trento|italia|europa|mediterraneo|mondo

Una storia da raccontare / 5.

In Una storia da raccontare on luglio 26, 2011 at 10:01 pm

Padre nostro
che sei nei cieli
tu sia benedetto, venga il tuo regno
sia fatta la tua volontà
come in cielo, così in terra
dacci oggi il nostro pane quotidiano
rimetti a noi i nostri debiti
così come noi li rimettiamo ai debitori
non mi indurre in tentazione
ma liberami dal male
liberami dal male
dal male
dal male e dalla malinconia
LIBERAMI
dal malaugurio
dai maldicenti
dagli ipocriti
dagli ignoranti
da questa congerie magari di uomini abbienti e miseri […] *

Il Male si riproduce con molta più velocità dei suoi anticorpi. Ha molti alleati che ne favoriscono la crescita e la diffusione. Il silenzio, il buio, l’ignoranza, la noncuranza, il rancore, l’odio e mille altri ancora. Gli antidoti sono la passione, la condivisione, la cultura e tutti quei sentimenti che si coniugano felicemente con l’amore. Inteso, è chiaro, nella maniera più ampia possibile. Mai ampia a sufficienza sfortunatamente per contrastare la rabbia violenta e contagiosa di un mondo sempre più crudo, oscuro e malato.
Da giorni ormai cercavamo in ogni angolo della città un appiglio per comprendere meglio i due messaggi che avevamo ricevuto. Non sembrava ci fossero tracce. Sembrava – sempre che ci fosse davvero qualcosa di diverso dalla morte naturale di un senzatetto in una fredda notte d’inverno – che tutto si fosse svolto con una precisione chirurgica. Un lavoro svolto da professionisti capaci di nascondere la propria esistenza. Prima, durante e dopo i fatti.

Cinque persone lavoravano ad ogni possibile indizio da sette giorni. Nessuna novità. Solo la conferma che scavare nel fango è tanto difficile quanto pericoloso. Difficile, perchè per ogni porzione di fango che riesci a spostare subito lo spazio viene riempito da nuovo materiale che rende irriconoscibile la verità e complicato il procedere. Pericoloso, perchè la sensazione che sempre più forte si faceva spazio dentro di noi era quella che una frana ben più grossa aspettasse solo l’istante giusto per scatenarsi, investendoci.
E il fango, una volta che il sole torna a splendere alto, si indurisce velocemente trattenendo dentro di sé tutto ciò che ha incontrato sul suo percorso. Per sempre, imprigionando i segreti e nascondendoli alla vista. Ci sentivamo ad un punto morto. Senza prospettive.

Da due giorni ero chiuso in casa. Uscivo solo per scendere ad comprare i giornali e ciò che mi serviva per la giornata. Erano quarantotto ore che non chiudevo occhio, ma fin dall’arrivo della prima busta il mio sonno era abbastanza tormentato, costantemente disturbato da incubi e precipitosi risvegli. Non era paura per me. Diverse volte negli ultimi anni la mia sicurezza era stata messa in pericolo dall’attività che svolgevamo.
Minacce si erano susseguite soprattutto dopo una serie di occupazioni abitative che avevano portato alla modifica della legge che regolava l’assegnazione degli alloggi popolari. Era stato un periodo piuttosto complicato.  In realtà poi non si era verificato nulla di grave. Qualche insulto, qualche scritta sulla porta di casa, ma non avevo mai modificato il mio stile di vita. Camminavo ancora tranquillamente in città anche durante le prime notti spettrali dell’ultimo periodo.
Questa volta era diverso. Erano coinvolte tutte le persone a me più care. Avevo condiviso con loro un compito così rischioso. Sapevo che conoscevano il rischio e non si erano tirati indietro. Ma ne sentivo la responsabilità, un peso che assieme alla voglia di fare luce sull’intera situazione mi impediva di chiudere occhio.
Roberto mi chiamò proprio nel momento in cui la mia attenzione per i documenti stava svanendo definitivamente. Mi chiedeva se mi andava una birra sotto casa. Riattaccai velocemente. Indossai la prima giacca che trovai in camera da letto, presi un cappellino e scesi le scale a due gradini per volta. C’era un sottile strato di ghiaccio sul marciapiede, scarso accumulo dell’ultima nevicata e del successivo gelo. Raggiungemmo un bar a pochi isolati da casa mia. Era decisamente vuoto, sembrava già orario di chiusura benchè fossero solo le dieci. Non era una novità.
Ordinammo due birre e ci sedemmo ad un tavolino sistemato in un angolo della sala. Roberto si accese subito una sigaretta e cominciò a parlare, gesticolando con le mani come era suo solito. Era un fiume in piena. Mi disse che non era possibile che dopo una settimana non fossimo ancora arrivati a nulla. E non era accettabile che in tutto questo tempo non avessimo trovato il modo di intervenire. Là fuori c’è gente che muore, continuò sbattendo un pugno sul tavolo. Muore ammazzata. Non mi lasciò nemmeno rispondere. La visiera del cappello che avevo in testa aveva il compito di nascondere la mia confusione rispetto alla situazione. Roberto aveva ragione, e mi confermava il fatto che gli altri percepivano la difficoltà del momento. E chiedevano a me di non nascondermi e di fare quello che avevo sempre fatto. Non era tempo di passi indietro.
Altre due birre e provammo ad immaginare come procedere, visto che le informazioni – almeno quelle che potevano aiutarci in quel momento – non si trovavano in internet o in qualche ufficio comunale ma per strada, in mezzo agli ultimi, ai senzatetto. Irene, Barbara e Giulia non erano con noi, ma sapevamo avrebbero approvato i nostri ragionamenti e con un piccolo sforzo in più anche la nostra strategia per scavare nella melma senza rimanerne sommersi.
Dovevamo sdoppiare la nostra vita. Dovevamo riuscire a riaprire una forte discussione all’interno della città sui temi dell’emarginazione e della povertà. Tutto si era spento anni prima quando i flussi migratori scaturiti dalle nuove guerre per il petrolio in Africa e per il gas e l’acqua nell’est Europeo avevano raggiunto gran parte delle città del nord del paese scatenando pericolosi conflitti, e spesso una vera e propria caccia all’uomo. Questo impegno, benchè difficile in un contesto sociale tanto tragico, era già parte del nostro passato e del nostro presente. Sapevamo di esserne capaci.
Sicuramente meno naturale era invece immaginare come avremmo potuto monitorare il territorio della nostra città per evitare che ci fossero altre vittime. Non si trattava di un semplice intervento sociale di conforto alle persone costrette a vivere in strada – cosa che per anni era stata fatta ogni inverno -, ma di un vero lavoro di controllo di un’area di qualche decina di chilometri quadrati nella speranza che chi aveva come bersaglio i senzatetto commettesse un errore.
Dieci occhi avrebbero dovuto osservare senza sapere chi aspettarsi di veder uscire dall’ombra per commettere un nuovo delitto. Non sapevamo quando, né dove.

(pubblicato il 26 luglio 2011)

______________________________________________________________

[Tempo: 30 dicembre, sera/notte, ore 21.00 – 24.00]
[Luogo: periferia città italiana, interno appartamento, esterno, interno bar]
[Personaggi: A. (maschio, 30 anni, italiano);  Roberto (maschio, 35 anni, italiano)]

*Teatro degli Orrori – Padre Nostro

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: