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Roma capoccia…

In Ponti di vista on ottobre 17, 2011 at 2:45 pm

TUTTI SAPEVANO. Tanto tuonò che piovve. Era prevedibile ciò che è successo a Roma? Credo di sì, e tutti coloro che a tante manifestazioni hanno partecipato farebbero bene a dirlo chiaramente per non essere tacciati di ingenuità, o peggio di malafede. Tanto si è parlato di indignazione – parola tanto poco chiara quanto scivolosa -, di giorno della rabbia, di opportunità della rivolta e di attacco ai luoghi e ai simboli della crisi che qualcuno, un numero non trascurabile di persone, ha preso sul serio l’idea che la piazza romana potesse essere il contesto ideale per descrivere i contorni di un’ipotesi, dimostratasi velleitaria, di insurrezione popolare. Lucida follia organizzata. Monolitica ideologia, seppur annacquata. Inutile riproposizione estetica e autoreferenziale di un conflitto posticcio. Avanguardia sorda e cieca rispetto a tutto ciò che le si muove attorno.

Dove sta la sorpresa nel ritrovare in piazza coloro che da anni – forse decenni – predicano, scrivono e qualche volta esercitano fattivamente le teorie dell’azione diretta? E’ così paradossale che nel caos politico e sociale di questo tempo le file dei duri e puri vengano rinfoltite da giovanissimi pronti a calarsi il passamontagna attratti dal potersi fregiare del titolo di ribelli o da frange di ultrà pronti a saldare qualche conto in sospeso? E’ così diversa la composizione di questo 15 ottobre da quella delle battaglie nei boschi della Val di Susa o del 14 dicembre dell’anno scorso?

Non ci stanno proprio le facce sbigottite in questo momento, come non ci stanno le frasi che iniziano con i ma e i però tanto care alla politica italiana, di ogni estrazione e livello. Serve il coraggio di descrivere chiaramente la situazione dei movimenti in Italia – senza ipocrisie, doppi giochi, esercizi di equilibrismo e calcoli di opportunità – perché è nel pantano delle molteplici sigle, delle mille identità e delle innumerevoli contraddizioni dei movimenti sociali che nasce il cortocircuito di Piazza S.Giovanni. Mettersi in gioco pubblicamente, come mai si è fatto e con tutte le difficoltà che questo può comportare, è condizione necessaria ad evitare la banalizzazione della dicotomia violenza/non violenza o la volatilità della retorica, perché la democrazia che si vorrebbe cercare di riconquistare si basa proprio sulla trasparenza dei linguaggi, degli obiettivi e delle pratiche. Questo è il nodo centrale del futuro prossimo, e rappresenta la conquista reale di un terreno politico davvero depurato dai cascami decadenti del secolo scorso. Per farlo ci sono ancora alcuni padri da uccidere e diverse valigie di bagaglio inutile da abbandonare. Meglio viaggiare leggeri.

CREPUSCOLO DI UN MOVIMENTO MAI NATO. Gli Indignados! dovevano rappresentare la moltitudine di uomini e donne pronti ad apporsi ad un sistema insostenibile per la costruzione di un mondo migliore. In questa forma, in Italia, gli Indignados! non sono mai nati. Sommatoria di soggetti e anime diverse ricomposte in coordinamento, questo è stato fin dall’inizio. Con tutti limiti che anche in questo caso si conoscono da sempre. Difficoltà nel trovare la giusta mediazione sul cosa fare, rigidità organizzative, diverse interpretazione della realtà, tabù da non affrontare, egemonie da mantenere; in una sorta di deja vù che non ha mai trovato un punto di discontinuità da decenni a questa parte. Sta tutto qui il fallimento – mi auguro parziale – di un movimento che non ha saputo affiancare a rivendicazioni ambiziose un’altrettanto approfondita riflessione su se stesso e sulle proprie prospettive. Ha fatto suoi i simboli della protesta planetaria – le tende, i tweet, le convocazioni via internet – senza che nelle sue parti più organizzate ci fosse la capacità di comprendere il portato di rottura con il passato che questa scelta sottintendeva. E’ stata sottovalutata la necessità di esplicitare – dopo una condivisione ben più lunga di due giorni passati davanti a Banca d’Italia – le coordinate del percorso che si voleva intraprendere. E’ mancata capacità di assumere decisioni coraggiose e di creare un immaginario condivisibile e questo vuoto lo hanno colmato – sommariamente – quelli che in piazza hanno declinato a loro modo le parole rabbia, indignazione, conflitto. In un certo senso è comprensibile che nella confusione generale ognuno dia la sua lettura della realtà. Roma sabato ne è stata rappresentazione plastica, con tutte le sue contraddizione e i suoi strascichi.

E’ il momento delle domande, dell’interrogarsi febbrile di chi non vuole andare avanti perché bisogna farlo ma che pretende di avere la possibilità reale di assumersi la responsabilità delle scelte future. Non è il momento invece dell’apologia stantia della ribellione,  delle difese sperticate, dei distinguo precipitosi, delle dissociazioni strategiche ma di una personale e collettiva riflessione su cosa non ha funzionato, su quali sono i legacci che impediscono la costruzione di un nuovo pensiero lungo che faccia breccia nella società, su come sia possibile mettere un punto e andare a capo, finalmente.

f.

[nda] Ho scritto questa pagina anche se non sono stato materialmente a Roma, così come altri milioni di italiani. Non mi ritrovo nella parola Indignados! e nemmeno nel caos inteso come brodo di cultura ideale per un cambiamento. Riconosco nella ricerca e nell’analisi i presupposti necessari all’azione, nel tradimento delle proprie certezze il miglior strumento di conoscenza, nella curiosità il motore del futuro. Credo nella politica come necessario esercizio della mediazione e non come monolitica riproposizione del proprio pensiero. Chiunque voglia commentare questo testo lo faccia con la massima libertà.

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