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Congiuntivite e pensieri da mettere a fuoco.

In Ponti di vista on marzo 2, 2013 at 8:58 pm

luci-sfocate-mosse_19-115803-polaConvivo da quattro giorni con una fastidiosa congiuntivite. Sfogo psicosomatico (post elettorale?) che affatica non poco la mia vista rendendo difficile anche solo concentrarsi su un editoriale o nella scrittura di un articolo al computer. In un certo senso, vista l’aria che tira, potrebbe essere una benedizione. Liberarsi in un solo colpo di tutto il materiale di commento (e di propaganda, e di polemica, e di dietrologia) che in questi giorni invade giornali, tv e web aiuta sicuramente a riflettere con maggiore calma sugli scenari a venire.

Prima un passo indietro però. Non mi aggiungo alla lista dei sondaggisti provetti che sono certi che con la candidatura di Matteo Renzi la vittoria del centro-sinistra sarebbe stata sicura. Non ne avremo mai la controprova e quindi l’esercizio mi sembra inutile. Certo il periodo delle primarie del centro-sinistra è  stato terreno di partecipazione – numerica e qualitativa -, spazio innovativo di confronto sulle idee, moltiplicatore di speranza in un possibile cambiamento. E’ indubbio il fatto che in quelle settimane di attivazione dell’elettorato PD (più quello di Sel) e di una più vasta platea di “curiosi” l’onda del M5s avesse subito un rallentamento e la coalizione del centro-destra fosse ai suoi minimi storici. Il motivo, semplice ma per nulla scontato, è il fatto che in quel frangente si percepiva forte il tentativo di restituire legittimità alla politica, di riaffermare l’amore per quell’arte alta che serve a governare l’esistente e ad immaginare il futuro. Si stava incrinando positivamente lo schema destra-sinistra (cosa che Grillo è riuscito a fare benissimo grazie al catalizzatore della disillusione e della rabbia, trasversale ad ogni schieramento) nella direzione di un innalzamento del livello del dibattito pubblico, mescolando temi e proposte che riuscivano ad essere rappresentativi per un ampio spettro di cittadini. Si stava costruendo, dentro un sano conflitto e grazie alla somma di differenze, una prospettiva reale di lavoro attorno ad un nuovo scenario politico e sociale. Ci si preparava a giocare una partita su di un campo da gioco rinnovato.
Nell’ampia vittoria di Bersani – non solo per colpa sua –  questa evoluzione ha trovato un ostacolo invalicabile e l’energia che aveva caratterizzato le primarie si è arenata in una campagna elettorale conservativa, difensiva, che non ha emozionato e nemmeno convinto. Il PD si è fermato e ha gestito – neppure con troppo successo – le proprie posizioni, non riuscendo a contrastare da un lato il riemergere di Berlusconi e dall’altro la cavalcata di Grillo.
L’assenza di pensiero politico che negli ultimi anni ha caratterizzato il campo del centro-sinistra (dal gruppo dirigente del PD fino alla sinistra radicale, fin dentro le assemblee dei centri sociali) ne ha determinato la sconfitta. E ne descrive oggi un ritardo decisivo nell’interpretazione delle novità emerse dal voto e dentro il corpo sociale del Paese.

Dentro le contraddizioni. Oggi il PD, unico partito vero rimasto dentro il Parlamento, soffre di due gravi problemi. Il primo è legato al rischio di sbagliare comunque, qualunque decisione prenderà. I tatticismi, gli scenari previsti dallo staff di Bersani, le proposte dei vari uomini d’apparato descrivono la difficoltà nel trovare la strada giusta da imboccare senza paura di trovarsi in un vicolo cieco. Governissimo, intesa con il M5s, ritorno alle urne. Nessuna di queste ipotesi garantisce un risultato accettabile, tutte rischiano di incrinare ulteriormente il fragile equilibrio dentro (e fuori) il partito.
Il secondo deriva invece dalla necessità di un rinnovamento (del personale politico, dei linguaggi, del metodo) richiesto dalla rapida evoluzione che ha subìto la geografia politica in quest’ultima settimana. A livello nazionale (e parlamentare) e a livello territoriale il PD è costretto dai fatti a immaginarsi diverso, pena un’ulteriore emorragia di consenso e il rischio di implodere. Ma ora – al contrario di quanto sarebbe potuto succedere con le primarie – il cambio è imposto e per nulla naturale. Ogni accenno di trasformazione è dettato più dalla tattica che dalla convinzione ed è difficile pensare che non venga interpretato dai cittadini come risposta strumentale all’evidente imbarazzo di fronte alla “specchiata coerenza” oggi rappresentata della pattuglia grillina e dalle invettive del suo leader.

Come reagire a questa stasi? Confermando – e non si potrebbe fare altrimenti – di porre la difesa dell’interesse collettivo al centro del proprio agire politico. Riattivando, perchè la vera sfida è dentro una società ora lacerata e impoverita, quella virtuosa rete di rapporti che le primarie di pochi mesi fa avevano costruito e favorire la nascita di altri. Non per un giorno o per la campagna elettorale ma come prospettiva di lungo corso, come pratica quotidiana di ascolto, confronto e condivisione. Arricchendo nel brevissimo periodo, a livello istituzionale, la proposta rivolta alle altre forze politiche. Un governo composto da personalità di altissimo livello, cinque proposte concrete (ben definite e realizzabili), una voce unica che interpreti il pensiero complesso di un partito che vuole assumersi la responsabilità di decidere – e governare – e non si accontenta di gestire a proprio vantaggio l’instabilità post-voto.

Obiettivo di tutto questo non è bloccare Grillo – sarebbe limitativo – ma offrire una risposta al senso di spaesamento che ad ogni livello si vive nel nostro Paese. La sfida è quella di riaffermare la centralità della politica nella vita di una comunità, riqualificando uno spazio – quello dei rapporti tra politica e cittadini – oggi quasi completamente impraticabile.
Il mio è un appello al coraggio, e al rompere gli schemi, che spero qualcuno sappia raccogliere.

f.

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