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Del doman non v’è certezza…

In Ponti di vista on novembre 28, 2012 at 7:23 pm

Provo in qualche maniera a rispondere a L. (che commentava il precedente articolo pubblicato su Pontidivista) senza diventare l’avvocato difensore della candidatura di Matteo Renzi. Non credo ne abbia bisogno e non mi sento neppure di avere un rapporto così confidenziale per assumerne le parti. Provo solo a disegnare alcuni ragionamenti che mi va di condividere.

E’ cambiato tutto. Beppe Grillo nel suo blog si rivolge a Matteo Renzi chiamandolo “l’ebetino di Firenze”. Per gli altri leader politici i nomignoli non sono migliori. Questo atteggiamento di sfida alla politica corrotta – e in un certo senso alla politica tout court – raccoglie oggi tanti consensi quante erano le risate che il comico Grillo generava nei suoi spettacoli. Le persone che sostengono le battaglie del M5S sono oggi nell’ordine di qualche milione (una buona parte veri e propri militanti, benchè in un certo senso prima seguaci), tanto da far diventare un movimento nato da pochi anni il secondo partito italiano. L’aggressività della proposta di Grillo rappresenta oggi il punto di coesione più efficace di un generale spaesamento politico che si respira in Italia, capace anche di fagocitarsi quello che rimane dell’Idv. Completamente sparita dalla scena la destra – orfana del suo storico leader e incapace di costruirsi un’alternativa credibile -, ondeggianti tra la fascinazione del Monti bis e la discesa in campo di un nuovo uomo della provvidenza quelli che tutti chiamano “i moderati”. A sinistra, quella che una volta si definiva extraparlamentare e ora lo è di fatto, rimane una galassia di partituncoli che raggruppano percentuali da prefisso telefonico e Sel, che merita una riflessione a parte. Nichi Vendola è persona e politico di cultura squisita che paga la distanza che lo separa da un elettorato per nulla capace di scalfire le proprie certezze ideologiche. Il tentativo di essere di lotta e di governo di bertinottiana memoria sembra ancora più complicato nel contesto sociale attuale, nel quale governare il cambiamento (e anche una fase di crisi non più così passeggera) significa spesso vedersi pesantemente contestati dai propri cittadini e dai movimenti. Questi ultimi, dopo essersi lasciati sfuggire l’occasione di farsi davvero punto di riferimento di una fetta consistente di cittadinanza (sfida raccolta dal M5S) accettando la responsabilità di rappresentarne una prospettiva di futuro, sembrano vivere – almeno in Italia – nell’attesa della rivolta; evocata, invocata e rappresentata ovunque si respiri, anche solo per un giorno, clima di tensione sociale. Il ruolo di agitatori e oracoli dell’insurrezione rischia però di essere un ghetto pericoloso e allo stesso tempo comodo. E’ sempre stato sottovalutato – o peggio percepito come estraneo – il tema della rappresentanza, di cui si è sempre celebrata la crisi e mai immaginata seriamente l’alternativa.
E il PD che fa in tutto questo? Senza rifarmi alla vocazione maggioritaria di Veltroni piacerebbe poter pensare ad un partito capace di assumersi il compito di fare la sintesi di anime diverse nella direzione di un allargamento ulteriore di una base già ampia ma spesso litigiosa e naturalmente variegata. Un salto di qualità che lo avvicini ad una dimensione socialdemocratica vera, che lo faccia uscire dall’equivoco di un equilibrio posticcio e tattico tra centro e sinistra (rappresentato plasticamente dalla necessità di alleanze con Vendola ma anche con Casini), che ambisca nel limite del possibile all’autosufficienza. Michele Salvati in una lettera sul Corriere di oggi descrive bene questo scarto culturale e politico. “Sono partiti (nda quelli socialdemocratici di stampo europeo)  aperti al centro oltre che a sinistra, non aggrappati all’appoggio del sindacato, del pubblico impiego, dei vecchi insediamenti territoriali in via di estinzione; sono partiti che sostengono i valori del merito individuale oltre a quelli della solidarietà con i più svantaggiati, partiti il cui socialismo è uno sforzo continuo di avvicinarsi a quell’uguaglianza di opportunità che è mirabilmente espressa dal secondo comma dell’articolo 3 della nostra Costituzione. Insomma, sono partiti che declinano i valori della sinistra tenendo conto della situazione in cui si trova ad agire oggi e non di quella, assai più favorevole, in cui si trovò ad agire nel dopoguerra, in quella Golden Age della grande crescita economica che è durata fino ai primi anni ’80 del secolo scorso.” Io questa possibile trasformazione onestamente non la vedo nella proposta di Bersani – e ancora meno in quella dall’esterno di Vendola – mentre percepisco segnali interessanti provenire da dentro il campo della candidatura di Renzi. Non nel Renzi personaggio forse, ma nell’energia che si è sviluppata attorno alla sua idea di rompere gli schemi delle primarie intese come investitura di un candidato già deciso, come conferma dell’esistente. Basterà? Non ne ho idea, del doman non v’è certezza.

Il programma. Due parole sui contenuti. Non ho mai capito bene la distinzione tra idee vecchie e nuove, così come di fronte ad una situazione articolata come quella che stiamo vivendo mi è difficile categorizzare tutto dentro il sistema binario destra/sinistra che ancora sembra caratterizzare (ancora per quanto?) la discussione politica. Certo nei pantheon ideali – spesso veri simulacri con radici ben salde nel secolo scorso – si cercano conferme, si rispecchiano abitudini che non si ha coraggio di mettere in discussione, semplificazioni interpretative che descrivono il proprio dna identitaria. Un esempio su tutti, Pietro Ichino. Il commento più utilizzato per descrivere il suo pensiero sul mondo del lavoro è il seguente: “E’ di destra, facilita i licenziamenti.” Altri nei suoi confronti utilizzerebbero maniere più spicce, ma questo è un altro discorso. Io onestamente non so se le sue idee debbano essere descritte come innovative o reazionarie, ne scrivo dopo aver letto il suo ultimo libro qui, ma lo includerei a pieno titolo nella squadra di governo che rifletta sul nuovo codice del lavoro e sui problemi dell’occupazione. Spero che questa mia opinione non mi escluda automaticamente dal campo del centro-sinistra e mi inserisca di diritto nella lista dei traditori dell’articolo 1 della Costituzione e della garanzia dei diritti dei lavoratori.
Dare corpo ad un “noi” reale e non contrapposto ad un opposto “loro” significa probabilmente fare questo, saper davvero mettere in campo percorsi di mediazione e costruzione di pensiero. La mia proposta – forse banale e priva di qualsiasi possibilità di essere presa in considerazione – del tavolo e delle due sedie per il confronto del 28 novembre, di una chiacchierata e non del fuoco incrociato delle domande andava proprio in questa direzione. Immagino che entrambi i contendenti (Renzi in questo dimostra una carenza di lungimiranza preoccupante) non avrebbero accettato e preferiscano lo stile classico del confronto televisivo in cui la strategia comunicativa e una buona dose di demagogia la fanno da protagoniste. Peccato.
Ilvo Diamanti, in una breve riflessione, accenna ad un rischio incombente e ad una prospettiva necessaria. Prima ammonisce i protagonisti delle primarie: “Nel Pd occorre fare attenzione a non trasformare la competizione fra i “duellanti” in antagonismo. Renzi e Bersani e, soprattutto, i mondi che si sono aggregati e mobilitati intorno a loro: non debbono diventare alternativi. Ed esclusivi. C’è il rischio, altrimenti, che si elidano a vicenda. E che, invece di favorire la partecipazione larga e paziente di questo periodo, producano disincanto e frammentazione. Divisione.” Poi li esorta: “Il Pd e il centrosinistra sono nati e cresciuti nella società e nel territorio. Ma se ne sono dimenticati. Ora che sono tornati (nella società e nel territorio), ebbene, ci restino.” Questi due semplici assunti dovrebbero essere chiari a entrambi i candidati – e a tutti coloro che li sostengono – e dovrebbero essere fondamento di una nuova fase politica che almeno in parte la numerosa partecipazione di domenica 24 novembre sembra aver aperto.

Questo è ciò che penso.

Siamo tutti Obama. E comunque anch’io sono d’accordo con Obama. Guardando alla Palestina e alla tragica situazione di Gaza non riusciremo ad uscire dal vicolo cieco della presa di posizione per l’uno o per l’altro se non assumendo la complessità della situazione. E con essa la pluralità delle responsabilità concorrenti all’aver generato un conflitto che sembra infinito. Meno slogan e meno retorica oltre ad un’efficace interlocuzione a più voci che coinvolga l’intero Medio Oriente e il Mediterraneo aiuterebbero la causa palestinese – due popoli e due stati? autodeterminazione dei popoli dentro un solo territorio?- e costituirebbe una reale forma di pressione sullo Stato di Israele. Anche in questo caso i dubbi sono più delle certezze, ma di sicuro ho smesso di gridare a squarciagola “Stato di Israele assassino!” pensando che questo gesto abbia qualsivoglia valore politico se non quello di confermare il nostro ruolo di agguerriti tifosi.

f.

*nell’immagine un particolare di “Tavola dorica”, Leonardo da Vinci

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