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Chi fermerà la musica?

In Ponti di vista on maggio 23, 2012 at 11:22 pm

Mi trovo a scrivere in merito alla “polemica” sui concerti nelle vie della città di Trento e so che sarò almeno in parte frainteso. Parto dalla mia esperienza personale. Vivo in via Suffragio da circa dieci anni e ho visto passare sotto il mio balcone alcuni bar storici della prima fase universitaria/happy hour della città. Ho convissuto – senza troppi pensieri – con gli schiamazzi, con le pisciate sotto casa, con le risse che con buona frequenza si verificavano. Per qualche anno ho partecipato in prima persona all’organizzazione di concerti presso il Centro Sociale Bruno, provando – e magari qualche volta riuscendoci – a limitare il disturbo che portavamo ai vicini e scontrandomi, spesso, con la difficoltà di fare i conti con l’esuberanza di chi alle serate musicali partecipava come pubblico. Ora via Suffragio è meno vissuta dal popolo universitario che ha trovato nuove mete di riferimento ma resistono un paio di locali con orari di chiusura che superano di molto la mezzanotte. Non organizzano mai eventi musicali all’aperto, vivono delle bevande che vendono e della posizione centrale di cui godono. I loro clienti, e le compagnie di ragazzi e ragazze che si muovono lungo le strade del centro dal lunedì al sabato, finiscono spesso per essere il sottofondo che mi accompagna a letto. Peggio va quando il tappeto di chiacchiere ad alta voce diventa alterco o canto a squarciagola, o scampanellata libera, o rutto di gruppo. Il mio modo di interpretare il ruolo di dirimpettaio è quello di chiedere (via sms al gestore) di poter ricevere un maggior rispetto almeno dopo un determinato orario, nel tentativo di costruire una corretta convivenza di diverse necessità e aspettative.

Perchè questo pippone paternalistico? In primis perchè credo che la libertà sia un bene di inestimabile valore. Fatico a vedere descritto tutto il potere immaginifico di questo concetto nella dimensione di divertimento che riesco a fotografare sporgendomi dalla finestra in alcune nottate particolarmente rumorose. Così come non riesco a convincermi che la libertà sia in qualche modo la sopraffazione di un interesse – nello specifico di chi vuole vivere la notte – su qualunque altro. Non credo che sia in questa direzione che si debba muovere una città per definirsi viva e accogliente, così come mi sembrano prive di qualunque tipo di efficacia le “fantasiose” proposte (di giorno in giorno modificate, smussate, addolcite) dell’amministrazione comunale per regolamentare le attività musicali e artistiche all’interno del suo centro storico. Non è certo il numero dei musicisti coinvolti il problema, né l’amplificazione degli strumenti. Queste sono solo regole, ovviamente necessarie se scritte con un minimo di buon senso, che offrono spunti di polemica ai fronti contrapposti ma non avvicinano di un metro alla risoluzione del problema.

Può davvero un regolamento da solo, fosse anche il più lungimirante e aperto, dare risposta ad una più ampia questione legata alla convivenza dentro lo spazio pubblico (o comune, se piace di più)? La piazza, il quartiere, il centro storico, la città. Stiamo parlando di luoghi sempre meno capaci di costruire relazioni virtuose che permettano ad ogni loro abitante – giovani e vecchi, uomini e donne, autoctoni e stranieri – di trovare soddisfazione nell’abitarli. I luoghi che dovrebbero essere dell’incontro sono oggi, con rare eccezioni, territori inesplorati dagli usi molteplici e confliggenti tra loro che hanno perso il loro ruolo di fattore aggregante e di cornice dentro la quale si svolge la vita cittadina. Si percepisce con forza la frammentazione del tessuto sociale e la scomparsa della figura del prossimo, cioè del rapporto con “quelli tra cui viviamo”.

Alla città serve una terapia d’urto, fatta di tanti decibel e concerti fino a tarda notte? Non credo. Negli anni scorsi avevo proposto a diversi musicisti di “occupare” tutti gli spazi destinati ai suonatori di strada per un’intera giornata, iniziando così un tentativo di riappropriazione degli spazi – seppur in posizioni non proprio centrali – della città, accettando di ragionare in quell’occasione attorno al rapporto tra musica e territorio. Non se ne fece nulla. Oggi mi chiedo perchè invece di sottolineare – giustamente – la pochezza del regolamento approvato dal Comune di Trento non ci si proponga in maniera forte come protagonisti di un percorso di inchiesta/confronto con la cittadinanza rispetto all’uso dello spazio pubblico. Significherebbe doversi porre in discussione rispetto ai propri comportamenti (da un lato l’abuso consapevole di alcool e il disturbo notturno, dall’altra l’assoluta reticenza alla partecipazione cittadina), rintracciare dei limiti condivisi dentro i quali muoversi e immaginare forme di sperimentazione coinvolgenti. Perchè ad esempio non ispirarsi a esperimenti interessanti di riutilizzo artistico di luoghi (i parchi, le corti, i giroscale, gli appartamenti e chi più ne ha più ne metta) in nome di un nuovo modo di stare insieme, nel tentativo di trovare nelle dissonanze una perfettibile armonia?

Mi rendo conto che questa mia idea possa sembrare davvero poco rock’n’roll ma la penso così e non credo che usciremo da questa patetica discussione su quartetti e quintetti, su casse monitor e batterie amplificate, su festaioli e casalinghi senza il tentativo – certamente complicato – della ricerca di un compromesso.

f.

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