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Elogio dell’incoerenza o della coerenza?

In Ponti di vista on maggio 28, 2013 at 8:43 am

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIn due giorni mi sono trovato a scrivere due articoli sullo stesso fatto (la candidatura di Alberto Pacher alle prossime elezioni provinciali) ma con due finali diversi, anzi opposti. Un sì e un no che cambiano – o forse neppure troppo – il contesto politico del Trentino. E quindi ho scritto del valore che possono avere in alcuni momenti sia la coerenza che, al contrario, l’incoerenza. Li ho uniti, nella mia evidente e dichiarata contraddizione, nel tentativo di dire che avrei trovato buoni motivi (e qualche dubbio) in entrambi le soluzioni e per spiegare che la parte difficile arriva ora e non riguarda la necessità di trovare un nome alternativo. Guardo con curiosità, attenzione e speranza a ciò che succederà nei prossimi mesi.

27 maggio, quando sembrava che sì…

Alberto Pacher, è notizia di oggi,  sembra essere ritornato sulla sua decisione. Sarà ancora una volta attore – protagonista – della campagna elettorale nelle prossime consultazioni provinciali. Ha smentito la sua volontà, ribadita più volte negli ultimi mesi, di farsi da parte e ha ceduto di fronte all’insistenza di chi gli chiedeva di restare in campo. Arrivati a questo punto che succederà ora?
Sicuramente in molti lo accuseranno di incoerenza e di opportunismo, così come fino a ieri gli veniva imputato di scappare dalle responsabilità di essere il successore all’era dellaiana, quindici anni ricchi di successi e qualche scivolone. Non credo stia in questi argomenti il cuore della discussione, viziata in partenza da una certa strumentalità pre-elettorale della polemica, da un eccesso di personalismi contrapposti e da un malcelato senso di superiorità etica e morale di alcune componenti del mondo di centrosinistra. La coerenza laddove diventa sinonimo di rigidità di pensiero e baluardo identitario non è un valore ma un limite alla crescita collettiva. Nega le sfumature, sostiene un’unica intoccabile verità – la propria! -, traccia solchi tra le differenze. Continuità e discontinuità. Vecchio e nuovo. Male e bene. Un corto circuito delle idee che antepone l’appartenenza ad una parte alla ricerca di una riflessione d’insieme. Impedisce l’analisi franca e condivisa del passato, la gestione attenta del presente e la progettazione lungimirante del futuro. Rende cechi di fronte alla complessità del momento che stiamo vivendo.

E ora che faranno i partiti della coalizione e i candidati in pectore, che da settimane si confrontano tra un aperitivo, un dibattito e un dichiarazione a mezzo stampa? Si continueranno ad attaccare  in nome della propria corsa solitaria alla Presidenza oppure tenteranno di alzare lo sguardo riaprendo una fase di confronto che non passi attraverso il botta e risposta fine a se stesso? Certo, la rinnovata disponibilità di Alberto Pacher apre scenari nuovi e ancora tutti da definire. A lui in particolare spetterà il compito tutt’altro che semplice di creare le condizioni per un percorso condiviso ripulito dalle incrostazioni rancorose degli ultimi mesi. Non basterà una lettera come quella inviata qualche mese fa per chiamarsi fuori dalla contesa, e spiegare i motivi che gli hanno fatto cambiare idea sarà fondamentale per bloccare sul nascere qualsivoglia tentativo di dietrologia sul fatto che ci si trovi di fronte esclusivamente ad una mossa tattica dell’apparato di partito. A lui e a tutti coloro che se ne vorranno assumere la responsabilità toccherà esplicitare una serie di idee che abbiano le caratteristiche del pensiero lungo e del cambio di paradigma – ce lo chiede la realtà che ci circonda e non la strategia elettorale – e trovare gli strumenti per rendere partecipe di questo percorso l’intera comunità. Non solo attraverso le primarie ma anche la ricostruzione degli spazi dell’azione politica, di un tessuto sociale che anche in Trentino appare sfilacciato, di un’abitudine al riflettere insieme persa da tempo. Ad Alberto Pacher – e a tutti gli aspiranti candidati per la coalizione di centrosinistra – sarà chiesto di dimostrare di possedere le capacità politiche e umane per dare alla leadership una dimensione collettiva e non accentratrice, disponibile nell’ascoltare e coraggiosa nel decidere. Capace insomma di ridare senso e valore alla Politica, tanto mal sopportata in questo periodo.

Perché questo avvenga bisogna sperare che non avesse ragione Alessandro Manzoni, che nei giorni del contagio della peste a Milano scriveva: “C’è pur qualcuno che non credeva agli untori, ma non poteva sostenere la sua opinione contro l’opinione volgare diffusa. Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune.” Ci fosse meno coerenza di facciata (quella dei “senza se e senza ma…”, dei “con me o contro di me…”, del “nessuna mediazione possibile…”) e un po’ più di buon senso si potrebbe guardare al futuro con un minimo di speranza in più. Incrociamo le dita e diamoci da fare.

28 maggio, quando si è capito che no…

Alla fine Alberto Pacher ha deciso. Non si ricanderà e quindi conferma la decisione spiegata in una lunga lettera al PD alcuni mesi fa. Ad ottobre non ci sarà, così come mancherà colui che è stato negli ultimi anni alla guida dell’Autonomia trentina, Lorenzo Dellai. Non ha ceduto ai corteggiamenti, ha resistito alle pressioni. Non ha risposto nemmeno a qualche editoriale che oltre la critica politica sconfinava nel sospetto, spesso anticamera della calunnia. In quello che è un cambio di fase epocale della politica locale credo sarebbe stato attaccato qualunque scelta avesse fatto. Restare per difendere (e proseguire) o andarsene per smarcarsi da un sistema descritto come esclusivamente clientelare, per alcuni con sfumature para-mafiose. Poco sarebbe cambiato. Va riconosciuto il coraggio di farsi da parte ammettendo di non essere “uomo per tutte le stagioni”, andrebbe accettata anche la paura di dover far convergere sul proprio nome la disomogeneità della coalizione di centrosinistra. Andrebbe prima di tutto rispettata la libertà individuale di mettere un punto nella propria vita politica, senza che questo debba passare attraverso mille interpretazioni più o meno in buona fede.

Che succede ora? Spazio agli innovatori che – chiedevano anche nominalmente – la sostituzione della classe dirigente associata alla “magnadora”? Continuità o discontinuità? Oppure una saggia e ragionata terza via che veda le cose fatte come punto di partenza e non come fardello di cui disfarsi precipitosamente? Superato l’impasse legato all’attesa di Pacher che ne sarà della coalizione di centrosinistra autonomista che nel test di Pergine ha dimostrato di perdere consenso e credibilità presentandosi divisa? Chi e soprattutto come riuscirà a offrire alla comunità trentina una sintesi reale e non posticcia di pensieri così diversi come quelli che esprimono i vari pretendenti alla Presidenza e le rispettive claque? L’Assemblea Provinciale del PD ha dato un primo segnale: primarie di coalizione, un candidato per partito, meno lotte intestine. Ora si devono aspettare le risposte dei potenziali alleati e i prossimi passi che non potranno essere solo formali ma anche – finalmente – di contenuto.

Infatti a volte non è sufficiente uccidere il padre per considerare raggiunto l’obiettivo del cambiamento. In politica – soprattutto – il provare ad affrancarsi dal proprio passato (o almeno proseguire oltre…) significa accettare sfide ancora più ambiziose per il futuro. Ora non ci sono più scuse. Orfano di una classe dirigente ingombrante – per carisma, competenza e riconoscibilità – capace di essere collante di una coalizione eterogenea e culturalmente variegata, il centrosinistra deve dimostrare di essere capace di camminare con le proprie gambe, capendo come prima cosa se il percorso da intraprendere è lo stesso per tutti.  Accertandosi che le idee e le visioni di prospettiva siano le stesse o almeno – non so se sia sufficiente… – non siano confliggenti. Dentro questo vuoto di potere si apre lo spazio perché emergano nuove figure di mediazione tra diversi, caratteristica indispensabile della leadership. Le primarie, da sole, non bastano e rimangono – se non accompagnate da un progetto comune nell’immaginare il governo del Trentino – puro esercizio di contabilità. Incrociamo le dita e diamoci da fare.

f.

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