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“Mare chiuso”, di Andrea Segre e Stefano Liberti

In Ponti di vista on marzo 20, 2012 at 1:04 am

UNA TRAGEDIA ITALIANA. Un documentario per descrivere la tragedia di un’Italia (e anche di un’Europa) colpevole e condannata. Sessantatre minuti di immagini (prodotte da ZaLab) per buttare uno sguardo al largo, dove nel 2009 avvennero materialmente i respingimenti, e uno a terra, sulla violenza libica e l’accettazione dell’opinione pubblica italiana. Andrea Segre ancora una volta raccoglie le storie del Mar Mediterraneo, le miscela con la cronaca politica e ci propone la fotografia di un paese sgangherato e impaurito, in cui il Parlamento (con una maggioranza di più dell’80%!!!) approva gli accordi con Mu’ammar Gheddafi e una grossa fetta di cittadini condivide la necessità di opporsi con ogni mezzo all’assalto dei migranti ai confini italici. L’Italia delle emergenze e della propaganda.

NARRAZIONI. Le immagini sgranate salvate nei telefonini – le stesse usate per accusare lo stato italiano – si michiano alla fotografia grandiosa delle riprese originali. I gialli e i blu, il buio profondo, la luce accecante. Il contrasto esasperato. Il documentario incontra il film, in quella che è la doppia strada intrecciata che Andrea Segre sta percorrendo felicemente. Le narrazioni dei tanti protagonisti sono frammenti di sentimenti, di migliaia di chilometri percorsi, di sogni infranti, di speranze ancora cullate. Le musiche – della Piccola Bottega Baltazar, scarica qui – sorreggono un’onda emotiva che cresce fino a esplodere in una conclusione che mescola il lieto fine e l’amarezza di una sentenza, che seppur positiva, ha il gusto della beffa. Del doloroso sollievo.

ANCORA PER QUANTO? La storia non sembra insegnarci nulla. Nel 2009 consegnavamo nelle mani dei carcerieri libici uomini e donne che avevano il diritto di essere accolti. Due anni e mezzo dopo – con gli interessi di torture e morti direttamente collegate a quella sciagurata scelta – ascoltiamo una sentenza che ci condanna ma dalla quale non traiamo insegnamenti. Le migliaia di persone arrivate l’estate scorsa sulle coste italiane ancora non sanno bene che ne sarà di loro. Non si muore solo in mezzo al Mar Mediterraneo, ma anche tra le pieghe della burocrazia e nelle zone oscure dell’invisibilità. Non si soffre solo nei campi profughi tra Tunisia e Libia ma anche ai margini di una società che non offre cittadinanza e produce esclusione. Abbiamo la testa dura e il cuore di più.

E con la bonaccia e la primavera ricompare la parola emergenza. Come se Lampedusa riconoscesse negli arrivi – e nei cadaveri – di questi giorni qualcosa di inaspettato e insolito. Come se scegliere la via del mare fosse una novità che ci sorprende ad ogni prua che vediamo puntare le nostre rive. Spaventati e per nulla curiosi. Decidiamo di non decidere, non accettiamo la complessità dell’incontro, guardiamo l’altro con ostentato disprezzo o con pelosa pietà. Il Mediterraneo è calmo in questi giorni ma rimane chiuso.

f.

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