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Piazza Dante: il margine dentro la città.

In Ponti di vista on luglio 24, 2012 at 10:45 am

Piazza Dante è nel centro della città di Trento solo geograficamente. Non deve ingannare la sua collocazione tra i palazzi del potere politico e le stazioni del trasporto pubblico, e nemmeno la sua prossimità al centro storico. Piazza Dante è in tutto e per tutto periferia. E’ margine della città, non dispiegato ma accartocciato su se stesso e quindi sovrapposto ad una delle principali piazze cittadine. Si tratta di uno spazio ibrido e complesso, contraddittorio e conflittuale perchè incrocio di una molteplicità di identità e storie di vita, speranze e delusioni,  commerci e relazioni. Piazza Dante è le persone che la vivono, abitanti precari e senza un futuro certo. Piazza Dante è il luogo dentro il quale diventano evidenti i limiti del concetto di cittadinanza e dove i non-cittadini – gli immigrati soprattutto, ma anche senzatetto o tossicodipendenti  – diventano esclusivamente problema di ordine pubblico o di decoro da preservare. E’ qui che si crea e si allarga un pericoloso confine tra inclusi ed esclusi, tra centro e margine. Un confine che sembra ormai diventato una voragine.

Da anni si discute – animatamente, ideologicamente e spesso senza la necessaria lucidità – di cosa si debba fare per cambiare Piazza Dante. In nome di una crescente richiesta di sicurezza è stata spesso invocata una maggiore presenza di forze dell’ordine, la chiusura serale del parco, l’espulsione coatta di tutti coloro che lo frequentano e appartengono alla “categoria” degli stranieri. Questa, senza voler semplificare, è da sempre la strategia leghista e del rancore. All’opposto, negli uffici comunali si è predisposto un mix di interventi  urbanistici e sociali (AnimaDante, il mercatino dei gaudenti, il mercato contadino, qualche iniziativa culturale) che avevano il compito di riqualificare la piazza, restituendola alla città. Nessuno dei due metodi ha prodotto risultati apprezzabili, e la sensazione che emerge è quella che si sia sempre evitato di approfondire la conoscenza delle mille sfaccettature che caratterizzano la vita della piazza, premessa indispensabile per immaginare interventi efficaci e non emergenziali.

Negli ultimi anni infatti abbiamo spesso parlato di “politica dell’emergenza” e la situazione di Piazza Dante ne è un fotografia esemplare. In queste giorni si è arrivati a discutere – ne ha fatto cenno, anche se sottovoce, il Sindaco stesso – dell’utilizzo dell’esercito e si sono alzate senza incontrare troppe opposizioni voci che suggeriscono l’utilizzo della linea dura. Scelta, quest’ultima, che se attuata (non si capisce bene nei confronti di chi e secondo quali criteri) andrebbe vista come una sonora sconfitta della politica trentina, incapace di leggere tra le pieghe del territorio e priva degli strumenti per interpretare i messaggi che da esso arrivano. Questa sordità e una certa impreparazione di fondo sono i peggiori presupposti per immaginare un intervento articolato sui temi dell’immigrazione, della convivenza, delle politiche sociali e della marginalità. Perchè quando parliamo di Piazza Dante dobbiamo interrogarci su questi aspetti dell’intervento sociale e politico. Compiti gravosi e obiettivi ambiziosi che un’amministrazione matura dovrebbe saper comunicare ai propri cittadini e perseguire con continuità e coraggio.  Il vociare scomposto di queste ore non fa muovere la città di Trento in questa direzione e la fretta di “risolvere” il problema non facilita una riflessione necessaria e approfondita sul contesto nel quale si vuole agire.

Su Piazza Dante si sono accesi di nuovo i riflettori che ne faranno per qualche tempo tema di scontro e di polemica demagogica. Non si andrà oltre le frasi di circostanza sulla tolleranza zero, in tanti daranno la propria interpretazione dei concetti di legalità e di sicurezza, faranno forse la loro comparsa per qualche tempo le pattuglie aggiuntive agli angoli delle strade. Ma siamo certi che sia questa la cura di cui ha bisogno Trento? Non è forse arrivato il momento – con grande ritardo – di immaginare servizi e attività che sappiano unire azioni di monitoraggio e mappatura del territorio, mediazione dei conflitti e animazione sociale? Mi rendo conto che questa discussione, che tra l’altro è aperta a Trento da diverso tempo e ha avuto anche un breve periodo di sperimentazione, possa sembrare lontana dalla contingente richiesta da parte dei cittadini di una risposta muscolare dopo gli avvenimenti di domenica 22 luglio. Credo però che solo in questa maniera e con uno scatto politico, culturale e civico condiviso si possa affrontare la sfida della ricerca di un nuovo modello di convivenza e di cittadinanza. Per fare questo c’è bisogno però di tempo per riflettere, di idee su cui investire e denaro per poterle trasformare in realtà. E serve sguardo lungo e voglia di sfuggire al richiamo delle sirene della paura.

f.

P.S. Ho conosciuto personalmente molti dei 24 ragazzi centroafricani arrestati domenica lavorando con loro come operatore di Atas Onlus negli alloggi per richiedenti asilo. Sono molto dispiaciuto che la loro esperienza in Italia rischi di concludersi dentro un carcere (magari per l’impossibilità di scontare in altro luogo una pena lieve), in un CIE o nella clandestinità, destino di troppi stranieri che vivono nel nostro paese. Mi rattrista pensare che altre persone vadano in questa maniera ad ingrossare quel limbo di emarginazione, sofferenza e spesso micro-criminalità e violenza che oggi è la vita dell’immigrato clandestino.

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