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Una storia da raccontare / 6.

In Una storia da raccontare on agosto 22, 2011 at 7:44 pm

Nella mia stanza di Gerusalemme c’era poca aria. Dalle finestre non entrava nemmeno un fiato di vento. Il caldo abbracciava ogni angolo della casa. Il mio corpo grondava sudore. Tutto sommato però si stava bene. Ero  rientrato immediatamente dopo aver incontrato Yousuf. Sapevo che di lui mi potevo fidare. Conosceva la città e le persone giuste per portare a termine il compito che gli avevo affidato.
Avrebbe comprato i biglietti aerei come prima cosa, ben sapendo l’importanza di velocizzare quella procedura e avendo ben chiari i pericoli che alcuni dei suoi migliori amici stavano correndo. Aveva conosciuti gli altri durante la sua ultima visita in Italia, mentre con me ormai il rapporto aveva radici più profonde. Fin dal mio primo viaggio in Palestina, alcuni anni prima. Ricordavo perfettamente quel periodo e ripensandoci sorridevo.
Non avevo nulla da fare. Solo aspettare. Da lì la mia possibilità di contribuire alle attività che si stavano svolgendo in Italia era diminuita drasticamente. Potevo solo sperare che tutto andasse per il verso giusto. Augurarmi che la situazione, peggiorata fino a sembrarmi catastrofica non avesse un ulteriore scatto, definitivo.
Erano solo le quattro del pomeriggio. Yousuf sarebbe tornato solo nel cuore della notte. Per non destare sospetti. Per non dare l’impressione che in quella casa anonima nel centro di Gerusalemme ci nascondesse un fuggitivo o peggio, un ricercato internazionale. E quella città di fuggiaschi e di gente costretta a nascondersi ne era piena. Ogni giorno qualcuno veniva arrestato  e condotto dai soldati israeliani in quelle che sicuramente sono tra le peggiori carceri del mondo. Dalla galera le prospettive sarebbero state sicuramente più  buie.

Dover attendere per tanto tempo prima di avere notizie sul futuro prossimo mio e delle persone a me più care non mi permetteva di essere tranquillo. Mi rubava ogni energia, lasciandomi seduto a peso morto su una delle tre sedie della stanza. Silenzio attorno. Solo le voci della strada, indistinguibili e incomprensibili. Lo sguardo nel vuoto.
Avrei voluto che Yousuf fosse già lì, impegnato a dirmi giorno e ora dell’arrivo dei vari aerei che avrebbero portato gli altri a Gerusalemme. Avrei voluto che quegli aerei fossero già in cielo, già distanti dal male che sicuramente avrebbe provato a tenerli a terra. Quell’attesa era frustrante.
Mi spostai sul letto e mi ci sdraiai vestito, come era successo la sera prima. Presi sonno in un attimo. Il soffitto verso il quale puntavano i miei occhi chiusi diventò per il tempo del mio sonno un enorme quadro dentro il quale potevo vedere il futuro. Vidi in maniera nitida come se lo stessi vivendo Yousuf alla guida di un piccolo furgone a nove posti percorrere le strade di Tel Aviv in tutta calma. I suoi soliti occhiali da sole in testa e i vestiti occidentali precisi e immacolati. Io al suo fianco a giocare con le stazioni radio israeliane. Per tre volte passammo rapidamente davanti all’aeroporto. Di notte non c’era molto traffico dentro e fuori il terminal. Senza mai essere costretti a fermarci al punto di controllo dei soldati israeliani facemmo salire a bordo del furgone prima Roberto, poi Barbara e infine Giulia. Uno sguardo tutto attorno per essere certi che nessuno ci seguisse e poi via veloci nella notte speziata e misteriosa. Saluti calorosi. Abbracci sinceri. La musica ad alto volume e i fari ad illuminare i cartelli che indicavano Gerusalemme, sempre più vicina. Già si vedevano le luci arancioni creare splendide ombre attorno alle mura della città.

A quel punto sentii bussare con forza alla porta. Mi svegliai e dalla finestra  spalancata entrava solo una brezza leggera, dal profumo di menta e sabbia. Avevo dormito per alcune ore e fuori ormai era buio. Le voci del quartieri che entravano in casa erano le stesse di qualche ora prima, la mia ansia anche. Yousuf era sul pianerottolo. Lo feci entrare. Mi guardò, partendo dai piedi fino alla faccia, e chiese cosa fosse successo. Gli dissi che avevo sognato talmente forte che mi sembrava tutto vero. Tutto terribilmente reale.
Yousuf prese una sedia e si mise vicino al tavolo. Estrasse una busta dallo zaino. Dentro c’erano quattro fogli ben piegati. Li aprì e li appoggiò uno vicino all’altro. Con solennità li osservò e disse – quasi a volersi scusare – che quello era il meglio che era riuscito a fare. Partire dall’Italia, continuò, era sempre più difficile. Tutto si stava modificando in brevissimo tempo. Gli aeroporti, i porti e le stazioni erano presidiati 24 ore su 24. I controlli erano molto stretti sulle partenze e in generale su ogni spostamento. Lo immaginavo.
Prese i primi tre fogli e mi disse che Roberto, Barbara e Giulia sarebbero arrivati tre giorni dopo, a distanze di poche ore uno dall’altro, su voli diversi e con coincidenze che non potessero mettere in relazione i tre viaggi. Per Irene invece mi disse di aver trovato un volo solo due giorni dopo, sulla tratta Milano – Atene – Beirut. Saremmo dovuti andarla a prendere in Libano. Yousuf mi disse anche che il giorno dopo avrebbe preso in affitto un furgone per tutte le nostre necessità.
Rimettendo i fogli nella busta da cui li aveva estratti alzò gli occhi e mi chiesi cosa mi turbasse. Mi tenevo la testa tra le mani come pesasse qualche centinaio di chili. Gli raccontai del sogno. Del furgone e dell’aeroporto di Tel Aviv. Delle tre persone con cui tornavamo verso Gerusalemme nella notte. Dell’assenza di Irene. Ripercorsi ogni fase, ogni sfumatura. Avrei preferito non ricordare quel sogno, come spesso mi succedeva.
Yousuf ascoltò attentamente come faceva sempre, senza dire nulla. Poi provò a tranquillizzarmi dicendo che se il sogno fosse proseguito avrei visto anche Beirut e il viaggio insieme ad Irene verso casa. Lo ascoltavo ma non so quanto riuscivo a credugli. Avevo paura che qualcosa potesse andare storto. Per me i sogni erano sempre stati una parte di realtà da tenere in considerazione. Da interpretare e non sottovalutare. Quell’ultimo brutto sogno, che non includeva Irene e che non mi permetteva di capire cosa le sarebbe successo da lì a pochi giorni, mi lasciava spiazzato, preoccupato e impotente di fronte ad eventi più grandi di me.
Yousuf mi abbracciò uscendo dalla porta. Sapeva che non avrei riposato bene. Lo sapevo anche io.

(pubblicato il 22 agosto 2011)

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[Tempo: 11 gennaio, sera/notte, ore 21.00 – 22.00]
[Luogo: Gerusalemme, interno casa]
[Personaggi: A. (maschio, 30 anni, italiano); Yousuf (maschio, 25 anni, palestinese)]

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