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Mondo 2.0, effetti collaterali…

In Ponti di vista on giugno 12, 2012 at 11:19 pm

Di Facebook e della rete. Le librerie sono piene di volumi che descrivono la straordinaria importanza di internet. Si organizzano convegni e master per studiare le eccezionali potenzialità della comunicazione in rete. Il primo decennio di questo millennio sarà ricordato come il tempo di Facebook e del Web 2.0. Vista la centralità di questi strumenti dentro la nostra quotidianità non c’è nulla di strano in tutto questo. Ciò che è meno studiato e viene spesso sottovalutato sono gli effetti collaterali della comunicazione aperta, orizzontale, libera. Non sta a me definire se il bilancio tra costi e benefici sia globalmente in positivo o meno, ma mi sento – in queste settimane che della rete e del suo dibattito sono argomento – di avanzare alcune riflessioni. La rete, la sua potenza comunicativa e la possibilità di mettere in relazione milioni di persone, ha la capacità di essere detonatore di emozioni e sentimenti, nel bene e nel male. Può essere strumento per la sollevazione di un popolo contro un dittatore sanguinario, base su cui costruire esperienze cooperative, luogo della conoscenza e dell’informazione. Ma può essere anche valvola di sfogo (a costo zero e magari nell’anonimato) delle nostre più viscerali pulsioni, arena dentro la quale mostrare il “pollice verso” nei confronti di chi vogliamo soccomba, campo di battaglia nel quale esprimere il proprio pensiero di tifoso. Lo spazio sconfinato a disposizione, la relazione non fisica ma mediata dal computer, il poter limitare la responsabilità di ciò che si afferma fanno il resto. In questo secondo caso a prevalere sono il livore, il rancore, l’odio; sentimenti che offrono la fotografia di una società che è giusto chiedersi se stia volgendo il proprio sguardo verso la civiltà o verso nuove barbarie, verso la mediazione dei conflitti o la ricerca dell’annientamento dell’altro e del diverso. Siamo animali sociali, capaci di grandi azioni e di enormi atrocità. Allo stesso modo gli strumenti che utilizziamo possono essere grimaldello per il cambiamento e il miglioramento di ciò che ci circonda o spade taglienti con cui infilzare chi è a noi avverso.

Della gente e delle sue passioni tristi. Il detonatore dell’esplosione della rabbia può essere qualunque notizia che permette di schierarsi in opposte tifoserie. Il commento è l’arma. Il mi piace è l’applauso, è la condivisione e l’invito ad andare avanti ed alzare il tiro. Lo spazio pubblico della discussione – immateriale, senza confini e regole – è l’agorà delle frustrazioni, dei cattivi pensieri, delle doppie o triple morali, di un linguaggio che ferisce, di un metodo medioevale di cercare la giustizia. Perché è la giustizia (in una notizia, in una azione, in una persona) che si dice di cercare quando si partecipa al dibattito sul web. O almeno così si sostiene. Serve un quadro esaustivo dei fatti per il giudizio? Non sembrerebbe. E’ sufficiente che la valutazione sia sommaria? Indubbiamente sì. E’ senza appello? Certamente. E’ decisione del popolo, che con le sue parole (i tweet come metodo di partecipazione?) è pubblico ministero e giudice insieme senza l’apparente necessità della difesa. Gesù o Barabba, chi dei due volete che io liberi? Sappiamo come è andata.
Chi costruisce questa ribalta ai peggiori sentimenti di una comunità – chi tende i fili dell’informazione e in generale chiunque abbia a disposizione un computer per alimentarne il vortice – offre il fianco ad una deriva populistica ingovernabile, figlia del momento contingente e ostaggio della dinamica del pensiero ultrà. Chi sta all’interno di una o dell’altra curva trova in queste il luogo sicuro per praticare una partigianeria sfacciata, una retorica offensiva e fine a se stessa e un crescente disprezzo nei confronti dell’altro. In questo senso ci siamo illusi che questa fosse una peculiarità del pensiero leghista o di qualche deriva estremista,  mentre invece è una caratteristica umana innata che proviamo a tenere a freno o neghiamo e che spesso giustifichiamo in nome di un supposto ideale (o un’etica) superiore.
Dove si da spazio o peggio ossigeno alla crescita di un clima di odio la politica è sconfitta in partenza. Laddove, invece di sviluppare la complessità e mettersi al servizio della comprensione, essa accetta la gara alla dichiarazione più tagliente è complice della sua stessa crisi e del suo inesorabile declino. Chi vuole essere alternativa all’attuale politica – intesa come luogo indispensabile del confronto e della produzione di idee – deve trovare l’orgoglio di alzare lo sguardo dei propri ragionamenti, dei linguaggi, dei sentimenti. Forse partendo da qui – la riuscita è tutt’altro che certa e il cammino lungo – si potrà immaginare un cambiamento sostanziale del terribile contesto sociale dentro il quale siamo arenati. Altrimenti? La giostra riparte, le urla si alzano, avanti il prossimo…

f. (2 giugno 2012)

*particolare di Vogliamo Barabba, di Honoré Daumier.

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