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Il giorno prima della felicità…*

In Ponti di vista on agosto 18, 2011 at 12:52 am

Duemilaquattro. Sembra passato un secolo. L’Egitto  che […] mostra una cronica incapacità di gestire le risorse umane del paese […], e vive nell’impasse di uno Stato corrotto e di una società depressa. La Libia […] da trentacinque anni congelata nel gheddafismo […]. E ancora la Siria, […] smorzata da quarant’anni di dittatura che, seppur relativamente meno sanguinosa di quella irachena, ha in ugual modo sfibrato il paese […]. E ancora la Tunisia, il Libano, l’Algeria, il Sudan, lo Yemen e anche la Palestina. Fino ad arrivare all’Iran e ai postumi della rivoluzione islamista Samir Kassir in L’infelicità araba (ed. Einaudi – 8 euro) descriveva un continente atipico – accomunato solo in parte dall’arabismo – attraversato da sentimenti di infelicità, impotenza e scarsa fiducia nel futuro. Deficit democratico, crisi dello Stato di diritto, abdicazione dei governi in materia economica e di politica estera, derive islamiste erano solo alcuni degli aspetti più evidenti del vicolo cieco in cui sembrava essere finita la società araba. Una situazione senza prospettive di miglioramento, almeno all’apparenza. Una spirale che si avvitava su di un vittimismo consolatorio e una cultura della morte che ne era diretta conseguenza.

Nelle sue riflessioni però Kassir non si limitava all’elencazione dei problemi. Guardava con attenzione alla nascita di reti culturali sempre più vaste basate sul riconoscimento dell’alterità come fattore di democrazia, alla crescente relazione del mondo arabo con il resto del pianeta, allo svilupparsi dei media elettronici. Segnali di una possibilità, di uno spazio di indipendenza, modernità e libertà che stanno alla base della conquista della felicità. Sembra passato un secolo.

Rivoluzioni e pistole ad acqua. Ciò che è successo nel Maghreb e nel Mashrek è soprattutto una rivoluzione dei sentimenti. Gli eventi degli ultimi mesi hanno trasformato la disillusione di popoli schiacciati da dittature sanguinarie e castrati nelle loro aspettative da una sensazione di subalternità nei confronti del resto del mondo in una radicata consapevolezza che un futuro diverso è possibile, e forse non è nemmeno troppo distante. E la guerra libica? E la quotidiana violenza siriana? E le traversate del Mediterraneo in cerca di fortuna?  Non sono dettagli, e vanno tenuti in forte considerazione. In ogni caso – ed è una certezza che arriva dagli appunti di diversi osservatori – sono fattori che non riducono in nessun modo la portata non solo simbolica del cambiamento dei sentimenti dominanti tra le popolazioni nordafricane. La fuga dall’oppressione, così come l’ingresso nel terreno delle possibilità – benché ancora tutte da trasformare in realtà – è ormai avvenuta. E che sia contagiosa lo si percepisce quando anche in un Paese dal controllo poliziesco asfissiante come l’Iran i giovani scelgono di incontrarsi – uomini e donne insieme – nei parchi rischiando l’arresto per passare delle ore divertendosi. Si danno appuntamento è cominciano una gioiosa sfida con pistole ad acqua, conclusa solo dall’arrivo degli agenti che arrestano alcune delle ragazze per comportamenti immorali.  La spensieratezza e la gioia dei cittadini contro la triste presenza di un regime che percepisce il compiersi di una rivoluzione culturale, che le armi e la grigia ostentazione di un potere logoro e mal sopportato non riescono a reprimere. C’è una parte di mondo che nonostante tutto riesce a sorridere.

Ruoli rovesciati. Seneca – ormai qualche anno fa – scriveva: “Tutti vogliono vivere felici, ma hanno l’occhio confuso quando devono discernere ciò che rende felice la vita. Giungere ad una vita felice è impresa difficile a tal punto che ciascuno, se appena esce di strada, se ne allontana tanto più, quanto più in fretta cammina”. Le sue parole sembrano essere state scritte a descrizione del mondo occidentale dei nostri tempi. Lontano dalla strada maestra per il conseguimento della felicità e impegnato in una corsa frenetica che aumenta giorno dopo giorno la distanza. Spaventati dalla crisi economica e dalle oscillazioni dei mercati. Insoddisfatti delle proprie prospettive di vita. Sospettosi nei confronti di chiunque. Refrattari al dialogo e alla comprensione della posizione dell’Altro. Pervasi da sentimenti di odio generalizzato e da una preoccupante propensione allo scontro. In una sola parola: tristi.

La tranquillità e la sicurezza del nostro sistema di vita sono state spazzate via dalla sua insostenibilità. Guardare al futuro significa spesso osservare un buco nero che suscita in noi preoccupazione. La soddisfazione materiale dei propri bisogni – necessari e superflui – non riesce a garantire più un certo grado di gratificazione personale, ma al contrario produce esplosioni di conflittualità di difficile interpretazione. La sensazione di una costante tensione nelle dinamiche sociali è evidente anche senza prendere in considerazione i casi più eclatanti, soffermandosi ad osservare il normale volgere della vita quotidiana. Lo stato di disequilibrio che per anni è stato “gestito” ora soffre di oscillazioni troppo forti per trovare forme di compensazione. C’è chi vedrà in questo una grande opportunità in termini rivoluzionari e chi ridurrà il tutto ad una nuova fase storica nell’orizzonte di una riqualificazione capitalistica. La verità molto spesso sta nel mezzo.

Felicità pro capite. Robert Kennedy nel lontano 1968 pronunciò queste parole in un discorso durante la campagna elettorale per la Casa Bianca: “[…] Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta […]. Il PIL è fredda matematica. Somma di numeri che ci dovrebbero dimostrare la solidità della nostra società. I sentimenti non vengono tenuti in considerazione e non è banale riflettere sul fatto che in molti paesi occidentali ad un deciso aumento del livello dei redditi non sia seguito un uguale miglioramento del benessere soggettivo. Verrebbe da dire che il denaro non garantisce la felicità. Proverbio sempre valido ma che non risponde ad un paio di domande fondamentali: dove abbiamo perso la felicità? e c’è modo di ritrovarla? 

Alla prima hanno risposto in tanti (studiosi, ma anche scrittori, registi e musicisti), dimostrando come siano evidenti i fattori che indicano la nostra società come incline ad una tendenza personalistica e rancorosa, autodistruttiva ed escludente, violenta e buia. Per quanto riguarda le cause, l’analisi – politica, sociale e culturale – è vasta e permette di comprendere sufficientemente bene lo stato delle cose e la loro gravità. Le colpe sono ben ripartite e chi se ne sentisse privo peccherebbe sicuramente di presunzione. Anche sulla seconda domanda si sono interrogati in molti e nel corso dei secoli vari sono stati i tentativi di dare forma – e nome – ad una felicità che spesso pensata da pochi (un gruppo, un partito, un solo uomo) sarebbe dovuta diventare di molti. Anche i peggiori nazionalismi inseguivano un folle disegno di felicità, che ovviamente non teneva in considerazione la sofferenza dell’Altro. Il benessere dell’Uno accompagnato al disinteresse per i bisogni dell’Altro come costante storica che ancora non siamo riusciti a rompere, e che rischiamo di rinforzare ancora oggi piuttosto che abbandonarla definitivamente.

Riscrivere oggi i contorni della felicità significa anteporre l’interesse collettivo a quello di parte, essere più portati all’ascolto che alla propaganda, provare a condividere dei valori piuttosto che limitarsi a professarne alcuni. Vuol dire “porsi – come scrive Zygmunt Bauman in L’arte della Vita (ed. Laterza, 9 euro) – sfide difficili, scegliere obiettivi oltre la nostra portata e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare.” Vuol dire cercare di sfuggire all’incertezza; che un giorno ha la forma delle guerre e delle carestie e l’altra quella degli scontri inglesi e delle mortali traversate del Mediterraneo. Quell’incertezza che  – ci dice sempre Bauman – sembra rendere irraggiungibile una felicità “autentica, adeguata e totale”, distante come un orizzonte che si allontana ogni volta che cerchiamo di avvicinarci ad esso.

f.

*Prendo in prestito questo titolo da un bellissimo libro di Erri De Luca. La storia di un amore sofferto, sfuggente, atteso e proprio per questo fortissimo. La ricerca della felicità nei meandri e nelle mille avversità della vita. Quale sarà il nostro giorno prima della felicità?

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