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Siamo tutti Alex Schwazer. Del doping e di una necessaria riscoperta della normalità.

In Ponti di vista on agosto 26, 2012 at 9:10 pm

L’importanza delle parole. Le Olimpiadi sono finite da due settimane e si è attenuata l’attenzione sulla storia di Alex Schwazer. Di certo non andava descritto come un eroe quando vinceva l’oro olimpico della 50 Km di marcia a Pechino nel 2008. Questa categoria, infatti, come quella dei miti e dei martiri è scivolosa e spesso altamente infarcita di retorica, uno dei mali del nostro tempo. Probabilmente non è nemmeno un mascalzone e un delinquente – o almeno non più di tantissimi altri – da quando è risultato positivo all’antidoping ed è stato escluso dalle Olimpiadi di Londra. Così come non potrà diventare un esempio morale dopo essersi assunto – a posteriori  – la responsabilità delle proprie azioni. In fin dei conti ciò che dobbiamo fare tutti ogni giorno, senza troppa pubblicità, nelle scelte della nostra vita. Alex Schwazer è uno di noi e ognuno di noi è un po’ Alex Schwazer. Essere umano con pregi e debolezze, capace di imprese memorabili e di immani tragedie. E’ quest’ambivalenza che ci rende fallibili, tutti destinati ad oscillare tra il bene e il male, tra la realizzazione personale e il rischio continuo di commettere errori.

Il doping come pratica sociale. Nello sport le pratiche dopanti sono ormai una costante – da Ben Johnson agli atleti della Germania dell’Est, passando per gli amatori delle gare della domenica – e quando non si tratta di sostanze chimiche ad influire sulle prestazioni sono fiumi di denaro che invogliano a truccare una o più partite. Una corsa al superamento di limiti sempre più avanzati (o più degradati?) in nome di un interesse superiore e di una irrefrenabile voglia di essere “di più”, di crescere. La crescita, questo mantra che continuiamo a sentir risuonare. Forse proprio in quest’ottica il doping – intenso come l’intervento non naturale volta al miglioramento di una prestazione – è diventato uno stile di vita, una necessità. I giovani uomini e le giovani donne hanno sempre piú bisogno di un aiutino per affrontare il lavoro o per essere “migliori” nei rapporti interpersonali, e le sostanze che permettono di farlo sono sempre più facili da acquistare e godono di un grosso consenso sociale oltre che di un alto grado di accettazione. Cosí come è semplice per l’arzillo vecchietto che cerca di rinvigorire il proprio fisico alla ricerca di un rinnovato ardore sessuale trovare la giusta pastiglia. La costruzione di un Io nuovo e la gratificazione artificiale della propria autostima, in assoluta coerenza con una società intera che vive sopra le proprie possibilità (a qualunque costo). Il “doping” finanziario lo abbiamo imparato a conoscere con i mutui subprime, prodotti tossici che ci hanno fatto aprire gli occhi sulla crisi economica che stiamo vivendo, e con i bilanci truccati della Lehman Brothers e poi di Stati interi. Il “doping” ambientale invece è quello che ci tiene già ora ampiamente sopra la linea di overshoot – di sovrasfruttamento – del pianeta, quel livello oltre il quale alla popolazione mondiale non bastano le risorse rinnovabili e si consuma il capitale naturale planetario. Abbiamo imbottito la terra su cui camminiamo di stimolanti attraverso colture (non solo quelle agricole) intensive per ottenere tanto e subito, e ora ne paghiamo le conseguenze con un’impronta ecologica insostenibile. Abbiamo perso il senso della naturalezza e della semplicità e ci siamo affidati a ricette di crescita senza controllo che hanno contagiato tutto e tutti, in una costante e collettiva ansia da prestazione.

La riscoperta della normalità. Di Alex Schwazer e della sua conferenza stampa mi ha colpito soprattutto la parte nella quale – in lacrime – confessava che la squalifica per doping gli restituiva un’opportunità che aveva perso: immaginare una vita normale. Blaise Pascal – quello del teorema – diceva che “Ciò che misura la virtù di un uomo non sono gli sforzi, ma la normalità.”. Ho sempre trovato questa frase bellissima, perchè restituisce valore al termine normale, non lo abbassa a sinonimo di banale o qualunque e riafferma l’importanza del coltivare la propria quotidianità piuttosto che il ricercarne una momentanea eccezionalità. Ricordarci di questo adagio forse ci permetterebbe di capire che non è dei gesti eroici che dobbiamo sentire il bisogno ma di una tendenza comune alla ricerca di una ritrovata normalità, di un equilibrio condiviso nel quale sentirci bene. In questa maniera smetteremo forse di riconoscerci in chi – nello sport come nella politica e nella vita di tutti i giorni – si erge al di sopra degli altri (come uomo della provvidenza), e proveremo a dar vita a una rete di rapporti che ci permettano di rinunciare a pratiche, relazioni, politiche ed economie dopate. La cosa più eversiva

Buona vita (normale) Alex Schwazer.

P.s. Torniamo allo sport. E’ di questi giorni la notizia che verranno revocate a Lance Armstrong le sette vittorie consecutive al Tour de France perchè accusato di doping. Le regole vogliono che, squalificato il primo classificato, la vittoria passi al secondo. Si rischia seriamente che questi sia peggio dello stesso Armstrong e anch’egli coinvolto in inchieste per doping. Non avrebbe un alto valore simbolico (so benissimo non accadrà) che nell’albo d’oro al posto del ciclista texano figurasse l’ultimo classificato della corsa? Nessun nome altisonante – non c’è traccia nemmeno in Wikipedia degli ultimi posti in graduatoria-, tre o quattro ore in più per percorrere lo stesso percorso, migliaia di chilometri pedalati nell’anonimato. Non una garanzia di “pulizia”, ma un piccolo segno di discontinuità.

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