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Alzare l’asticella…

In Ponti di vista on agosto 29, 2011 at 7:20 am

Rassicurazioni. Le parole pronunciate sabato pomeriggio da Romano Prodi hanno offerto al pubblico intervenuto a Terzolas la sensazione di essere la parte buona del pianeta.  Attenta alle problematiche mondiali, impegnata nelle analisi, etica nell’immaginare le prospettive. Una posizione rassicurante, con i tempi che corrono. Ció che manca però – non solo in quella platea, sia ben chiaro – é il coraggio di rischiare, nelle parole e poi nei fatti. Il coraggio di uscire dai confini sicuri dei gruppi di affinità, dai porti accoglienti dell’identità o peggio dai vicoli ciechi dell’ideologia e del corporativismo.

Ho ascoltato volentieri le riflessioni dell’ex presidente del Consiglio e ne ho apprezzato la puntualità su alcuni temi centrali dell’attualità. La descrizione del “decennio della paura” dell’Occidente – per immigrazione, crisi economica, nuova leadership mondiale in mano cinese e mille altri motivi -, la speranza nella costituzione di organi sovranazionali che sappiano farsi carico di immaginare il futuro di un mondo unico e migliore, la conferma di uno sviluppo economico che non fa che aumentare le diseguaglianze sociali ad ogni latitudine.
Si é parlato di tematiche generali –  economia globale, Obama e carestie africane – e di questioni nazionali – tasse, evasione fiscale, giovani e spese militari  – ma ci si è soffermati  poco su di un argomento che é trasversale a tutti gli altri: la necessità di più politica, e non il contrario, e di migliore politica nella fase storica che stiamo attraversando.

Politica, questa sconosciuta. A forza di gridare alla riduzione dei costi della politica si rischia di non riconoscerne più nemmeno il compito originale. La discussione sull’abbattimento dei privilegi di deputati e senatori – quantomai necessaria – sembra in alcuni momenti trasformarsi in una tendenza all’annullamento del ruolo del politico. Lo si definisce costoso e superfluo, distante dal corpo sociale, incapace di anteporre gli interessi dei cittadini a quelli personali. La descrizione é calzante ma non é sufficiente per decretare l’inutilità dell’azione politica e del sistema rappresentativo e la sua messa in liquidazione. All’insopportabile decadenza della governance attuale non si puó far fronte con tagli lineari – gli stessi di cui si accusano i governi di tutto il mondo – e semplicistiche manovre di razionalizzazione numerica di chi ne fa parte.
Per dare veramente senso ad una nuova fase politica bisogna prendere in considerazione non solo l’esigenza di regole e limiti su vitalizi o numero di mandati. Sarebbero insufficienti anche azioni esemplari o gesti simbolici che rischiano di avere spesso contenuti demagogici e fini propagandistici. Restituire un ruolo alla politica significa probabilmente oggi ripartire dalle sue origine, riaffermandone il legame con i cittadini e i loro bisogni, riqualificandola agli occhi di chi negli anni ha deluso, restituendole un ruolo di interpretazione e modificazione della realtà che ha perso poco per volta. Bisogna alzare l’asticella degli obiettivi che si vogliono raggiungere.

Volti nuovi, ma non solo. Preparazione e capacità di leadership. Idee innovative e pratiche capaci di rendere molteplici i protagonisti della vita politica di una comunità, in un costante confrontarsi tra le varie componenti sociali. Ambizione nell’immaginare il futuro. Curiosità nel conoscere. Coraggio nel condividere e nel decidere. Sincerità nella descrizione dei problemi e pazienza  nella mediazione dei conflitti nell’ottica di una gestione virtuosa della cosa pubblica, nella buona e nella cattiva sorte. Sguardi ampi e attenzione ai bisogni, ai beni comuni e agli interessi collettivi e privati in una visione non piú verticale e classista (subordinante o subordinata che la si guarda dall’alto o dal basso) ma orizzontale e multiforme della società.

In questa maniera vedo riemergere il ruolo, ancora decisivo, di una politica di cui sentire il bisogno e non il peso. Mi sentirei di essere ottimista se uno dei presupposti di un nuovo Rinascimento fosse un complessivo rimettersi in discussione del pensiero politico. Fuori dagli schemi preconfezionati, dalle semplificazioni gruppettare e di comodo, evitando le grossolane partigianerie e sfuggendo ai legacci del passato si possono trovare le risposte per uscire dal “decennio della paura”, dentro il quale siamo ancora con entrambi i piedi. Bisogna volerlo però, senza accontentarsi di sentirsi la parte buona del pianeta. Serve a poco, con i tempi che corrono.

f.

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