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La fuga dal fango. L’esigenza di prendere parola.

In Ponti di vista on dicembre 18, 2012 at 3:30 pm

Arbre de vie Riflessione in seguito all’intervento sulla Legge Finanziaria di Lorenzo Dellai (10 dicembre 2012) e alla successiva replica del consigliere Michele Nardelli.

Rompere il silenzio. Il tempo sembra essersi fermato negli ultimi giorni. Mantenerci in un infinito presente è il potere della politica di questi anni. Una politica in larghissima parte brutta, sciatta e senza fantasia. Dicono bene quelli che descrivono queste ultime ore come una copia – sfuocata e per questo ancora più impresentabile – della primavera del 1994 e di tanti altri momenti tristi degli ultimi due decenni. Una catena, di cui Berlusconi è solo l’ultimo e più resistente anello e di certo non l’unico colpevole, sembra impedirci di compiere un passo deciso verso un avvenire diverso, forse migliore. La negazione del tempo futuro è un peso che toglie il respiro, che impedisce di alzare lo sguardo, che mette il bavaglio alle parole. Che regala spazio al rancore.

Mai come ora – dentro una crisi economica, sociale e culturale che è paradigma dell’oggi e prospettiva per nulla auspicabile del domani – sento forte l’esigenza di prendere parola, di riaffermare la necessità di uscire da una spirale dentro la quale sembra di essere risucchiati. Non per dare soluzione facili e immediate, non per elencare promesse o sottolineare errori altrui, ma – se possibile – per contribuire alla crescita di una comunità capace di fare fronte alle difficoltà, di valorizzare le specificità, di sperimentare la condivisione. Mi interrogo con attenzione sul come farlo e ricordo le parole di Altiero Spinelli di ritorno dall’esilio di Ventotene, “nessuna formazione politica esistente mi attendeva, né si prestava a farmi festa, ad accogliermi nelle sue file…con me non avevo per ora, oltre che me stesso, che un Manifesto, alcune tesi e tre o quattro amici…”. Io con me non ho neppure un manifesto striminzito – e diffido anche di quelli che ne possiedono di troppo precisi e immutabili -; viaggio leggero con un sacco per metà pieno di domande e per metà di curiosità.

Impegno. Ieri e oggi. Negli ultimi due anni ho faticato a trovare uno spazio dove fare politica. Credo in parte per un naturale senso di spaesamento dopo aver vissuto per anni un’esperienza politica e umana, per certi versi totalizzante, dentro il Centro Sociale Bruno. Anni intensi. Fatti di importanti conquiste, di riflessioni articolate e del tentativo comune di dare corpo ad alcune idee di futuro e pratiche di partecipazione. Ma anche piena di contraddizioni, come sempre quando ci si confronta con la realtà, errori (personali e collettivi) e delusioni. Un percorso, in politica succede, dal quale le mie idee (e di chi con me le ha condivise) sono uscite sconfitte.
Non penso però sia stata solo questa necessità di acclimatamento fuori da un contesto conosciuto e familiare, ma allo stesso tempo fortemente identitario e privo di sfumature, ma anche il bisogno di guardarmi un po’ attorno senza dover rispondere delle mie riflessioni e delle mie perplessità se non a me stesso e – nel momento in cui soprattutto ho scritto sul questo blog – a chi aveva voglia di leggere. Ho partecipato meno alla vita politica trentina – almeno a quella pubblica -, pur rimanendo sempre attento a ciò che avveniva. Ho espresso pareri e cercato di imparare qualcosa in più osservando ciò che mi succedeva intorno e ho allenato l’ascolto più che l’arte oratoria. Non ho dimenticato gli argomenti su cui per anni mi sono battuto, non ho perso per strada la sensibilità verso i temi sociali che sono le coordinate dentro le quali si è mossa la mia esperienza politica di movimento. Animazione di comunità e partecipazione diretta; immigrazione, marginalità e diritti sociali; cultura, musica e incontro; territorio e mondialità. Autonomia e indipendenza, come pratiche quotidiane e orizzonti amministrativi.
Ciò che però è sicuramente è cambiato in me è l’approccio ad ognuno di questi argomenti, e in generale rispetto al mio pormi nei confronti dell’altro. Ho potuto aggiornare il mio vocabolario. Ho modificato, aggiunto o arricchito alcuni concetti e il loro significato. Conflitto, mediazione, compromesso, abitudine, limite, frontiera, ponte sono solo alcune delle parole uscite cambiate da questa nuova fase. Ho perso per strada un po’ di arroganza e un po’ della verità di cui mi sentivo depositario, e ho scoperto una forte passione per le differenze, per le sfumature e per il coltivare dubbi.

Punti di domanda. Ora sono qui a chiedermi – con tanta voglia di buona politica – quali possano essere i prossimi passi. In un certo senso fatico ancora a capire quali potranno essere i compagni di viaggio dei prossimi anni così come non mi è chiaro quale sarà lo spazio da vivere e costruire. Ciò che mi spaventa molto del contesto politico e sociale attuale, carico com’è di incertezze e di sfumature, è che sia ancora la tattica a dominare la scena, che si tratti di decidere candidature e alleanze o di scelte da approntare. Questo metodo – che è forma ma anche sostanza – conferma che i cambiamenti, culturali ancora prima che politici, si scontrano con inerzie fortissime, resistenze fortemente conservatrici (o peggio, solo conservative!).
Condivido in pieno la prospettiva – contenuta sia nell’intervento del presidente Dellai che del consigliere Nardelli – di dare continuità al percorso fin qui intrapreso a livello trentino ma credo anche che nei momenti di transizione – in modo particolare quando sono così fortemente simbolici come il post-Dellai – ci sia bisogno di chiarezza, di disponibilità a gestire inevitabili contraddizioni, di nuovo slancio ideale. Fino ad ora, esclusi alcuni ragionamenti abbozzati, mi sembra di intravedere solo guerre di successione che nulla hanno a che fare con un’idea di “politica alta”. Queste dinamiche sono assolutamente escludenti, ad uso e consumo degli apparati e delle varie correnti dentro e fuori i partiti; nel centrosinistra soprattutto.
Io mi sento distante da tutto questo, ininfluente e anche abbastanza disinteressato. Credo questi siano i sentimenti che provano in molti. Non so come se ne esca, ma per “proseguire nel percorso” credo sia indispensabile investire in un salto di qualità nei rapporti e nella cultura politica. Mi piacerebbe molto se ne potesse parlare in maniera più approfondita.

f.

*particolare di Keith Haring – “Arbre de vie”

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