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Ipse dixit…e il poter dire di aver sbagliato.

In Ponti di vista on ottobre 21, 2011 at 10:18 pm

INDOVINA CHI, DOVE E QUANDO? “I passamontagna, i sampietrini, le vetrine che vanno in frantumi, sono le solite, vecchie reazioni insopportabili che nulla hanno a che fare con la molteplicità dei movimenti che sfilavano a Roma e in tutta Italia (…)  Ridurre tutto a scontro vuol dire permettere che la complessità di quelle manifestazioni e così le idee, le scelte, i progetti che ci sono dietro vengano raccontate ancora una volta con manganelli, fiamme, pietre e lacrimogeni. Bisognerà organizzarsi, e non permettere mai più che poche centinaia di idioti egemonizzino un corteo di migliaia e migliaia di persone. Pregiudicandolo, rovinandolo.
Mi si dirà: e la rabbia dove la metti? La rabbia di tutti i giorni dei precari, la rabbia di chi non arriva a fine mese e aspetta da vent’anni che qualcosa nella propria vita cambi, la rabbia di chi non vede un futuro. Beh, quella rabbia, quella vera, è una caldaia piena che ti fa andare avanti, che ti tiene desto, che non ti fa fare stupidaggini ma ti spinge a fare cose serie, scelte importanti. Quei cinquanta o cento imbecilli che si sono tirati indietro altrettanti ingenui sfogando su un camioncino o con una sassaiola la loro rabbia, disperdono questa carica. La riducono a un calcio, al gioco per alcuni divertente di poter distruggere la città coperti da una sciarpa che li rende irriconoscibili e piagnucolando quando vengono fermati, implorando di chiamare a casa la madre e chiedendo subito scusa.” [???, vedi la soluzione in fondo alla pagina]

LA MANCANZA DELLA MEMORIA. I cicli politici – molto più quelli dei movimenti che quelli di Palazzo – si susseguono con una rapidità uguale a quella che caratterizza il nostro mondo globalizzato. Esperienze, o meglio fugaci istantanee, di attivazione sociale e politica vengono inserite in un frullatore che centrifuga nomi – che durano il tempo di un paio di giorni, come Draghi Ribelli piuttosto che gli stessi Indignados!, – identità e composizioni. La crisi ovviamente crea uno stato di  precarietà generalizzata e questa si riflette anche sui movimenti che vivono oscillazioni simili a quelle dei titoli di Borsa. Un continuo saliscendi tra momenti di esaltazioni – picchi di rendimento – e fragorose cadute non dissimili dai momenti in cui tutti gli investitori cedono frettolosamente le proprie quote azionarie. Questo andamento schizofrenico, destabilizzato da mille fattori interni ed esterni ai movimenti, sembra però non essere mai tenuto in considerazione sul lungo periodo e trova sempre risposte che tendono a tamponare l’emergenza e non a produrre interventi strutturali. Altra analogia questa con il mondo finanziario ed economico contemporaneo.
Il decennio breve appena concluso – i cosidetti anni Zero –  ci ha lasciato in eredità una miriade di fatti sui quali non si è costruita una storia comune e si fatica in parte anche a riconoscere una minima memoria condivisa. Siamo stati portati a vivere in maniera condensata e frenetica quello che probabilmente le generazioni del secolo precedente hanno incontrato in un arco di tempo dieci volte più grande, l’intero Novecento. I sogni di una rivoluzione apparentemente possibile, guerre planetarie e movimenti che a esse si opponevano, la crisi economica mondiale, fenomeni migratori imponenti, la crescita e la caduta di un modello economico, la frammentazione del tessuto sociale e molto altro ancora. Questo “decennio lungo un secolo” è stato vissuto tutto d’un fiato, con un deficit di sedimentazione e di comprensione collettiva (non solo all’interno dei movimenti) che ora dimostra tutti i suoi limiti. Si è dimenticato di accumulare le esperienze vissute – positive o negative che fossero – perdendo la possibilità di utilizzarle come strumenti di verifica sincera e pubblica del proprio percorso politico.
Su questo sfondo di estrema modificazione e velocizzazione del contesto ciò che rimane fisso – in un refrain indisponente e controproducente – sono le categorie politiche novecentesche che attraversano ancora oggi i movimenti. I linguaggi, le ideologie, le pratiche (di piazza come quelle all’interno delle relazioni politiche) e gli immaginari non sono passati attraverso il frullatore di questo decennio ma si sono esclusivamente adeguate, nella migliore delle ipotesi, alle nuove esigenze dell’agire politico non accettando però di mettersi davvero in discussione. Il risultato è il perdurare di una discussione che oscilla tra i temi della repressione e di nuovi servizi d’ordine, tra il marcare le differenze tra questa e quella manifestazione e un modo o un altro di intendere il conflitto sociale, tra qualche rivendicazione di egemonia all’interno delle piazze e ricorrenti nuovi manifesti d’intenti. I movimenti – almeno così li percepisco io – sembrano correre in circolo in un continuo ripetersi di situazioni già viste, in un costante ritornare sugli stessi temi, senza la spinta propulsiva per dispiegarsi in uno scatto deciso e definitivo verso il futuro. E la gente, attorno, fatica a capire.

LA NECESSITA’ DELL’AUTOCRITICA. La domanda che mi pongo è questa: è possibile immaginare un fare politica che faccia davvero della trasparenza e della sincerità i propri valori portanti? Un agire politico pubblico che sappia rinnegare i mille tatticismi e gli altrettanto numerosi artifici linguistici che innervano le dinamiche dei movimenti. Si può ambire al superamento del ripetersi – identico da anni – dei riti di piazza e della loro banalizzata narrazione per scoprire nuove vie da percorrere, nuovi linguaggi da condividere, nuove storie da raccontare? E ancora, può accadere tutto questo senza una netta e tranciante autocritica che attraversi i movimenti e che non lasci zone d’ombra e temi irrisolti? A mio parere no, e i percorsi di movimento – che per anni ho condiviso e partecipato – sono in estremo ritardo rispetto a questo indispensabile esercizio di autovalutazione. Ho letto con piacere il testo scritto da Giuseppe De Marzo, chiaro sia nel titolo – “Abbiamo sbagliato, discutiamone.” – sia nei contenuti, che tracciano una road map precisa delle esigenze dei movimenti: superamento di “analisi che appaiono ancora fragili o troppo primitive”, “chiarezza nelle proposte e nelle pratiche” e non ripetizione di errori come quelli che hanno portato il “coordinamento 15 ottobre a non voler fare sintesi politica  trasformandosi in un bus sul quale hanno viaggiato posizioni evidentemente discordanti ed incompatibili tra loro.” Gli errori, a mio modo di vedere, non si fermano qui e hanno radici molto più profonde che necessitano di una discussione ben più larga, che non si limiti ai fatti del 15 ottobre ma al significato complessivo di fare politica che sconta ad oggi gli stessi limiti di non chiarezza, di superficialità e non condivisione. Sperando che lo scritto di Giuseppe De Marzo – che va ringraziato per il coraggio e la franchezza – non venga derubricato a sfogo personale ma venga assunto come nodo politico centrale e non più posticipabile.

[IPSE DIXIT: Le parole sopra riportate erano contenute nella lettera scritta da Roberto Saviano dopo i fatti del 14 dicembre 2010. Non ne condivido i contenuti complessivi, e lo scrivevo in quei giorni, ma fa bene rileggere questi due capoversi per rendersi conto di come assomiglino alle parole di molti che oggi si scagliano contro i Black Block protagonisti a Roma lo scorso 15 ottobre. Chi inveiva contro Saviano, critico contro la piazza che “insorgeva”, ora rischia di indossare gli stessi panni di saccente giudice omniscente. Karl Popper ci ha descritto il suo mondo delle nuvole (descrizione del periodo postmoderno) come irregolare, sfrangiato, mutevole, caotico e imprevedibile. Mai come adesso questa è la descrizione del mondo in cui viviamo; dove ha più valore il dubbio della certezza, la pluralità dell’omogeneità, la complessità della semplificazione.]

f.

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  1. Fede l’identità di questo movimento è in costituzione e ti assicuro che viste le valide ragioni che lo portano in piazza, troverà sbocchi politici e a quel punto le ideologie del novecento e le aspettative di chi vive la precarietà tutti i giorni saranno meno effimere, il movimento al di la delle tare ideologiche, guarda a bisogni desideri che adesso non sono rappresentati e criticano questo modello di sviluppo. Ma queste cose le conosci anche tu visto che vieni da li, che te le dico a fare…

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