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Signore e signori, in scena…la violenza.

In Ponti di vista on marzo 22, 2012 at 11:34 am

PROLOGO. Non ho mai fatto a botte con nessuno, neppure da bambino. Ho partecipato spesso a manifestazioni che sono finite con degli scontri con le forze di polizia. Ho partecipato con casco e scudo a iniziative che mettevano in preventivo la possibilità di ricorrere (non voglio discutere qui di temi importanti come il diritto di resistenza) all’uso della forza. Ho subito il fascino – alzi la mano, se ne ha il coraggio, chi può dire il contrario – della violenza e non ci trovo nulla di strano. Nei giorni scorsi ho avuto il piacere di discutere velocemente con il professor Ugo Morelli sulla dimensione umana come somma di empatia e di aggressività, miscelate in un composto naturalmente instabile. Negare questa doppia anima non aiuta a comprendere le ragioni del conflitto e impedisce di intravederne le possibili risoluzioni.

PRIMO ATTO. Tolosa, quattro persone (di cui tre bambini) rimangono uccise nell’attacco ad una scuola. L’azione – sembra ad opera un ragazzo di 24 anni – è organizzata per vendicare l’uccisione di uomini, donne e bambini in uno scenario di conflitto a distanza di qualche migliaio di chilometri. Un’esecuzione di matrice politica e religiosa. Ho evitato accuratamente di fare riferimento alle appartenenze dell’esecutore e delle vittime. In questi giorni ho percepito – fuori dalla condanna generale di ogni violenza – qualche tentativo di giustificazione o più in generale un certo distacco emotivo. Mi è tornata alla mente l’uccisione dei due ragazzi senegalesi nel cuore del mercato di Firenze, alcuni mesi fa. Perché i morti di Tolosa non provocano in noi la stessa reazione? Cosa ci blocca dall’esprimere la contrarietà ad ogni violenza razzista anche in questo caso? Affrontare il tema della violenza, e ancor più del diritto al togliere la vita, secondo diverse sfumature di legittimazione mi spaventa quasi più dello stesso fatto di sangue. La doppia morale è un terreno scivoloso.

SECONDO ATTO. Brescia, maestra elementare arrestata per maltrattamenti sui suoi alunni. Nelle scorse settimane invece non si contano i casi di violenza su donne da parte di mariti e compagni. Se viene meno – come sembra – la fiducia nei confronti delle persone con cui si dovrebbe percorrere un pezzo più o meno lungo della propria esistenza è evidente che ci si trova dentro una situazione sociale molto difficile. Come futuro padre non vorrei che la soluzione fosse l’installazione di telecamere in ogni aula, a controllo delle potenziali malefatte di maestri e maestre. Vorrei che ci si potesse fidare di nuovo del proprio prossimo, esercitando l’empatia senza ovviamente negare l’aggressività, e che mia figlia si possa ricordare dei suoi anni scolastici come di un periodo importante e sereno. Come compagno – chissà, marito? – invece vorrei che la persona con cui vivo non si senta costretta a frequentare corsi di autodifesa per timore di ciò che potrei farle io o qualche altro uomo. Vorrei riscoprire il significato più autentico della parola sicurezza.

TERZO ATTO. Piazza Dante, scontro a colpi di spranghe e bottiglie tra due gruppi di immigrati. Torna in prima pagina il problema di un non-luogo che anche dopo i lavori di ristrutturazione vive dell’instabilità delle esistenze dei suoi abitanti. Nell’incontro con l’altro (in questo caso con lo straniero, la sua cultura e i suoi problemi) sottovalutiamo, e spesso neghiamo, il conflitto che invece è parte ineliminabile delle relazioni sociali. Ci siamo disabituati a gestire la conflittualità, a darne lettura e interpretazione in chiave migliorativa. Le nostre città sono descritte come bronx, come luoghi degradati e invivibili. Per farci coraggio, approviamo che anche i Vigili Urbani possano girare armati. Ci sono già troppe pistole in giro.

ATTO FINALE. Possiamo semplicemente continuare a conservare l’illusione di essere immuni al richiamo della violenza e mantenere un doppio – o triplo – standard di giustificazione di essa in base al nostro libero arbitrio o affrontare senza reticenze una riflessione sulla moderna banalità del male, sulla costruzione di forme di mediazione del conflitto, sulla necessarietà del dialogo.  Possiamo proseguire a difendere ad ogni costo e con ogni mezzo (suonano minacciose queste frasi tanto comuni nel nostro tempo) l’integrità delle nostre certezze oppure – con la stessa energia – sforzarci nel conseguire obiettivi condivisi, che ci lascino stremati ma soddisfatti, diversi e più vivi. Questa scelta è la cifra del grado di speranza nel futuro che conserviamo,  contrapposta alla disperazione. L’essere protagonisti di questo cambio di paradigma è lo stimolo che ci deve guidare. Sipario.

f.

*Foto di Luciano Ferrara (Periferie, 1980-2000)
Stampa su carta baritata ai Sali d’argento

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