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La storia dell’altro / intervista a Sami Adwan – 2

In Occhi sul mondo on agosto 7, 2011 at 11:28 pm

– Come pensa che dovremmo intendere le dichiarazioni di Obama che ponevano il punto di partenza di qualsiasi possibile negoziazione tra israeliani e palestinese nel ritorno nei confini pre-1960?
Se si ascolta bene il discorso si percepisce come la politica americana tenga tutt’ora in considerazione solo in minima parte le richieste palestinesi. Sembra ignorare la legittimazione internazionale di questa occupazione e penso che dopo il suo primo discorso – tenuto due anni fa al Cairo – Obama abbia deluso molte persone e che sia visto come un attore molto debole dai politici e dai cittadini palestinesi. Sta dando libera azione agli israeliani nel confiscare ancora terre e continuare nella stessa direzione che percorrono da anni. Sono molto colpito – negativamente – dalle sue parole. Mi aspettavo un discorso fondato prima di tutto sul principio dei diritti umani, come ero abituato a sentire fino a un po’ di tempo fa,  durante la sua campagna elettorale.
La politica americana è controllata da Tel Aviv e non da Washington. Mi spiace dirlo ma anche il governo europeo sta seguendo i passi americani (nda Stati Uniti e molti Paesi europei, tra cui l’Italia, non hanno ad oggi riconosciuto lo stato di Palestina, così come hanno fatto già più di cento Stati nel mondo). I palestinesi andranno presto alle Nazioni Unite per proporre una commissione internazionale e aspetterò quel momento per vedere cosa farà l’Europa. Sarà abbastanza forte da prendere una posizione su questa situazione o seguirà Obama? Se dirà sì ad Obama, dirà sì a Netanyahu e alla sua politica. In questo caso gli europei non cambieranno la loro posizione, rimarranno fermi como lo sono ora.
Ci sono molti progetti e molti gruppi impegnati nel sostenere la popolazione palestinese, ne sono consapevole. Ma oltre a questo a noi servono politici che abbiano una voce forte nelle decisioni. Apprezzo che se ne parli continuamente, anche tra la gente comune, ma  cosa potete fare per proporre il primo passo e per indirizzare scelte che portino a delle soluzioni?
Io apprezzo davvero molto i gruppi di attivisti, e molti di questi anche italiani, che lottano al fianco della gente palestinese. Ci tengono il morale sereno, ci motivano per continuare a costruire la nostra identità quando gli israeliani vogliono negarla attraverso la guerra e la colonizzazione.
Penso che gli americani dovrebbero provare a immaginare la loro politica estera facendo rispettare prima di tutto i diritti delle persone, essendo l’America la terra definita “della libertà e dell’uguaglianza”. Quando si entra nella questione israelo–palestinese si deve agire nel rispetto dei diritti umani, nel rispetto di ogni persona, di ogni stato e cultura.
Noi dobbiamo auspicare che questo sia il futuro, e sfortunatamente il discorso di Obama è stata un’altra occasione per i palestinesi per rimanere pessimisti.

– Che influenze hanno le rivoluzioni arabe sul conflitto israelo-palestinese?
Penso che le rivolte dei paesi arabi cominciate in Tunisia, seguite poi da Egitto, Barhein, Yemen, Marocco, Algeria e Libia, siano un grande movimento. E’ un movimento che va contro la colonizzazione del mondo arabo, perché questa colonizzazione è stata supportata dal mondo occidentale per decenni. E’ una rivoluzione per la liberazione dalle dittature.  In questo assomiglia a coloro che si oppongono all’occupazione israeliana. Se guardi alle dittature al loro interno c’è corruzione, se guardi all’occupazione anche. Dittature ed occupazione sono corruzione. Quando corrompi le persone loro perdono la stima in se stesse. Si ritrovano insicure per le strade, impossibilitate ad esprimere la loro opinione. L’occupazione israeliana è un’occupazione economica, politica, culturale e psicologica.
I giovani palestinesi devono farsi ascoltare dalla politica e hanno iniziato a farlo il 15 maggio scorso (nda giorno della Nakba) attraverso dimostrazioni in molti luoghi. Il punto centrale però è: dimostrare a chi e per cosa? Qual è “l’agenda politica”? Dimostrare per l’occupazione? Per la liberazione? Per il comportamento sbagliato di alcuni politici palestinesi?
Quando molte proteste sono state organizzate nella giornata del 15 maggio scorso molto rifugiati hanno iniziato a muoversi pacificamente verso i confini e le donne sono tornate nei luoghi che abitavano in passato. Chi dal Libano, chi dalla Siria. Penso che questo abbia dato una speranza ai giovani circa la possibilità di comunicare alle elitè politiche. In questa maniera manifestano per il loro futuro, si assumono la responsabilità delle loro azioni.
Le notizie che provengono dagli altri paesi arabi danno speranza. Mubarak è caduto, Gheddafi dopo anni cadrà, Saleh nello Yemen cadrà, molte occupazioni nel mondo cadranno e questo è l’auspicio e il messaggio che noi abbiamo ricevuto da questo movimento. Speriamo che l’Occidente non interferisca. Spesso gli interesse che scaturiscono della mentalità coloniale occidentale – che ovviamente crede che la democrazia sia nata e viva esclusivamente in Occidente – interferisce nei processi democratici.
Penso che le rivoluzioni arabe siano una chiamata per gli israeliani e non solo per i palestinesi. I diritti umani sono inalienabili e chiamo la gioventù israeliana a dimostrare per le loro strade contro la politica del governo (nda cosa che a tre mesi da questa intervista sta avvenendo, anche se per il momento con particolare attenzione alle politiche economiche del governo israeliano). Se queste voci iniziano a venire dalle strade di Tel Aviv e si uniscono con le altre verso l’abbattimento del muro, come è successo nell’89 in Germania, allora ci sarà un inizio. Potrete pensare che sono una persona che possiede una grande speranza, ma quando sei disperato ti auguri sempre che arrivi un aiuto dal cielo.
Per il momento Israele continua ad invadere la Palestina. Dovrebbe smettere di raccontare di quanto rispetta i diritti umani e di quanto promuove la democrazia mentre continua a rubare la terra palestinese, a distruggere case, a occupare spazio e a edificarlo per le sue colonie. Dovrebbe fermarsi, non accontentarsi di elencare i propri diritti ma iniziare a chiedersi quali sono i diritti degli altri. Gli israeliani dovrebbero capire che, come dice un proverbio cinese, “non si possono controllare le persone per sempre”.

– Lei si definirebbe ottimista o pessimista?
Devo continuare ad essere ottimista, altrimenti non potrei alzarmi ogni mattina e andare ad insegnare e aspettare il giorno del cambiamento. Devo continuare ad esserlo perché io voglio che i miei figli e i miei nipoti non continuino a vivere in questo stato di obbligazione. Forse speranza e ottimismo a volte si contraddicono. La speranza è a lungo termine, guarda ad un grande obiettivo. Io mi sento pessimista in questo senso, ma sono ottimista se guardo a ciò che succede quotidianamente. Sono ottimista se guardo ai problemi esistenti e a ciò che si fa per opporsi ad essi. Spero che sia questo a darmi energie. Sogno che i miei figli e i miei nipoti vivano in pace e allo stesso tempo mi piace immaginare che gli israeliani capiscano che noi abbiamo a che fare ogni giorno con i loro figli e i loro nipoti. Ma quello che è oggi la politica israeliana mette in pericolo entrambe le parti.

Abbiamo chiesto a Sami Adwan di darci la definizione di alcuni termini che ricorrono nel suo libro e nei suoi interventi sul tema del conflitto israelo-palestinese.
*Ponte: E’ un processo che connette differenze e che crea interdipendenze. Ponte vuol dire che le persone possono connettersi e supportarsi. Può essere psicologico o fisico. E’ importante per mettere assieme il cuore e il corpo. E’ un luogo dove entrambe le parti possono sentirsi a proprio agio e cominciare a viaggiare insieme.
*Giustizia: La giustizia è un ascoltare e un guardare ai bisogni dell’Altro. E’ uno stato dove le persone si riconciliano con il loro passato e con le loro pene. E’ una situazione in cui le persone si sentono bene, e può essere raggiunto una volta che l’errore è stato superato e soprattutto quando è garantito che non ritornerà.
*Conflitto: Può avere un significato positivo. Il conflitto può essere uno stimolo per fare meglio, per iniziare il cambiamento. Ha molte facce però, e se ha come finalità la distruzione dell’Altro allora è un’azione malefica.
*Futuro: E’ uno spazio dove tutti noi sogniamo di essere in grado di convivere,  dove le differenze diventano risorse ed energie da utilizzare. E’ un luogo che può contenere ogni bambino e ogni nazione che riescono a sostenersi in maniera armoniosa con gli Altri. Il futuro è una promessa che le persone possono godere. Il futuro è quello che oggi difendiamo. Esso influenza il come oggi agiamo. Il futuro non può accadere da solo, ma è solo quello che oggi costruiamo.

Intervista raccolta da F. Si ringraziano Francesca Bottari e Riccardo Gadotti.

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