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Nuove direzioni.

In Ponti di vista on febbraio 17, 2012 at 1:30 pm

ROTTE DIVERSE. Le rotte dell’immigrazione stanno cambiando? Sotto la spinta di mutamenti epocali e di una crisi economica che sta sconvolgendo gli equilibri globali non è più scontata la direzione sud-nord dei viaggi e il ruolo dell’occidente come punto d’arrivo dei flussi migratori. Già si notano inversioni di tendenza, magari ancora numericamente non rilevanti, che mostrano questa nuova prospettiva. Annualmente – forse non per scappare da una guerra, ma sicuramente per costruirsi un futuro diverso – centinaia di migliaia di cittadini europei escono dai confini del proprio paese d’origine spostandosi temporaneamente o definitivamente. Lo stesso discorso vale per il continente americano o per l’Asia. Sono saltati i confini che definivano chiaramente i luoghi di partenza e luoghi di arrivo, così come è molto meno chiara la fisionomia del potenziale migrante. Tutti il pianeta si muove e ed un fenomeno che nessuno può fermare. Inoltre, oggi più che mai, è un fenomeno che non può essere guardato solo concentrandosi sulla particolarità statuale – nel nostro caso quella italiana -, ma coinvolgendo una molteplicità di attori che ne sono protagonisti.

OCCASIONI PERSE. Le poche decine di migliaia di arrivi a Lampedusa, nella primavera scorsa, uniti ai moti della primavera araba sarebbero potuti essere spunto di riflessione importante sul tema ben più ampio e articolato delle migrazioni a livello mondiale e dei motivi che le generano. L’Italia, oltre che braccio teso dentro il Mediterraneo sarebbe potuta essere anche cuore pulsante di un nuovo modo di intendere la circolazione delle persone, non più limitata al controllo dei propri confini o alla descrizione di un problema sociale. Ciò avrebbe sicuramente favorito una discussione che uscisse dal  pantano dell’emergenzialità – approdo sicuro per ognuno, nessun escluso – scegliendo di affrontare in maniera seria e articolata nell’immediato l’accoglienza e sul medio/lungo periodo le più ampie politiche migratorie. Ovviamente così non è stato. Si è ripulita in tutta fretta Lampedusa offrendo da un lato permessi umanitari (per 25mila tunisini) a mo’ di sanatoria-lampo  e suggerendo dall’altra percorsi di richiesta d’asilo (per altri circa 25mila)  anche dove i requisiti non sussistevano, al fine di posticipare il tempo delle scelte. Ad oggi, a mesi di distanza da quei giorni di tensione, ancora nulla è stato deciso e lo stato di emergenza è stato derogato fino alla fine del 2012, con un esborso milionario da parte dello Stato per progetti d’accoglienza che riguardano una fetta ridotta degli stranieri presenti sul territorio italiano, ormai (con o senza permesso di soggiorno) ampiamente sopra quota cinque milioni.

SENZA MODELLI. Il modello dell’integrazione (che sia mite o coattiva in salsa padana), inteso come forma di assimilazione ad una cultura e ad uno stile di vita – il nostro! – non ha portato nelle sue forme organizzate e istituzionali risultati particolarmente positivi. Il modello multiculturale, venato spesso da una certa pietà pelosa, ha contraddistinto gli ultimi decenni facendo diventare da una parte naturale la condivisione di aspetti parziali e a volte superficiali delle culture che volta per volta la nostra società si è trovata ad incontrare ma non ha mai posto l’accento sui nodi fondamentali di quelli che sono gli obbiettivi reali del rapporto con l’altro: la convivenza (alla pari) e l’interazione (alla pari). Ci si incontra spesso per momenti estemporanei e simbolici di socialità ma poi si ritorna nell’ambiente protetto della propria etnia e si preservano le distinzioni tra noi e e gli altri. E’ la quotidianità della vita delle nostre comunità – insieme alla miopia di un’intera classe politica, non solo italiana – a non mostrare ancora la prospettiva del superamento delle distanze che dividono i popoli del mondo da un loro possibile futuro comune. Si devono sottolineare giustamente gli aspetti positivi della giovane storia immigratoria italiana, ma non affrontarne le ombre e riconoscerne le contraddizioni rischia di limitare la nostra curiosità, di congelare il nostro coraggio, di falsare la nostra obbiettività. Al riconoscimento formale della cittadinanza (ma quale rappresenterebbe una vera svolta? quella del singolo Stato? quella europea? quella di libero e responsabile cittadino del mondo?) deve necessariamente corrispondere la costruzione di una cittadinanza sostanziale, fatta di riconoscimento reciproco, di cooperazione e di confronto costante.

STORIE DA RACCONTARE, STORIE DA SCRIVERE. Negli ultimi otto mesi ho avuto l’occasione di lavorare (e vivere) quotidianamente insieme ad alcuni dei circa duecento ragazzi africani accolti in Trentino dopo essere sbarcati a Lampedusa la primavera scorsa. Rimpiango di non essere riuscito una volta al giorno a raccontare una piccola storia condivisa con loro. Storie di speranza e di buon vicinato, ma anche di conflitti e aspre difficoltà relazionali. Momenti positivi e aspri contrasti. Mi auguro di essere ancora in tempo per farlo, sfruttando – almeno con alcuni – la complicità che solo l’incontrarsi e lo scontrarsi ogni giorno garantisce. Credo che in questo momento non servano profeti dalle cui labbra pendere, ognuno di noi nel suo piccolo ha il compito di essere narratore di se stesso e delle proprie esperienze quotidiane. Raccontare piccoli angoli di vita aiuta in questo momento a mostrare la complessità del mondo che ci circonda, renderli patrimonio comune permette di avere più chiaro il contesto dentro il quale camminiamo. Raccontarsi significa conoscersi, e conoscersi è presupposto necessario allo scrivere una storia comune.

f.

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