era la chiave culturale, la condivisione e la costruzione in rete delle informazioni, il confronto e lo scambio continuo. Alla base c’era il tentativo della rottura di una retorica del dialogo che non poteva di fatto essere reale nel momento in cui troppe erano le disparità tra l’Europa e l’altra riva del Mediterraneo. Quindi la nostra idea era quella di provare ad affrontare grandi tematiche trasversali al Mediterraneo e di trattarle attraverso gli strumenti di un giornalismo organizzato in rete, con riunioni di redazioni nelle quali gli argomenti venivano scelti assieme, con un lavoro davvero collettivo e corale di giornalisti che avevano le loro radici nella ricchezza culturale euromediterranea in un mix di paesi arabi e europei.
E’ uno strumento condiviso come non credo ne esistano molti, anche perché è un modo di fare giornalismo difficile che nasce da una sorta di ideale e di utopia in qualche maniera militante.

– Il Mediterraneo. Punto di contatto o barriera tra due mondi lontani?
Il progetto di un’entità euromediterranea (Accordo di Barcellona sul partnerariato euromediterraneo, 1995) negli ultimi decenni è stato certamente più un progetto europeo viste le disparità tra le due coste del Mediterraneo. Quando ad esempio i giovani della sponda sud non hanno diritto alla mobilità o devono vivere in scenari di guerra è ovvio che non possano trovarsi allo stesso livello dei loro coetanei europei, e in questo contesto gli scambi si fanno difficilissimi. Parlare di dialogo senza prendere in considerazione e lottare contro queste disparità e questa ingiustizia faceva parte di una retorica molto vuota, una retorica con la quale l’Europa ha provato a costruire questa cultura euromediterranea. Ovviamente la cosa non ha funzionato molto bene.
Molto spesso quando si parla con le persone della riva sud  queste non associano il termine euromediterraneo alle stesse cose a cui noi pensiamo. Sicuramente c’è una cultura comune fatta di un certo stile di vita mediterraneo – rispetto al tempo,  al mangiare, al vivere il mare, alla musica – e un patrimonio materiale e immateriale condiviso, ma sicuramente il bacino Mediterraneo è una rappresentazione più del nord, che maggiormente la rivendica.
Nei miei viaggi ho sentito poche volte la parola Mediterraneo nei discorsi della gente che ha fatto la rivoluzione nel maghreb. Ho sentito molto più spesso dire libertà, democrazia, diritti ma Mediterraneo non era una parola centrale. Ciò che è cambiato nell’ultimo periodo e che ha permesso queste rivoluzioni è il fatto che le rivendicazioni sono state interne a questi paesi. In seguito ovviamente ci dovrà essere una prospettiva dialogante con il nord ma in un primo tempo quello che era fondamentale era sbarazzarsi di quelli che toglievano la libertà, di quelli che reprimevano e organizzavano la tortura degli oppositori, di quelli che impedivano a ragazzi spesso formati di avere un futuro e un lavoro. Questi sono stati i motivi che hanno portato a combattere all’interno, senza uno sguardo all’Europa o all’occidente o verso l’America. L’urgenza di cambiamento si è data all’interno di questi aspetti della vita quotidiana interna ai confini nazionali e l’eco che ne è scaturito è dovuto soprattutto al fatto che molti di questi regimi avevano delle caratteristiche politiche comuni: la tirannia, l’oppressione, la mancanza di prospettiva per i giovani, la corruzione. Tutti questi paesi non avevano fatto nella loro storia la loro rivoluzione, al loro interno non c’era stato il processo completo di cambiamento – benché nel panarabismo si possano rintracciare tracce di socialismo – ed erano il simbolo di percorsi incompiuti verso la democrazia.
A mio modo di vedere oggi il Mediterraneo non è nel linguaggio comune, ma questo non vuol dire che se ancora non fa parte del vocabolario di questa rivoluzione non sia questo il momento in cui ripensare un Mediterraneo fatto di ponti e di attenzione verso l’altro. Io voglio pensare che se la transizione democratica si estenderà a tutta la regione i rapporti dello spazio euromediterraneo verranno rovesciati, non sarà più l’Europa a possedere il primato della democrazia e della modernità. Saranno diversi gli equilibri.

– L’Europa è pronta a questo cambiamento?
Non so se l’Europa in questo momento sia pronta, ma certamente dovrebbe essere molto critica con se stessa. Sento parlare in maniera affrettata di scenari geopolitici e una grossa incapacità di far fronte comune nei vari temi della politica mediterranea. Abbiamo visto sulla tematica dell’immigrazione la distonia e l’impossibilità di parlare con una voce unica. Il problema più grave è proprio quello che l’Europa dimostra ogni volta di non riuscire ad essere un soggetto politico coerente. I paesi non si ritrovano dentro un’identità europea capace di interagire con gli altri attori politici – in questo caso i popoli della sponda sud – ma finiscono per anteporre l’interesse particolare ad una posizione comunitaria.
In questo contesto l’Europa ha una grande responsabilità nel passato mantenimento delle dittature che hanno occupato per anni il maghreb. Infatti se l’idea del partnerariato euromediterraneo del 1995 era nata su idee interessanti – sulla base di una riconsiderazione della società civile e della cultura come strumento di dialogo e di ponte fra le due rive – invece la paura dell’Islam venuta a galla nel decennio successivo ha portato a scegliere la via della trattativa con i dittatori, scegliendoli come fattori di garanzia contro il terrorismo. Questa visione stereotipata e semplificatrice dell’Islam e delle dinamiche geopolitiche ha portato a pensare che un Mubarak o un Ben Alì avrebbero protetto l’occidente dalla minaccia dell’Islam politico. Su questa mancanza di visione prospettica dovrebbe oggi esserci la capacità da parte dell’Europa di interrogarsi seriamente, di fare una vera autocritica.
L’unica certezza è che oggi bisogna ripensare tutto il modo di stare nel Mediterraneo per essere in grado di interagire con dei paesi resi fragili e con delle democrazie in forma di definizione – con le contraddizioni che ne conseguono – cercando di non commettere di nuovo gli errori del passato e immaginando un aiuto concreto ai paesi del maghreb.

 – E’ possibile fare una sorta di bilancio della primavera araba?
Pensare di dare uno sguardo generale a un tema tanto complesso sarebbe decisamente presuntuoso. Certamente se c’erano due paesi in cui sembrava impossibile la rivoluzione erano la Tunisia – dove c’era uno stato di polizia tremendo – e l’Egitto. Eppure sono proprio questi paesi che sembravano più bloccati che hanno fatto scoppiare la rivoluzione, un fatto che ha stupito anche loro stessi. Credo che i giovani di questi paesi abbiano dato lo slancio, la forza, anche l’incoscienza necessaria per accelerare questo processo. Sarebbe riduttivo dire che una rivoluzione è fatta solo dai giovani, però è certo che le giovani generazioni hanno avuto in ognuno di questi paesi un ruolo fondamentale. Questa è un’indicazione che deve farci riflettere e ci deve far tornare a pensare al ruolo centrale di una serie di principi generali che nelle rivendicazioni di queste rivoluzioni erano chiari: democrazia, diritti umani, diritto allo studio, diritto alla mobilità, diritto alle sicurezze sociali. Sono queste le motivazioni che hanno mosso le rivoluzioni, e sono ovviamente i giovani i più interessati a veder riconosciuti questi diritti.
Una cosa – a livello generale – che sicuramente si può dire è che nei paesi come la Tunisia e l’Egitto un fattore importante sia stato rappresentato, nonostante le dittature, da un forte contatto delle popolazioni con l’esterno del paese. Grazie al turismo, grazie alle tecnologie di internet, grazie alle reti sociali si sono sviluppate relazioni e canali indispensabili alla crescita di quei movimenti che hanno portato alla sollevazione. Sicuramente questi due paesi in particolare erano fortemente connessi con il resto del mondo.
Non mi addentro però in analisi troppo articolate, ben sapendo che c’è qualcosa all’interno dei fattori scatenanti la primavera araba che ancora ci sfugge. Ciò che però mi spaventa molto in questo momento è ciò che sta avvenendo in Siria, perché lì la comunità internazionale non fa il suo dovere e nella distanza tra l’interventismo in Libia e il lasciar correre di fronte alle barbarie siriane possiamo ragionare su ciò che sta dietro le scelte geopolitiche. Quali sono i meccanismi che fanno stare l’Europa a combattere in Libia, sorvolando sulle uccisioni che avvengono nelle piazze di Damasco?

– Quale può essere il futuro del Mediterraneo?
E’ difficile dire cosa ne sarà del Mediterraneo, ma sicuramente dopo gli avvenimenti di questi mesi possiamo aspettarci un futuro migliore. Sapere che si è rotto un meccanismo che manteneva delle popolazioni oppresse, che costruiva un falso partnerariato con paesi che avevano alla loro testa dittatori fa già vedere qualcosa di migliore all’orizzonte.
Lo scenario è migliore non solo per i cittadini della sponda sud che stanno costruendo in questo modo la loro democrazia, stanno ottenendo nuovi diritti e iniziando un nuovo percorso, ma anche per noi che abbiamo molto da ricevere in termine di insegnamenti dalle società nordafricane. Questo perché l’Europa è una società ormai vecchia, che difetta di energia e di inventiva, una società in affanno.
Personalmente vedere questi movimenti dall’altra parte del Mediterraneo mi ha rivitalizzato. A Parigi, dove stavo nei mesi iniziali delle rivoluzioni, si andava alle riunioni politiche con maggior entusiasmo, si dava la solidarietà a chi stava in quei paesi, ci si poneva tante domande. Ho ritrovato in un certo senso la voglia di interrogarmi su che cosa è la democrazia, quali sono i suoi limiti, quali sono le perversioni delle nostre democrazie in Europa. Perché le nostre democrazie hanno dei forti limiti: è una vera democrazia quella che non riconosce i diritti di cittadinanza agli stranieri che stanno sul suo territorio? Ci sono molte riflessioni (cos’è una democrazia?, cosa vuol dire vivere insieme?, come possiamo immaginare il futuro insieme all’altro?) che nascono da ciò che vediamo succedere nel Mediterraneo. Non so dare risposta a questi interrogativi, ma so che il futuro sarà migliore e qualcosa cambierà sicuramente. Anzi, qualcosa è già cambiato.

– Un’ultima domanda. Israele e Palestina: che influenza ha la primavera araba sul conflitto israelo-palestinese.
In Palestina ci sono molti giovani che hanno scritto in vari momenti su internet dei messaggi fortissimi nei quali chiedevano gli stessi diritti dei giovani tunisini o egiziani. La grande novità è che questi messaggi non erano rivolti unicamente verso Israele ma in special modo verso i loro governi. In tutti questi messaggi i giovani chiedevano ai loro governi di fare un salto verso la democrazia, volevano in qualche modo pretendere di essere riconosciuti come giovani e come tali avere il diritto alla mobilità e una nuova rappresentanza politica. Volevano avere un altro tipo di governo e soprattutto uscire dalla prigione rappresentata per loro dal conflitto israelo-palestinese. Nella lunga lettera che hanno scritto si ritrova una sorta di soffio, di richiesta di libertà molto simile a quella dei giovani nordafricani. Chiedevano di non essere più fatti a pezzi dalle logiche politiche e dallo scontro fra Fatah e Hamas.
I ragazzi palestinesi – soprattutto quelli di Gaza – sanno benissimo che loro vivono in una prigione a cielo aperto a causa delle decisioni di Israele e di una questione di frontiere non trattata, non risolta e che ogni giorno peggiora.
Si accorgono però anche – e lo stesso discorso potrebbe valere per la precedente dimensione mediterranea – che è impossibile un percorso di pace in un contesto attraversato da tali disuguaglianze. Si accorgono che per cominciare a discutere serve un minimo di parità, mentre Israele continua ad essere il paese che agisce in una logica di dominazione, che non ha mai voluto applicare le risoluzioni dell’ONU, che ha continuato a colonizzare la Palestina, che ha negato ogni diritto di mobilità utilizzando check point e muro.
Condivido l’idea di alcuni intellettuali palestinesi ed europei che dicono che finchè alcuni problemi fondamentali – quelli legati alla terra, all’acqua, all’occupazione – non verranno affrontati non ci saranno spazi per aprire un percorso di pace. Basti pensare al tentativo su questi temi di Obama, rientrato immediatamente a seguito di importanti pressioni politiche.
Rimane in questi territori una situazione gravissima e irrisolta che non allontana la guerra da questo contesto. Israele ha gravi responsabilità in questo.
Ma anche qui – e questa è la grande novità – i giovani stanno chiedendo dei conti a chi li governa, situazione che la retorica nazionale palestinese non aveva mai permesso. Nell’inchiesta sui giovani che abbiamo fatto come Babelmed, il disinnamoramento dalle forme tradizionali della politica si ritrova ovunque tranne che in Palestina, dove il richiamo della “causa” è ancora molto profondo. Ma anche lì dai giovani arriva la richiesta della possibilità di vivere la propria gioventù e questo significa – come in ogni altra parte del mondo – libertà, mobilità, informazione e più in generale diritti e futuro.

Intervista raccolta da f.

*Creatrice e responsabile editoriale del sito www.babelmed.net

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