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Lo strizzaparole

In Ponti di vista on marzo 31, 2013 at 7:16 pm

Parole-polaApplauso (s.m.) – L’eco di un luogo comune.*

Lo ammetto, sono ossessionato dalle parole. Negli ultimi mesi ci sono alcuni fatti che mi confermano questa mia innoqua quanto ingombrante malattia. Nell’ordine. Da un po’ di tempo collaboro con una certa frequenza con il sito Politica Responsabile, un’esperienza intelligente di costruzione di pensiero politico. In rapida successione ho letto tre libri che hanno alla loro base lo studio del vocabolario. Economia a colori di Andrea Segrè (2012, Einaudi, 10 euro), ABC della cronaca politica di Carlo Galli (2012, il Mulino, 12 euro) e Tempi strani di Ilvo Diamanti (2012, Feltrinelli, 14 euro). In ultimo la settimana scorsa ho avuto l’occasione di partecipare alla presentazione di un bel romanzo, La lingua di Ana (2012, Infinito, 14 euro), e di chiacchierare un po’ con l’autrice Elvira Mujčić.

Strano che in un momento così critico per la parola ci siamo trovati a discuterne con tanta passione. Siamo partiti dai dati riportati da Tullio De Mauro che certificavano lo stato grave della conoscenza e della comprensione delle lingue da parte della popolazione italiana. Siamo arrivati a chiederci il perché il significato delle parole che usiamo, anche comuni,  sia oggi così difficile da condividere. Schiacciati da una mole incredibile di informazioni, inondati da una comunicazione ossessiva e sincopata, costretti alla semplificazione e alla superficialità nel comporre il linguaggio con cui esprimerci. Siamo muti e sordi allo stesso tempo. Privi di qualcosa da dire e incapaci di ascoltare.
“L’operaio conosce cento parole, il padrone mille, per questo lui è il padrone” diceva Don Lorenzo Milani. Oggi questo sembrano dire alcune ricerche scientifiche; siamo tutti un po’ meno padroni del nostro destino perché abbiamo meno strumenti per comprendere il mondo politico e sociale che ci circonda. Spaesati dentro la complessità, le nostre conoscenze – sempre più ridotte – non ci possono venire in soccorso. Siamo analfabeti in un sistema che vive di un surplus di media e necessiterebbe di una migliore qualità nelle relazioni, alla cui base sta la possibilità di interloquire, di capirsi.
Il turpiloquio ha preso possesso del discorso pubblico ad ogni livello. Dal Parlamento fin dentro le scuole.  Dentro 140 caratteri spesso dobbiamo condensare il nostro pensiero (quando ne abbiamo uno…), fatto spesso di slogan ed errori ortografici. Con queste basi è davvero difficile immaginare un’inversione di tendenza rispetto alla crisi che stiamo attraversando. Nel silenzio delle idee – mute senza la parola – non abbiamo strumenti per risollevarci.

Elvira Mujčić alla fine della presentazione del suo libro ha proposto di rivolgersi allo strizzaparole, un servizio di consulenza etimologica e in un certo senso psicologica per parole che hanno perso nel tempo il proprio significato e sono in cerca di se stesse. Parole dimenticate, o trasformate nel loro utilizzo, oppure parole messe in contesti dentro il quale poco c’entrano. Lei ha fatto alcuni esempi di quelli che potrebbero essere i primi pazienti da far sdraiare sul lettino: gli -ismi del Novecento e la libertà. Due punti di partenza decisamente interessanti.
La mia lista  è lunga. In una settimana ho appuntato, dividendoli in alcune categorie principali – e non esaustive – una serie di termini su cui io sento l’esigenza di lavorare. Sono i primi  con cui inizierei l’analisi.
I termini di attualità (crisi, crescita/sviluppo, responsabilità, governo, bene comune), quelli costituenti (politica, sinistra/destra, pace/guerra, democrazia, giustizia, Stato, amore, bene/male, memoria, identità), quelli di metodo (compromesso, incontro, ascolto, leadership, cooperazione, conflitto), i passpartout del nostro tempo (lavoro, alternativa, rivoluzione, cambiamento, riforme, rinnovamento, giovani/vecchi, generazioni) e i riferimenti sociali (territorio, comunità, cultura/culture, cittadinanza/cittadino, confine/margine, limite). Questo è il mio vocabolario minimo su cui provare a costruire un linguaggio comune. Non ideologico, non continuamente strumentalizzato, non gridato.

Non si tratta di un esercizio retorico nè di pura accademia ma di un passaggio necessario. Siamo sempre più spesso “senza parole” di fronte al trasformarsi vorticoso dei contesti dentro i quali viviamo. Quelle che abbiamo conservato soffrono di una mancata attualizzazione d’uso o di eccessivi segni di usura. Altre invece vengono caricate di significati che non possono sostenere e questo le rende inutilizzabile, vuote. Dobbiamo ridare senso a ciò che diciamo.
Altrimenti siamo disarmati, o meglio siamo quotidianamente in guerra contro nemici di cui non capiamo i messaggi e con i quali non sappiamo comunicare. Rimaniamo immobili di fronte a fenomeni sociali che non sappiamo leggere. Ci scopriamo fragili di fronte ad un futuro che non sappiamo scrivere con altri. Senza la parola siamo soli in mezzo ad un mondo di altre persone sole. Non una prospettiva desiderabile.

*tratto da “Dizionario del diavolo” di Ambroce Bierce (1865, Guanda, 13 euro).

I nuovi analfabeti, Simonetta Fiori – 29 marzo 2013 (la Repubblica)
Alfabetizzazione e Politica, Carlo Trigilia – 2 aprile 2013 (il Mulino)

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