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La storia dell’altro / intervista a Sami Adwan – 1

In Occhi sul mondo on luglio 22, 2011 at 8:24 am

Sami Adwan, docente presso la Bethlehem University, Premio Langer 2001 e coautore di “La storia dell’altro”.

– Come è nata in lei l’idea di cominciare un esperimento difficile come quello di mettere ragazzi israeliani e palestinesi di fronte alla storia dell’Altro?
Quando le persone possono scoprire la storia dell’Altro allora sono più inclini ad umanizzare anche la visione che l’Altro ha di loro. L’altra parte in causa – palestinese o israeliana che sia – ha una narrazione della storia che è legittima dal proprio punto di vista. Dovevamo solo rendercene conto e provare a metterle a confronto.
Nella mia esperienza ho visto che quando le due parti raccontavano la propria storia non c’era spazio per la storia dell’Altro. Questo significa che l’altra parte non esiste o non viene presa in considerazione. Perciò per muovere il pensiero e la visione dei più giovani abbiamo fatto questo lavoro, con l’obiettivo che esso possa essere di aiuto nel processo di avvicinamento, comprensione e rispetto reciproco.
Questo non vuol dire che questo esperimento cambierà tutta la situazione politica. E’ solo un primo passo in direzione del rispetto reciproco fra le due parti, perchè naturalmente il processo politico necessita di un accordo firmato da entrambe le parti. Noi adottiamo quello che chiamiamo “people to people project” ovvero il permettere alle persone di andare al di là del processo politico e cominicare a muoversi su un livello umano, personale. Questo non significa che il processo politico non è importante, ma questa è la direzione da noi intrapresa.

 – Quali sono i risultati a distanza di anni dall’inizio di quell’esperienza?
Stiamo sperimentando questo lavoro da almeno 10 anni. Il risultato di questi anni è stata la produzione di un libro dove sia israeliani che palestinesi hanno partecipato a scrivere la loro storia. Abbiamo pubblicato ogni storia sulle stesse pagine lasciano uno spazio bianco in mezzo alle due narrazioni. Questo è il primo progetto che è stato fatto. L’altra cosa importante è stato il processo di realizzazione di questo materiale. Alcuni insegnati sono stati coinvolti in questo lavoro e sono stati preparati su come insegnare la storia di entrambe le parti. I risultati dunque sono stati: il materiale cartaceo da una parte e la formazione degli insegnanti dall’altra.
Naturalmente bisogna inserire il lavoro nel contesto politico in cui è nato. Adesso non ci sono negoziazioni raggiunte ne pacifiche, e la situazione è complessa. Ma questo progetto è un apertura per i bambini palestinesi e israeliani. La domanda è se l’effetto sarà momentaneo o durerà nel tempo. Adesso noi non sappiamo se questo processo avrà degli effetti a lungo termine o meno. Ci siamo chiesti se forse sarebbe più corretto adottare questo libro di testo dopo l’accordo di pace? Dovremmo aspettare quel momento? Non sappiamo quando avverrà, dunque per noi è stato fondamentale creare adesso un apertura affinchè quando ci sarà l’accordo di pace queste persone possano essere preparate alla convivenza.

Questo progetto è ovviamente una speranza che i palestinesi ottengano la loro indipendenza. Noi possiamo continuare a lavorare così ma abbiamo bisogno, la forte necessità, di un appoggio internazionale. Stiamo cercando di muovere il sistema educativo di entrambe le parti per ridurre il conflitto e supportare la convivenza e questo è una grande cambiamento. Vorremo creare uno spazio diverso da quello ufficiale e questo tentativo è quello che chiamiamo “riforma dell’educazione”.
Abbiamo evidenziato che esistono diverse narrazioni e che non dobbiamo per forza essere accondiscendenti con tutte, ma è necessario cominciare a rispettarle e comprenderle. Convivere significa accettare la narrazione dell’Altro. Questo è un processo democratico che da la possibilità anche alla parte debole di raccontare la sua storia. Noi stiamo cercando di aiutare il processo di democratizzazione che permetta ai palestinesi di ottenere il diritto di raccontarsi. Il nostro progetto è orientato in questa direzione. Noi non ci aspettiamo che qualcosa si trasformi adesso o domani, ma  perché questo accada nel lungo periodo è necessario agire adesso.

– Quale è stato l’ostacolo o gli ostacoli con i quali avete dovuto scontrarvi per la realizzazione del progetto?
Abbiamo incontrato molti ostacoli. Per primo la situazione politica sul territorio. Le terre confiscate, le relazioni limitate, il muro, ecc. La realtà non è sincronizzata con il progetto.
In sintesi, quattro sono state le maggiori difficoltà. Uno: come selezionare la persone e come mantenere la loro attenzione e motivazione alta e costante. Due: la frustrazione del dare speranze alle persone e poi veder svanire quelle stesse speranze. Non si cambia la realtà in un giorno. Tre: i ministri dell’educazione palestinesi e israeliani hanno rifiutato il progetto. Dunque è stato difficile lavorare al progetto mentre gli organi ufficiali non ti garantiscono la loro collaborazione. Quattro: abbiamo avuto persone con approcci diversissimi. E’ stato difficile compararli e trovare i migliori.
La realtà non può cambiare velocemente, ma è importante dare alle persone una visione lungimirante e non farli pensare sempre alla realtà complessa e tragica che stanno vivendo.

– Alexander Langer parlando del suo ruolo nel conflitto tra italiani e tedeschi si definiva “traditore” e “disertore del conflitto etnico”. Cosa vuol dire secondo lei essere traditori della propria appartenenza e della propria ideologia nel tentativo di fare un passo incontro all’Altro?
Sono d’accordo in parte con l’idea di Langer. Per spiegarmi meglio parlerò della situazione che mi riguarda personalmente. Gli israeliani secondo le loro ragioni – buone o cattive, intenzionali o non – hanno dato sempre una sola visione della storia e adesso è giusto fermare l’unico sguardo e offrirne un altro. Prima di tutto perché attraverso la visione dei palestinesi è possibile cambiare quella degli israeliani. Da palestinese che ha vissuto nella zona occupata e che ha vissuto l’oppressione , non c’era il permesso di dare la nostra visione per vari motivi politici. Io rispetto le persone che giudicano – positivamente o meno – la mia nazionalità palestinese. Però io credo fortmentente anche nella mia identità nazionale e nella mia storia. Credo che le generazioni future manterranno viva questa identità e questa storia. Noi siamo pochi, la nostra identità è stata colpita più volte e la nostra narrazione deve essere in ogni caso mantenuta viva. Io sono un patriota palestinese e resto nel mio territorio per continuare a difendere la mia identità e per resistere alla sua scomparsa. C’è un prezzo da pagare per questo e io lo pago serenamente.
Le persone hanno però differenti opinioni. Io agisco così e a volte mi trovo comunque d’accordo con i colleghi palestinesi che hanno approcci differenti al conflitto e penso che ascoltare molteplici visioni possa essere un’occasione per continuare a costruire il processo democratico che stiamo intraprendendo.
Il modo migliore per giudicare se il lavoro di Alexander Langer è stato di aiuto è quello di aspettare e osservare la sua influenza sulla storia del territorio altoatesino con il passare degli anni.

– continua –

f.

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