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Piazza Dante: le zone d’ombra e le vite marginali.

In Ponti di vista on agosto 1, 2012 at 7:03 am

Lettera aperta indirizzata a Alessandro Andreatta (Sindaco di Trento), Violetta Plotegher (Ass. Politiche Sociali – Comune di Trento), Lorenzo Dellai (Presidente Provincia Autonoma di Trento), Ugo Rossi (Assessore alle Politiche Sociali – PAT), Lia Beltrami Giovanazzi (Assessore alla Solidarietà Internazionale e alla Convivenza – PAT).

Pubblicata dal Corriere del Trentino il 1° agosto 2012.

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Abbiamo atteso alcuni giorni prima di prendere parola e lo facciamo oggi, solo dopo un’attenta riflessione. Abbiamo sentito la necessità di fermarci e di provare a dire la nostra sui fatti avvenuti domenica 22 luglio in Piazza Dante e nel centro cittadino di Trento, non accettando semplificazioni e facili soluzioni. Lasciamo volentieri ad altri le fiaccolate e le piazzate propagandistiche, finte rappresentazioni di un crescente e reale desiderio di una comunità perduta. Non ci ritroviamo nella riduzione a solo problema di ordine pubblico, così come non ci affascinano le beghe sulle responsabilità dell’accaduto e le polemiche ideologiche che hanno seguito gli scontri.

Riconoscere la natura della questione, inscrivendola con precisione all’interno delle coordinate delle problematiche che solleva, è primo compito fondamentale. Si parla di marginalità sociale e di gestione dello spazio urbano, partendo dal caso specifico del parco di Piazza Dante. Non è l’immigrazione il tema centrale, ma la relazione con le “zona d’ombra” delle nostre città e con gli abitanti e le vite marginali che ne fanno parte. La microcriminalità (lo spaccio di droga, l’utilizzo della violenza) e l’ordine pubblico non sono argomenti principali, ma consequenziali ad un contesto di disagio e problematicità sociale molto radicato. Anche il dibattito sui modelli di integrazione o sull’accoglienza dei richiedenti asilo – in ogni caso sempre attuali e importanti, se non utilizzati strumentalmente – sembrano essere poco pertinenti.

Piazza Dante quindi, ma non solo. Già nel corso del 2009, all’interno di un progetto patrocinato da Cinformi, erano state monitorate alcune zone di marginalità sociale della città. In Piazza Dante e in alcune aree industriali dismesse, si era cercato di individuare le categorie di persone che le abitavano, le dinamiche di interazione quotidiana, le evoluzioni e i conflitti. Quattro mesi di osservazione quotidiana e continuativa, una presenza stabile con il fine di una vera mediazione culturale e sociale tra “società normale” e “società ombra”, che nei luoghi di confine – che siano essi in periferia o al centro delle città – si toccano, si sovrappongo e spesso anche si scontrano. I dati raccolti nel periodo di sperimentazione – si possono leggere integralmente nel Rapporto 2010 sull’immigrazione in Trentino – ci permettono di riflettere sul fatto che laddove mancano figure (professionali e riconosciute) con compiti di mediazione e comunicazione tra i vari gruppi presenti nel contesto urbano maggiori sono i rischi di esplosioni di conflittualità. Sembra una banalità, ma ancora oggi si propone di irrigidire i confini tra “società normale” e “società ombra” (con l’esercito, con recinzioni, ecc.) piuttosto che interrogarsi sulla risoluzione pacifica dei conflitti che naturalmente nascono in una città – quale è Trento – con più di centomila abitanti.

Le scelte d’emergenza rappresentano la risposta di una politica che abdica di fronte ai propri compiti, che mette in secondo piano le politiche sociali (nemmeno chiamate in causa nell’ultima settimana) e che decide di non accompagnare i propri cittadini nell’affrontare le paure – concrete o percepite che siano – dimostrando un pericoloso deficit di idee e coraggio. Non una novità sfortunatamente per la città di Trento.

Esiste un modo per uscire da questa impasse e percorrere nuove strade per affrontare la complessità degli spazi della marginalità sociale? In primo luogo riaffermando la centralità dell’intervento sociale, non accettando l’idea che la militarizzazione della città sia l’unica possibilità rimasta. Per fare questo va accettata la sfida di ripensare la città – e la gestione delle sue zone più difficile – attraverso il potenziamento delle proposte di monitoraggio, conoscenza e mediazione. Senza questa prospettiva di lungo respiro ogni tentativo che si caratterizzi per essere temporaneo, circoscritto e superficiale è destinato al fallimento.

La sicurezza – ci dice Ilvo Diamanti in un bell’articolo intitolato “Paura” – “è un bene durevole, che richiede un impegno di lungo periodo. Per costruire la sicurezza bisognerebbe agire con una visione lunga. Disporre di valori forti. Servirebbero attori politici e sociali disposti a lavorare insieme. In nome del bene comune. Pronti ad investire sul futuro.” Da Piazza Dante e dai fatti del 22 luglio scorso può nascere un modo nuovo di interpretare  la gestione dei conflitti urbani e degli spazi cittadini. Basta solo volerlo davvero.

di Stefano Rubini, Lucia Gennari, Donatello Baldo, Federico Zappini ( ex operatori di strada in Piazza Dante)

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