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Frontiere.

In Ponti di vista on marzo 12, 2012 at 9:41 pm

CONFINI. Fine febbraio 2012. Val di Susa, confine nord-ovest. Sole quasi estivo, poca neve. Ci si scontra per costruire o impedire di costruire la linea ad Alta Velocità. Lo Stato contro i cittadini, i cittadini contro lo Stato. La situazione surreale di una valle che deve essere “riconquistata” con un dispiegamento massiccio di forze dell’ordine e di uomini e donne disposti a salire sulle barricate per respingere quella che definiscono un’occupazione del loro territorio. Laddove il meccanismo di conflitto, confronto, mediazione e decisione condivisa si avvita su se stesso fino a rompersi viene meno lo spazio democratico necessario alla convivenza di obiettivi e aspettative anche molto diverse tra loro. Non ci sono né vincitori né vinti, rimane solo la sensazione di essere di fronte a un vicolo cieco dal quale è molto difficile uscire. E a un nuovo confine – immaginario, ma dalla potente valenza materiale – che divide oppresso da oppressore, assediante da resistente, buono da cattivo. Si segna così la distanza con chi sta dall’altra parte, si fossilizzano le differenze, si prepara lo scontro.

Inizio marzo 2012. Lampedusa, confine sud. Mare calmo, in una primavera anticipata. Sono arrivate in questi giorni due barche con 171 persone a bordo che oltre il confine liquido che divide il Mediterraneo (Braudel e Matvejevic faticavano a descriverne i contorni) portano la richiesta di un nuovo concetto di cittadinanza e con esso l’esigenza della condivisione di uno spazio di democrazia che superi gli stati nazione e la loro debolezza. Sono messaggi che arrivano dalla primavera araba – lì dove è riuscita ad abbattere il proprio dittatore o come in Siria dove ne subisce le violenze -; dalla Grecia in crisi dentro i confini solo sulla carta solidali dell’Europa; dalle contraddizioni della Russia e della Cina; dai confini saltati tra paesi sviluppati ed ex paesi impoveriti.

DEMOCRAZIE. Democrazia sospesa, democrazia esportata, democrazia rappresentativa, democrazia diretta, democrazia ferita, democrazia in crisi, democrazia formale, democrazia sostanziale, democrazia dal basso, democrazia cristiana, democrazia proletaria, democrazia partecipativa. Ci siamo nutriti per anni di una democrazia aggettivata, che ne ha moltiplicato significati e sfumature ma ne ha annacquato l’essenza. Abbiamo spesso preso le difese della nostra idea di democrazia dimenticando che la democrazia – se crediamo davvero che essa sia il sistema su cui basare le relazioni sociali, politiche ed economiche anche in futuro – è il risultato, come bene descrive Carlo Galli, della sua stessa storia e dell’incontro di una serie di variabili che interagiscono tra loro. Nel suo “Il disagio della democrazia” (2011, Einaudi Editore) le riporta una dopo l’altra con precisione.  Elenca “[…] la qualità del capitalismo che incontra (manchesteriano, fordista, toyotista, finanziario); di quali soggetti questo realizza l’inclusione dapprima subalterna e poi emancipata (plebe, proletariato, donne, precari, stranieri migranti); quale tipo d’uomo è previsto come cittadino democratico; quali forme politiche e quali tipi di assetto istituzionale connota la democrazia (ora sostanziale, ora liberale, ora repubblicana, ora populistica, ora autoritaria); quali ideali la nutrono (valori ora umanistici, ora ugualitari, ora realistici, ora utopistici) […]” segnalando opportunamente che da questa complessità, intesa come ricchezza ma anche possibile inerzia, nasce la possibilità per la democrazia di trasformarsi in altro da quello che conosciamo oppure inabissarsi. Sta a noi, come attori protagonisti di un futuro tutto da scrivere, decidere in che direzione volgere lo sguardo e la rotta.

PROSPETTIVE. In un bellissimo libricino (“Significato dei confini”, 1997, Bruno Mondadori editore), Piero Zanini offre spunti interessanti su come leggere anche i fenomeni legati al dissesto del vivere democratico. Descrive il confine – quello di cui si parla poco sopra rispetto alla TAV o quello che rischiando la vita oltrepassano i migranti – come “uno spazio proprio dove stabilire le proprie regole, un’autonomia visibile anche dall’esterno, il riconoscimento di una diversità” e ancora come “modo di segnalare il luogo di una differenza, reale o presunta che sia.” Dentro il confine ci si sente al sicuro, protetti rispetto a ciò che di pericoloso e diverso ne sta fuori. Ad esso si associano i concetti di sovranità, di difesa, di sicurezza e separatezza. Ben diversa è la concezione di frontiera – “come luogo vasto e indeterminato, in continua evoluzione, una costruzione artificiale che nasce dalle aspirazioni e dalle aspettative di una comunità e quindi da motivazioni sociali e non esclusivamente geografiche”. E’ in questa direzione che il confine (la contrapposizione e il particolarismo) si sfrangia “trasformando il limite che lo stabilisce in un margine sempre più ampio dentro il quale dare luogo alle differenze”, accettando e garantendo la possibilità e la mediazione del conflitto.

Riconosco in questo spazio di frontiera la dimensione da riscoprire di una democrazia moderna che sappia trovare – attraverso quello che il Langer costruttore di ponti definirebbe “tradimento della compattezza ideologica e culturale” – la giusta declinazione di concetti come istituzioni e partecipazione, libertà e responsabilità, memoria e futuro, sviluppo e sostenibilità, dialogo e decisione, conflitto e mediazione, opportunità individuale e progettazione condivisa. E ancora giustizia ed equaglianza, limite e misura, vecchiaia e gioventù, sogno e concretezza. Un lavoro enorme che riguarda tutti, che sta nell’ambito territoriale delle lotte contro la TAV, nel discorso aperto sui temi dell’Autonomia, fino a quello sovranazionale dei nuovi equilibri capitalistici, e che deve dare corpo a una democrazia – di nuovo arricchita di aggettivi e valori – che non venga quotidianamente strattonata a difesa dell’interesse di parte ma diventi terreno di comune costruzione di rinnovata speranza e collettiva presa in carico delle future sfide che ci attendono.

f.

Pubblicato su www.politicaresponsabile.it

Foto di Stefano Rubini – Argine del Po presso San Nicolò (dettaglio)

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  1. Inviato da FRANCESCA GLERIA il 12.03.2012 19:03
    Confini – frontiere – identità – democrazia – culture – alterità …. Ho sempre pensato che essere dentro un margine slabrato di identità potesse essere una occasione per sapere di più, conoscere più a fondo, comprendere meglio. Si tratta però, spesso, di un sapere tragico. Il sapere degli abitanti di Sarajevo, il sapere di Langer, il sapere dei migranti … Mi pare che di identità imprecise – multiple – cangianti, l’ordine – il potere – il sistema – non solo non sappia che farsene, ma ne sia infastidito. Mi piacerebbe che questa nostra esperienza di frontiera ci avesse/stesse insegnando veramente che non c’è un unico modo di vedere le cose e che l’unico modo per stare bene assieme sia valorizzare l’essere in mezzo, il non avere più una parte, il non volerla avere per trovare un accordo sulle cose importanti con il dialogo.

    Inviato da MICHELE NARDELLI il 12.03.2012 15:49
    Il tema che Federico Zappini pone è di grande interesse. Provo dunque ad interloquire attorno ai concetti di conflitto e di confine, che considero come altrettanti chiavi per abitare il presente.
    Il conflitto è il sale della democrazia, quando diventa irriducibile si trasforma in guerra. La guerra ci parla di questa irriducibilità, laddove diventano più difficili o si dissolvono i margini di compromesso. Ma, come dovremmo sapere, la guerra non è il territorio della democrazia. Questo non significa esorcizzarla: la guerra è una costante nella vicenda umana, richiede di essere indagata senza infingimenti, anche nei suoi lati più oscuri e inconfessabili. E, come ci ricordava Estanislao Zuleta, “… solo un popolo scettico sulla festa della guerra, maturo per il conflitto, è un popolo maturo per la pace”.
    Scegliere l’irriducibilità (o l’antagonismo) è, in questo senso, una scelta di guerra. Per questo mi preoccupa un mondo descritto attraverso le categorie del male e del bene. Perché così il conflitto non si dà (e nemmeno la ricerca) una via d’uscita (malintesa come inganno). Diventa disperato, mortale. Il monaco tibetano che si dà fuoco, descrive la perdita di ogni margine di speranza, l’assenza di uno spazio democratico nel quale valga la pena di vivere e lottare. E anche salire su un traliccio dell’alta tensione può significare la stessa disperata rinuncia (o assenza) della politica.
    Lo spazio democratico comporta la necessità di cercare una mediazione, un compromesso che trasformi la contraddizione e la faccia evolvere. Che le narrazioni possano trovare dei punti d’incontro. Che il conflitto non si presenti sempre uguale a se stesso e diventi opportunità di crescita. Per questo la gestione nonviolenta dei conflitti s’interroga sempre sulle vie d’uscita da lasciare a ciascuno dei contendenti.
    Quale sia il limite fra conflitto e guerra non è facile da stabilire, ma lì sta lo spazio della democrazia.
    La democrazia si trova a fare i conti con un’altra dimensione cruciale, quella spazio-temporale, che segna il contesto dell’interdipendenza. Perché oggi la cifra dei problemi è sempre più insieme territoriale e sovranazionale. Il fatto è che tanto la politica quanto l’immaginario collettivo sono fermi al paradigma novecentesco dello stato-nazione, condizionandone le scelte.
    Il progetto europeo è in crisi profonda, gli spazi transnazionali come quello mediterraneo o alpino praticamente non esistono. Eppure non si può affrontare alcun tema, dal lavoro alle questioni energetiche, dall’ambiente all’immigrazione, senza una visione che non sia almeno europea.
    Certo, l’anacronistico indugiare attorno ai confini nazionali, ancora genera morte e dolore, nelle guerre moderne che avvengono in nome dello scontro di civiltà, come negli abissi delle carrette del mare. Ma se guardiamo al futuro assumendo un atteggiamento responsabile verso la limitatezza delle risorse, il diritto di tutti alla dignità, la salvaguardia dei beni comuni … non possiamo non vedere la necessità di un cambio di paradigma capace di affrontare questi temi con uno sguardo diverso, in grado di mettere a fuoco le nuove frontiere della democrazia.
    Lontane e ad un tempo vicinissime al proprio giardino.

    Inviato da ADEL JABBAR il 12.03.2012 14:32
    Il Confine è una rappresentazione ambivalente, in cui sono rintracciabili sia la separazione che la condivisione. Lungo il confine coesistono i doganieri e le forze dell’ordine da una parte e dall’altra i contrabbandieri. I primi cercano di delimitare lo spazio, i secondi si muovono instaurando continuamente delle connessioni tra i “diversi” contesti. La modernità e l’innovazione hanno da un po’ di tempo trasgredito a una vecchia e superata visione del confine, basti pensare all’invenzione dell’aereo e alla collocazione degli aereoporti che spesso si trovano all’interno del territorio nazionale o al computer in quanto apparecchio di pratiche connettive che arreda oramai la maggiore parte delle case. Quindi mi sembra molto utile cogliere l’invito per una necessaria riflessione sui temi della cittadinanza e la partecipazione.

    Inviato da ALBERTO DAL POZ il 11.03.2012 16:40
    Mi pare interessante ed utile cominciare questo commento con un riferimento esterno, tratto da l’articolo di Massimo Cacciari su l’ultimo numero de L’Espresso: “la partecipazione è conflitto. Ma proprio intorno a questo ruota oggi, invece, la concorrenza tra le leadership politiche: su chi possa più efficacemente garantire il superamento del conflitto, cioè il liquidamento delle ragioni stesse della partecipazione”.
    La citazione mi sembra molto adeguata proprio con riferimento al citato caso della Val Susa.

    Premesso questo come spunto di riflessione, credo che l’idea stessa di democrazia sia figlia di un’applicazione territoriale nella quale i confini statali hanno giocato un ruolo fondamentale: perchè da quei confini passava la prima delimitazione di inclusione/ esclusione, quella della cittadinanza, della garanzia dei diritti, del diritto di esercitare la partecipazione politica…. Insomma, la pratica democratica è stata sin dall’inizio influenza dal confine, modellato diversamente a seconda dell’ideologia dominante (lo Stato liberale-borghese successivo alla Rivoluzione Francese, lo Stato “ariano” dei Nazisti, lo Stato “proletario”). Tutto ciò semplicemente per dire come la questione dell’inclusione e della partecipazione è sempre stata chiave per il confronto politico, vediamo da ultimo il dibattito sulla cittadinanza agli immigrati.
    Sinceramente faccio fatica a cogliere la distinzione proposta fra “frontiera” e “confine”, forse per indifferenza personale: sempre di limitazione si tratta. E alla limitazione dobbiamo associare la partecipazione, quindi elaborare strumenti e processi decisionali che coinvolgano tutti gli interessati: dai valsusini agli immigrati, con strumenti diversi a seconda dei contesti.
    Se nel primo caso assemblee locali in varie forme possono essere efficaci, nel secondo dobbiamo nuovamente passare tramite la mediazione statale (quindi tramite altri confini)….

    Inviato da ANDREA POLI il 10.03.2012 11:34
    Qualche spunto di carattere letterario: http://bombacarta.com/2009/06/25/tra-il-confine-e-la-frontiera/
    Personalmente, associo il concetto di frontiera all’esperienza americana, in particolare all’epopea del West, con tutto quanto di bello e di terribile essa porta con sè.

    Inviato da ENRICO ROSSI il 08.03.2012 10:02
    I confini possono essere anche spazi dove apprendere la democrazia. A volte lo sono, perfino loro malgrado; più spesso non lo sono, loro malgrado. I confini sono luoghi di incertezza, dove le sicurezze e le convenzioni vengono messe alla prova – e a volte sembrano non offrire più un riparo. Ma proprio per questo sono anche luoghi dove trovare e mettere alla prova nuove e diverse convenzioni, nuovi modi di avere certezze.
    Anche la storia aiuta: in fin dei conti c’è una bella differenza tra come erano vissuti i confini della nostra regione un secolo fa, e come lo sono oggi. È cambiata anche la geografia, certo: ma il confine in Alto Adige è più che mai culturale, piuttosto che – appunto – geografico. In fin dei conti, dagli anni Sessanta del secolo scorso non muore più nessuno, e dopo gli attentati (senza danni a persone) di metà anni Ottanta la violenza fisica s’è praticamente fermata.
    I confini culturali sono più mobili, più duttili, plastici quasi. È molto facile sentirsi italiani, è molto più difficile dire in cosa questo si sostanzi, si manifesti. È molto facile dirsi tedeschi francesi spagnoli ma, di nuovo, è difficile circostanziare queste sensazioni. In fin dei conti, culturalmente siamo diventati anche europei. Anche la storia aiuta.

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