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Una storia da raccontare / 7.

In Una storia da raccontare on novembre 20, 2012 at 11:13 pm

La colpa, caro Bruto,
non è nelle stelle ma in noi stessi…
Buonanotte, e buona fortuna.

Continuavo a dire a Roberto di correre. E lo strattonavo. Giù per la scarpata prima del parco della chiesa di S.Giorgio. Poi via, seguendo il lato della navata fino all’abside e dopo aver superato il campanile di nuovo dentro il reticolo di vicoli della città. Lo spingevo. In mezzo alla neve procedeva più lentamente di me. Rischiavo ad ogni passo di farlo cadere, ma era l’unico modo di farlo andare avanti. Con una mano si teneva la gamba destra, all’altezza della coscia. Si muoveva piegato in due dal dolore. Un rivolo sottile di sangue cadeva sulla neve, lasciando dietro di noi tracce ben visibili. Non era il nostro unico problema.
Non era la prima volta che scappavo da qualcuno. E a questo punto immaginavo non sarebbe stata l’ultima. Ne ero certo dopo quella sera. Dopo gli spari. Non mi era mai successo di riportare a casa un amico ferito da un’arma da fuoco. Di teste rotte o pelli abrase ne avevo viste molte durante le manifestazioni degli anni precedenti. Mai mi era capitato però di essere coinvolto in  una sparatoria. Il nostro respiro affannoso creava ampie nuvole di vapore. Un sudore gelido correva sulla mia fronte.
Alcune ore prima eravamo usciti per la terza notte consecutiva. Le prime due le avevamo passate in macchina, cercando di muoverci in quelli che erano i quartieri maggiormente frequentati dagli stranieri e dagli abitanti della strada. Nessun segnale, nessun movimenti strano. Due notti normali nonostante fossero gli ultimi giorno dell’anno. Non veniva meno nemmeno in un periodo così particolare l’obbligo di coprifuoco imposto alla città. Provavamo tanta tristezza nel vedere cassonetti della spazzatura colmi di esseri umani che solo in quel modo trovavano un poco di calore. Angoscia nel riconoscere persone adagiate sugli unici dieci centimetri di marciapiede sgombri di neve, ma comunque bagnati. Eravamo tornati a casa stanchi e delusi, convinti che il nostro stare di guardia non servisse a molto. Evitato il nostro passaggio chiunque avrebbe potuto agire indisturbato, senza interruzioni prima che noi tornassimo ad essere in zona, qualche ora dopo. Non era un inizio che ci incoraggiava a proseguire.
Quella terza notte era andata diversamente. C’era movimento in città. Una sorta di sinistra eccitazione. Anche gli abitanti della strada sembravano percepire l’elettricità che attraversava le vie del centro. C’erano risse per entrare nelle case abbandonate e per conquistarsi i pochi posti ancora disponibili dentro l’unico dormitorio cittadino. Discussioni feroci per capire a chi toccasse quella sera il cassonetto e il cartone dietro il sagrato della chiesa. Sembravano attendessero qualcosa che li metteva in allarme.  Ma cosa? O chi? Decidemmo di fermarci nel quartiere che stava a pochi isolati dal centro sociale. Io e Roberto per strada, a piedi. Giulia, Irene e Barbara in centro, pronte ad intervenire se le avessimo chiamate.
Movimenti lenti. Non parlavamo. Sbuffi bianchi uscivano dalle nostre narici. Ci guardavamo ogni tanto, con le mani in tasca e la bocca nascosta dietro il bavero della giacca. Vicolo dopo vicolo percorremmo tutto il centro città. Il silenzio era rotto da qualche scricchiolio dall’interno dei tanti palazzi diroccati del quartiere, martoriato come molti altri dalla speculazione edilizia e dalla crisi economica. Vecchi scheletri di cemento e legno che solo pochi anni prima ospitavano famiglie che vi trascorrevano le vacanze natalizie.  Immense e fredde ombre dentro le quali si perdeva l’altra città che ogni notte cercava un alloggio di fortuna, un angolo dove non morire, una pausa dentro il quotidiano lento peregrinare.
La neve continuava a cadere leggera rimanendo l’unica caratteristica costante del paesaggio cittadino che cambiava davanti ai nostri occhi.
Qualche sirena correva sulle strade che circondavano quel labirinto di vicoli all’apparenza tutti uguali. Così bui, così sporchi e maleodoranti, così sofferenti. Così tristemente deserti e malandati.
Ascoltavamo ogni rumore con la massima attenzione. Era una città surreale quella che vedevamo.
Ci volle un’ora e mezza per concludere il primo giro. Avevamo controllato tutte le vie, le piazze, gli anfratti. Niente. Ricominciammo di nuovo. Girammo l’angolo e ci bloccammo. Davanti a noi tre uomini stavano provando a dare fuoco a quello che sembrava un sacco di coperte buttato a terra. Due mani insanguinate spuntavano dagli stracci e confermavano la presenza di un corpo sdraiato sul selciato. A malapena si muoveva. Armeggiavano accendini a gas che cercavano di dare il via alla combustione di una sostanza infiammabile versata sull’uomo. Uno lo teneva fermo    e gli altri due erano indaffarati con il fuoco. Il sangue sporcava anche il sottile strato di neve. Tutto si svolgeva nel silenzio della piazza vuota.
Gli uomini erano completamente vestiti di nero. Irriconoscibili i volti coperti da passamontagna. Nessun segno distintivo o particolare permetteva di distinguerli dal buio che abbracciava la città. Dietro di loro una macchina scura con fari e motore accesi sembrava attenderli. Nessun’altro attorno.
Senza dirci nulla ci lanciammo contro gli uomini a terra. Riuscimmo a staccarli dal corpo. Il sangue era molto più di quanto si potesse vedere da lontano. Ci finimmo dentro, rotolando avvinghiati a quelle figure che sembravano non avere forma tanto il loro colore si confondeva con le tenebre. Neri dalla testa ai piedi. In due era difficile riuscire a tenere fermi i tre che cercavano in ogni maniera di  divincolarsi e di trascinarsi verso l’auto. Sentivo alle spalle i rantolii dell’uomo a terra. Doveva essere messo male. Il suo sangue era su di me, mischiato con la benzina.
Eravamo ormai vicini alla macchina. Noi sopra di loro. In inferiorità numerica la lotta non era proficua. Non sapevamo in che maniera tenerli fermi e allo stesso tempo non riuscivamo a comunicare con nessuno per chiedere aiuto. Sembrava che dalle finestre nessuno si fosse sporto per capire cosa stava succedendo. Eppure i rumori della colluttazione e le nostre urla avrebbero dovuto insospettire diverse persone.
Uno dei tre uomini riuscì ad attaccarsi con una mano al paraurti innevato della macchina e con una ginocchiata mi colpì all’altezza dello stomaco e immediatamente con un pugno al volto. Caddi all’indietro, ora sporco di due tipi di sangue. Rimasi steso, dolorante, e impiegai un paio di secondi a riprendermi. L’uomo che si era liberato era già saltato in macchina, schiacciando il piede sull’acceleratore. Uno sparò risuonò nell’aria. Secco.
Alzai lo sguardo dalla neve. Vidi le altre due ombre salire in macchina e la stessa girarsi sulla neve e partire velocemente. Una voce metallica intimò: “Alt! Polizia”. Non capivo da dove provenisse. Mi girai su me stesso e vidi Roberto accasciato su un lato. Una macchia di sangue attorno alle sue gambe e una smorfia sul viso. Il colpo aveva centrato il bersaglio.
Dovevamo andarcene di lì. Subito. Mi alzai di scatto e sentì risuonare di nuovo lo stesso ordine. “Alt! Polizia”. Presi una pietra e la lanciai contro l’unica luce accessa proprio sopra le nostre teste. La mia mira non mi tradì. Una notte ancora più profonda e gelida calò su di noi.
Estrassi il telefono dalla tasca e composi il numero di Irene. Sollevai Roberto prendendolo per le spalle e ci buttammo nel primo vicolo alla nostra sinistra. In discesa fino a raggiungere il fiume e superato il ponte potevamo già vedere una sterminata schiera di vecchie fabbriche abbandonate. Quella era la nostra via di fuga. L’oblio della degradata periferia urbana poteva essere il nostro rifugio, almeno per quella notte.
Irene rispose. Cercai di mantenere un tono di voce tranquillo anche scappando. Sicuramente Irene sentiva il respiro affannoso della mia corsa. Le arrivavano attraverso il telefono anche gli incitamenti che davo a Roberto per spingerlo ad allungare il passo. E non poteva non annusare anche l’aria di guai grossi in arrivo. Le dissi solo due frasi. “Siamo vicini a qualcosa di grosso. Domani alle dieci precise al solito posto.” Poi, senza lasciarle aggiungere nulla, riattaccai.
Continuai a scappare, ripensando alle mie parole. Mi pentivo sempre di non dirle tutto ciò che pensavo. In quel caso più di ogni altra volta.
I grandi capannoni della vecchia area industriale ci accolsero senza chiederci il perché della nostra fuga. Restammo muti, seduti ad ascoltare il pulsare dei nostri cuori e gli allarmi suonare nel resto della città.

f.

*Nell’immagine un particolare di Periferia al Tuscolano, Lorenzo Vespignani

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[Tempo: 2 gennaio, notte, ore 22.00 – 24.00]
[Luogo: periferia città italiana, zona industriale, esterno]
[Personaggi: A. (maschio, 30 anni, italiano);  Roberto (maschio, 35 anni, italiano)]

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