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Frontiere e abitudini

In Ponti di vista on marzo 27, 2013 at 12:40 am

Gabriele-Basilico_01-638x425Testo che verrà pubblicato nei prossimi mesi come postfazione ad un precedente articolo dal titolo “Frontiere”, apparso sul sito Politicaresponsabile.it.

Anche per questa breve postfazione parto da Piero Zanini, che qualche anno fa scriveva così: “Vorremmo iniziare un percorso attraverso il confine (nda. inteso come una zona ibrida non rappresentata solo da una linea su una carta geografica), luogo misterioso e non abbastanza frequentato. Luogo che incontriamo molte volte nei nostri spostamenti, luogo dove è facile imbattersi nell’imprevisto e muoversi, spesso a tentoni, nella scomodità. Vorremo cioè cominciare a osservare quello strano spazio che si trova «tra» le cose, quello che mettendo in contatto separa, o, forse, separando mette in contatto, persone, cose, culture, identità, spazi tra loro differenti.” Non lo faccio per ritornare sulla disfida terminologica – che pur mi interessa molto – tra confine e frontiera,  ma per provare ad aggiungere qualche appunto a quanto ho già scritto. Non mi assumo la responsabilità di chiarire significati che ad ognuno sembrano diversi, ma tento di spingermi leggermente più in profondità. La frontiera, nell’interpretazione che ne ho dato, è territorio del cambiamento – non necessariamente in meglio – ma rappresenta per questo spazio angusto e scomodo da vivere. E’ lontano da ciò che è a noi familiare, presuppone attitudine (non innata in nessuno di noi) alla curiosità e al mettere in dubbio alcune certezze nella speranza di incrociare il proprio sguardo con quello – diverso – di qualche altro abitante della frontiera. Associo alla parola frontiera altri termini che andrebbero presi parallelamente in considerazione: ascolto, condivisione, idee, compromesso, bene comune, visione e futuro.  Vi associo anche, per contrasto, il concetto di abitudine. L’abitudine, di questo sono certo per esperienza personale, è nemica del cambiamento e – come spiega bene un’interessante ricerca condotta da Charles Duhigg dal titolo “Dittatura delle abitudini”-  riesce a trasformare in statica conservazione anche ciò che nasce come espressione di libertà e innovazione. Oriana Fallaci in una bella poesia la descrive così: “L’abitudine è il più spietato dei veleni perché entra in noi lentamente, silenziosamente e cresce a poco a poco nutrendosi della nostra inconsapevolezza, e quando scopriamo d’averla addosso ogni gesto s’è condizionato, non esiste più medicina che possa guarirci”. L’abitudine è la posizione certa che ci tranquillizza, è il metodo che conosciamo per affrontare le cose, è la partigianeria tifosa di sapere sempre da che parte stare, è l’identità feroce che sta alla base della dicotomia amico/nemico, è la banalità dell’ideologia e degli schemi semplificata nella contrapposizione fra opposti. L’abitudine è il rifugio dentro il quale ci sentiamo al sicuro e che ci consente di rinunciare all’ascolto, all’approfondimento e al comprometterci con l’altro. Quindi ancor prima che territoriale o temporale il concetto di frontiera è da applicarsi allo spazio del pensiero e dell’incontro con le differenze. Questo terreno altamente conflittuale è oggi disabitato, polarizzata com’è su posizioni apparentemente inconciliabili la discussione politica e la vita comunitaria. Forse proprio nello spazio di frontiera, quello che permette di incontrare e condividere, va cercato l’antidoto ad una crisi che è di idee e di prospettiva ancor prima che economica. Spesso ci riempiamo la bocca di buone pratiche che vorremmo imporre ad altri, ma prima dovremmo fare a meno delle cattive abitudini che ci portiamo dentro e che fatichiamo a scrollarci di dosso.

f.

*foto di Gabriele Basilico, dalla mostra “Bord de mer”

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