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Venticinque corpi, nessuna reazione…

In Ponti di vista on agosto 2, 2011 at 11:44 pm

Lampedusa. Altri venticinque morti sulle rotte dell’immigrazione. L’aggiornamento della lista dei decessi è una macabra rendicontazione. Con cadenza troppo frequente nomi – o spesso solo numeri – si aggiungono ad un elenco che ha dimensioni vastissime. La morte, in mare dopo un naufragio o nello spazio chiuso di una sala macchine piena di fumo, non fa distinzione di nazionalità, sesso o età. Non prende in considerazione le condizioni del paese di provenienza o il percorso migratorio seguito. Arriva e colpisce durante il viaggio verso la piccola – e in un certo senso mal riposta – speranza di trovare una vita migliore sulla costa nord del Mediterraneo. Arriva e per cinque minuti ricorda anche noi la fragilità della vita umana.

Più venticinque. E’ questo il saldo giornaliero, positivo solo nella teoria matematica, delle morti in mare di viaggiatori diretti verso le nostre coste. Più duecentoquarantasei. E’ il numero di persone – uomini, donne e bambini – che hanno invece avuto salva la vita. Per i primi un “diniego” doloroso e brutale è già arrivato, dentro una stanza di pochi metri quadrati satura dei gas di scarico della barca che avrebbe dovuto portarli in salvo. Per i secondi, e così per tutti coloro che negli ultimi mesi sono arrivati a Lampedusa, si avvicinano invece i giorni delle audizioni davanti alle commissioni che decideranno sulle loro richieste di asilo politico. Racconteranno la loro storia. Ognuna di esse verrà valutata a seconda di quanto la narrazione risulterà aderente ai criteri necessari per vedere riconosciuto lo status di rifugiato. Per molti di loro tali condizioni non saranno rintracciate e di conseguenza molte domande verranno respinte. Non basta scappare dalla guerra in Libia per poter essere accolto, così dice la norma. Che ne sarà quindi dei ragazzi maliani, ghanesi o nigeriani – queste alcune delle nazionalità che rischiano di non vedere riconosciuta la protezione umanitaria – che in questi mesi vengono ospitati anche in Trentino? Dopo qualche mese ce ne dimenticheremo, una volta che saranno inghiottiti di nuove dalle sabbie mobili della clandestinità? Ci compiaceremo del temporaneo e limitato conforto che avremo saputo offrire loro?

Da dove partire… Non sarebbe meglio cominciare a predisporre – come propone oggi anche il presidente del centro Astalli – dei canali umanitari che permettano arrivi sicuri e non tragedie annunciate? E allo stesso tempo non sarebbe necessario procedere alla modifica delle normative relative all’asilo per adeguarle ad un mondo diventato così complesso da non poter essere facilmente categorizzabile – tra aventi e non aventi diritto alla protezione, sia essa integrale, sussidiaria o per motivi umanitari – così come vorrebbe fare la legge esistente? Domande queste che andrebbero poste ad una politica assente, non giustificata dal periodo estivo, su questi temi. Domande che dovrebbero trovare risposte in grado di offrire ipotesi correttive di un modello incapace di far fronte anche a flussi migratori numericamente non eccezionali. E’ di oggi invece, in totale continuità con le precedenti decisioni prese in materia, la notizia dell’approvazione dell’aumento della durata massima di detenzione presso i Cie da tre a diciotto mesi. Un’infinita di tempo, ovviamente senza nessuna prospettiva.

Chi ha il coraggio di iniziare un lavoro tanto delicato? E in che direzione ci si deve spingere alla ricerca di un’idea innovativa che sappia tracciare una linea di congiunzione tra immigrazione, accoglienza eprospettiva di vita e di convivenza. Un’idea comune capace di rispondere alle esigenze di tutte le parti in causa. Forse basterebbe riflettere sul destino dei circa centottanta richiedenti asilo che in questi mesi vivranno nelle valli trentine, condividendo con loro opportunità e difficoltà del contesto in cui ci troviamo. Partire da loro per farli diventare parte di una comunità e non intrusi, per poterne difendere la permanenza in Italia, per riconoscere loro lo status di cittadini con diritti e doveri. Sarebbe certamente un inizio dal grande valore.

f.

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