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Sulle strade di Waslala…

In Ponti di vista on luglio 26, 2011 at 7:32 pm

La sveglia questa mattina suona alle cinque, al terzo canto del gallo che se la spassa nel giardino della casa in cui dormiamo. Ancora buio fuori, ma tantissimi rumori. Cani e altri animali. Le prime macchine e i primi camion. I negozi più mattinieri. Il risveglio di un’intera città. Oggi prima uscita da Waslala.
Indossiamo stivali, indispensabili per il tragitto che ci condurrà a visitare una comunità montana fuori dal centro abitato. I primi trentacinque chilometri che dividono Waslala da Puerto Viejo si percorrono in pullman. Da lì altri quattro chilometri a piedi fino a raggiungere la nostra meta: la comunità del Pejibaye. In tutto circa quattro ore, tra salite impervie e ponti traballanti, campi ricoperti di fango e fiumi da guadare. Almeno oggi fortunatamente non piove.
Lo school bus giallo su cui saliamo suona il clacson fuori da ogni casa lungo la strada che percorre: prontamente gli abitanti escono e saltano sul mezzo in corsa. All’uscita da Waslala il nostro bus è pieno e traballa ad ogni buca che incontra. Importati dagli Stati Uniti alla fine della loro “vita”, questi mezzi vengono fatti risorgere da meccanici nicaraguensi per poter affrontare ancora diversi anni di onorato servizio. Sbuffi neri escono dagli scarichi. Si alza il rombo potente del motore e così il volume della musica sparata dagli altoparlanti all’interno della cabina.
Uomini, donne e bambini seduti un po’ ovunque. Ad ogni fermata – anche per gruppi di tre/quattro case – sale o scende qualcuno, spesso portando con sé bevande o cibi da vendere ai passeggeri. Le merci vengono trasportate sul fondo dello school bus oppure sul tetto, dove a volte viaggia anche qualche persona.

(Mentre scrivo diluvia di nuovo. Il quinto temporale della giornata. Sfrutto la corrente elettrica che per il momento tiene e continuo a scrivere)

Camminare nel silenzio della foresta ti avvicina a quella che può essere la dimensione sociale e culturale di questo paese. La spropositata forza di una natura tanto invadente ricorda agli uomini quanto sono piccoli e disarmati di fronte a lei, benché i loro sforzi negli ultimi secoli siano stati rivolti – con discreto successo – ad intaccare il patrimonio naturalistico dell’intero pianeta. Alberi secolari di ogni tipo, vallate intere ricoperte esclusivamente di un uniforme tappeto verde, corsi d’acqua impetuosi che sbucano dalle fronde e ci si rituffano pochi metri dopo, la sensazione di un ecosistema pulsante e vitale. Si parla poco mettendo un passo dopo l’altro. Ognuno riflette tra sé dopo i primi giorni di permanenza a Waslala.
Un’ultima salita, questa volta in mezzo a campi coltivati a riso, e davanti a noi si apre una spianata in leggera ascesa dove vediamo una struttura ad un piano tutta di mattoni bianchi e azzurri – la scuola primaria della comunità – e due piccole costruzioni in legno. Una è quella della famiglia di Jader. Sta sulla cima di una collinetta e sembra sospesa tra terra e cielo. Poco sotto sono stati piantati quattro pali di legno a formare due porte scalcinate, che i bambini della comunità utilizzano per le loro sfide calcistiche. Al nostro arrivo quattro di loro rincorrono scalzi un pallone che ad ogni lancio assume traiettorie fantasiose dopo rimbalzi irregolari. Attorno, le colline sulle quali si distende la comunità del Pejibaye. Campi e case sparpagliate. Un profondo senso di solitudine, benché sia arrivato da soli cinque minuti, mi assale.

(Piove. Con meno intensità ma le gocce continuano a rintoccare sulla copertura di lamiera della casa. Fuori le strade saranno piccoli fiumi. Il buio ormai ha avvolto tutto da un po’.)  

Yader ci accoglie, presentandoci la sua famiglia. Nelle vicinanze dell’ingresso della casa riposano qualche mucca e diverse galline. Poco più distanti un cane e un gatto, alle prese con una tranquilla convivenza. Il match di calcio prosegue, tra urla e risate. L’abitazione in cui entriamo è costruita con assi di legno e un tetto di lamiera. Cucina, soggiorno e stanze si possono tutte intravedere dalla soglia dell’ingresso, dove ci fermiamo per qualche secondo. Il pavimento è di terra battuta, l’illuminazione carente, le finestre e la porta assenti.
Ci sediamo e immediatamente ci viene offerto un piatto di gallo rojo – riso e fagioli cucinati insieme – accompagnato da una coscia di pollo e una patata dolce e filamentosa. Mangiamo velocemente. Sulla piccola televisione posta al centro del soggiorno scorrono le immagini di un film anni ’80. Una temibile squadra ninja si scontra con l’esercito americano. I fratellini di Jader osservano a bocca aperta. Noi usciamo e seduti guardiamo le nuvole veloci che attraversano il cielo e si accumulano all’orizzonte.

Yader vuole mostrarci il suo terreno. E’ iscritto all’istituto agropecuario di Waslala, dove ogni quindici giorni deve recarsi per partecipare alle lezioni. Studia per imparare nuove tecniche di coltivazione, per poter applicare ciò che impara sui suoi pochi ettari nella comunità del Pejibaye. Scendiamo un crinale ripido proprio dietro la casa. Ogni quattro metri circa spunta una piccola piantina di cacao, tutta foglie e niente frutti. Servono circa tre anni perché una pianta offra i primi frutti, ancor di più perché possa contribuire ad un raccolto dignitoso, quantificabile in circa 10 quintali all’ettaro. Nella parte più bassa e pianeggiante del campo incontriamo piante di cacao più grandi. Incrociano i rami e le foglie formando una copertura naturale che ci protegge da qualche goccia che sta iniziando a cadere. Sul tronco e sui rami più alti sono appesi diversi frutti, ma molti di questi non hanno un bell’aspetto. La sensazione ci viene subito confermata da Jader. Usa il machete per aprirne uno e ci mostra il contenuto avariato.
Chiediamo se anche lui – come fanno in molti a Waslala – vende il suo raccolto alla Ritter, presente in zona con i suoi magazzini. Ci risponde che non conviene nemmeno raccoglierlo, per la scarsa quantità, per la distanza e la difficoltà di commercializzazione. Il cacao rimane sugli alberi, a disposizione degli scoiattoli.

Yader spiega che la sua famiglia si sostiene grazie alla vendita – al centro Parmalat di Matagalpa – di circa quaranta litri al giorno di latte prodotto dalle loro mucche. Quattro cordoba e mezzo al litro. Circa venti centesimi di dollaro. A questo va aggiunta la produzione – per uso familiare e di piccola vendita – di una modesta quantità di grano basico (mais, frumento e fagioli). Di questo deve vivere una famiglia composta da padre, madre e quattro figli. La loro non è la situazione più critica nelle comunità di Waslala.

(Silenzio. La pioggia ha smesso di cadere. Waslala riposa.)

Negli ultimi decenni abbiamo sempre messo in campo una distinzione tanto facile quanto probabilmente superficiale. Da un lato la buona cooperazione – quella che lavora con le comunità e costruisce in sinergia con le popolazioni future possibilità -, dall’altra quella cattiva, identificata con quei progetti che offrono semplicemente aiuti dall’alto senza porsi il problema di favorire una successiva indipendenza delle popolazioni.
Con gli occhi puntati su quest’angolo di Nicaragua nascono in me una serie di interrogativi su questo metodo di interpretazione del mondo della solidarietà internazionale. Cercherò di condensarli qui, in forma disordinata.
Può avere un ruolo efficace la cooperazione internazionale senza che nel vocabolario dell’intero pianeta trovino spazio – in maniera concreta e fattiva, non solo per opportunità – concetti quali beni comuni, ricchezze e benessere condivisi, coinvolgimento allargato nelle scelte e nelle sfide future, riequilibrio economico e sociale, regole da riscrivere tutti insieme? Può ancora essere percorribile la strada che raggiunge a tappe piccoli obiettivi, che uno dopo l’altro portano ad un cambiamento generalizzato, oppure bisogna pensare che “deve cambiare tutto o di fatto non cambia nulla”? E poi, questi piccoli obiettivi – dove sono effettivamente raggiunti –  stanno realmente indirizzando la storia verso un cambiamento delle condizioni di vita e delle prospettive di futuro di qualche miliardo di persone?
Ancora: e’ possibile che il compito della cooperazione decentrata sia esclusivamente quello di aiutare materialmente popoli che stanno ad una distanza incolmabile dalle aree ricche del pianeta? Distanza che noi accorciamo – temporaneamente e limitatamente – sentendoci gratificati dal raggiungere l’altra parte del mondo per portare il nostro piccolo contributo in qualche progetto di cooperazione, ma che poi riposizioniamo “tra noi e loro” appena mettiamo piede sulla scaletta d’aereo che ci riporta verso casa.
E’ ancora accettabile che, con mano forte e vigorosa, continuiamo a spingere sotto il pelo dell’acqua la testa del sud del mondo fin quasi all’annegamento, mentre con l’altra – la più debole e insicura – ci impegnamo a riportare naso e bocca in superficie per una breve e insufficiente boccata d’aria? Per quanto può proseguire questa doppiezza nel rapporto fra nord e sud del mondo?

Eppure a Waslala si vedono le stelle.

f.

(scritto a Waslala – Nicaragua – il 27 giugno scorso)

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