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Alla costante ricerca…del passato!

In Ponti di vista on giugno 11, 2012 at 9:59 pm

Scrivo dopo una settimana, ma non è una recensione ragionata. Sono partito con molti pregiudizi, lo devo confessare. In macchina da solo verso Milano – pioggia e nubi alle spalle, foschia e afa davanti – ho pensato a cosa mi spingeva, dopo una settimana di polemiche e di rospi da ingoiare in silenzio, verso un concerto di lunedì sera dove un manipolo di band del secolo scorso tornavano a calcare lo stesso palco dopo anni di silenzio. Voglia di fuga? In parte. Ricerca di conforto in un passato felice? Come non potrebbe essere così. Il biglietto in tasca, comprato addirittura a metà gennaio, e in testa il dubbio di andare a sommare delusione a delusione. Un Chris Cornell senza voce – magari con qualche riferimento all’amico Timbaland – sarebbe stato il colpo di grazia! Incrocio le dita e supero il cancello. Entro in un enorme parcheggio ribattezzato inspiegabilmente Arena. E’ tardo pomeriggio e il sole giallo cala proprio sopra il palco. Suonano gli Afghan Wings, davanti a poche centinaia di persone. Di Greg Dulli ho ascoltato sommariamente anche i progetti Twilight Singers e  Gutter Twins, ma non sono mai riuscito ad appassionarmi davvero. Lo stesso anche davanti a questo live che assomiglia tanto ad un sound check. Mi guardo attorno e penso.

Agli inizi degli ’90 (avevo sette anni, quindi la mia è ovviamente una ricostruzione a posteriori) tutto sembrava filare liscio. Non era proprio così ma le apparenze a volte contano abbastanza. L’economia cresceva e non si sapeva cosa fosse lo spread. Si usciva dalla guerra fredda e si entrava in un nuovo decennio (e in nuove guerre, non meno sanguinose). L’ultimo decennio del secolo e del novecento. La storia di quegli anni – nel mondo come in Italia – è un susseguirsi di eventi che avrebbero potuto cambiare la direzione delle nostre vite. La forma è rimasta al condizionale. Le conseguenze di alcune scelte, e non scelte, fatte in quel tempo aiutano a rendere incerto il futuro prossimo che andremo ad affrontare. Prendeva forza il concetto di globalizzazione e tutto ciò che ne è conseguito. Nasceva anche il primo sito sul World Wide Web, non un cambiamento di poco conto nelle nostre abitudini. Nel mondo della musica c’erano un sacco di buone idee. OK Computer dei Radiohead, Nevermind dei Nirvana, Mellon Collie and the Infinite Sadness degli Smashing Pumpkins, Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot Chili Peppers, e anche Badmotorfinger dei Soundgarden. Solo la punta dell’iceberg di una produzione massiccia e variegata, di una vera esplosione creativa che contagiò un gran numero di giovani.

Sono anche anni turbolenti. Le band si costituiscono e con la stessa facilità si sciolgono. Il successo (e il denaro) non garantiscono longevità artistica e nemmeno anagrafica. Si fanno due/tre dischi eccellenti – nella migliore delle ipotesi, a volte nemmeno quelli – e poi ci si saluta. Magari poi ci si rivede dopo quindici anni e ci si riprova. Perchè in fin dei conti la crisi – in primis di idee – colpisce tutti e nel momento del bisogno una reunion è la forma cooperativa per eccellenza per rimettere in comune competenze e know how che non si dimenticano.

Pubblico adulto (brizzolato), pance prominenti, I-Pad per riprendere il palco. Molti tatuaggi – ma dove oggi ne se ne trovano -, donne in black e clima da grande rimpatriata. Una generazione che aveva sincronizzato il proprio stato d’animo con quello dei gruppi di Seattle si ritrova in questa occasione. Sono tra i più giovani presenti e tra quelli che i Soundgarden hanno iniziato ad ascoltarli quando già non c’erano più.

Per i Refused palco spoglio. Pubblico non numerosissimo ma competente e partecipe. Free pussy riot!!! Dennis Lyxzén è po’ Mick Jagger, un po’ uno dei Leningrad Cowboys e un po’ Gianna Nannini. Si muove molto, gioca con il microfono e le scarpe a punta, mantendendo un’ottima voce. Zanzare, pugni chiusi e nostalgie socialiste nella Milano arancione di Pisapia e Macao (la solita Milano, no?) che ha appena salutato il Family day e il milione di fan di Benedetto XVI. E’ un tempo complesso e contraddittorio, che ci possiamo fare! I Refused salutano il pubblico invitando tutti ad essere “hungry, wild and fucking foolish”. Chissà se loro riusciranno ad esserlo ancora…

Soundgarden. Chris Cornell sale sul palco di bianco vestito, come dovesse partire per una crociera. Gli altri sono direttamente scesi dalla macchina del tempo. Matt Cameron sembra Stefan Edberg. Stesso ciuffo, stessa candida maglietta. Kim Thayil, solo un po’ ingrassato, non ha mai cambiato posizione e taglio di capelli. Ben Shepherd ha aspettato nello stesso bar che frequenta da sempre, e impugna il basso sempre come stesse cercando di romperlo ad ogni giro. L’attesa del pubblico è tutta per loro. Davanti a me tre cinquantenni innamorate di Cornell se lo guardano con il binocolo come fossimo a teatro. Tutto attorno qualche migliaio – non troppa gente in effetti – di fan che cantano tutti i testi.  Searching With My Good Eye Close, Outshined, 4th of July, Jesus Christ Pose, Slaves & Bulldozers. La macchina viaggia a pieno regime, andatura regolare, pochi strappi e senza all’apparenza neppure troppa fatica. La voce tiene più di quanto mi aspettassi, sostenuta da un Matt Cameron perfetto. Tutti contenti, direi emozionati. Un solo pezzo nuovo, dimenticabilissimo, disperso tra due ore secche di…nostalgia. Sì, nostalgia, perchè di questo stiamo parlando. Unita ad una fottuta paura del futuro (rimanendo ai Soundgarden, legata all’idea di come possa essere un nuovo album targato 2012), qualche dubbio su di un presente senza novità e un forte richiamo ad un passato in cui ci si sentiva meglio. La vitalità di Springsteen, l’immortalità di una serie infinita di band sulla piazza da decenni e le numerosissime reunion ci dicono anche questo. Una fotografia abbastanza precisa che si potrebbe applicare ad ogni tema. Alla musica, alla politica, ai sentimenti. Il domani spaventa, l’oggi perplime, le uniche certezze sembrano arrivare – sfortunatamente – solo dall’ieri o dall’altroieri. Non un bel segnale.

Non è certo colpa dei Soundgarden, che rimangono anche dopo questo concerto il mio gruppo preferito.

f.

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