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Oltre i nomi…

In Ponti di vista on giugno 3, 2013 at 1:18 am

zannidesertoPrimarie. Quando ho letto la notizia della simultanea rinuncia alla candidatura di Luca Zeni e Donata Borgonovo Re, con critiche assortite al partito di cui fanno parte, non ho potuto fare a meno di pensare immediatamente a una famosissima scena di Ecce Bombo, film di Nanni Moretti. Un intellettuale annoiato – interpretato da Moretti stesso – si esprime così in una conversazione telefonica:

No veramente non…non mi va. Ho anche un mezzo appuntamento al bar con gli altri. Senti, ma che tipo di festa è? Non è che alle dieci state tutti a ballare i girotondi ed io sto buttato in un angolo… no. Ah no, se si balla non vengo. No, allora non vengo. Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate “Michele vieni di là con noi, dai” ed io “Andate, andate, vi raggiungo dopo”. Vengo, ci vediamo là. No, non mi va, non vengo.

Solo una settimana fa si chiudeva la telenovela legata al nome di Alberto Pacher e l’assemblea del Partito Democratico (all’unanimità, non è un dato secondario) decideva di assumersi la responsabilità di scegliere – votando – un solo candidato da far partecipare alle primarie di coalizione.

A questa scelta, definita difensiva e figlia della paura del cambiamento, si oppongono le due personalità che maggiormente si sono esposte in questi mesi mettendo in moto vere e proprie macchine elettorali e ottenendo diverso spazio sui mezzi d’informazione locale. Dalle loro parole traspare un’evidente voglia di offrire un contributo al rigenerarsi dell’agire politico del PD e della coalizione di centrosinistra autonomista. Lo fanno – va riconosciuto – con energia e passione superiore alla media ma a mio avviso non sfuggendo al peccato originale della politica degli ultimi decenni: il personalismo. Non stupisca che questa mia riflessione nasca da due ritiri e non da un’investitura. A volte anche un passo indietro serve a marcare un’identità e ad allontanarsi da qualcosa o qualcuno che si ritiene altro e diverso da sè. La figura del leader carismatico, dell’uomo (o della donna) portatore del verbo salvifico – purificatore?- non mi convince perchè genera naturalmente divisioni insanabili fatte sulla base di criteri etici o morali. Da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Da una parte i sostenitori, dall’altra gli oppositori. Nessun compromesso.
Questo meccanismo mette in dubbio l’esitenza di qualsiasi strumento di decisione che non sia l’acclamazione (Rodotà docet) e il richiamo alla volontà popolare è strumentale al dare ancora maggior lustro alla figura dell’Eletto (o Eletta). Viene meno ogni compito dei corpi intermedi, così come risultano supreflue le parole e si accentua in maniera estrema il rapporto politico/followers tanto in voga in questi anni.
Questi sono i comportamenti, non gli unici per la verità, incomprensibili ai più che hanno l’effetto di allontanare ulteriormente i cittadini dalla politica. Emerge la centralità del capopopolo (e del suo seguito) in una polemica tutta interna al partito, che si avvita su tristi contrapposizioni tra correnti e futili questioni di metodo. Scompaiono dal terreno i temi fondamentali della campagna elettorale e più in generale del presente e del prossimo futuro del territorio trentino inscritto in un contesto europeo e mondiale complesso e per nulla lineare. Non è solo una questione di senso di appartenenza, ne tantomeno di fedeltà alla linea. E’ necessario un approccio diverso alla politica da contrapporre alla vulgata che categorizza tutto ciò che si avvicini alla politica stessa come inutile e dannoso. Non acritico e non addomesticato ma ben saldo nel separare le spinte individualistiche dal tentativo indispensabile di alzare il livello dei ragionamenti e degli interventi da mettere in campo.

Il riformare il PD (e più in generale un certo modo di essere di sinistra) non è compito che può assumersi un singolo senza farlo diventare obbiettivo di un gruppo ampio e variegato di persone e di sensibilità. E’ frutto di un’attenta elaborazione del passato, una rigorosa interpretazione del presente e una condivisa pianificazione del futuro non solo del partito, ma di tutto ciò che lo circonda. E’ visione, scelta strategica, è sommatoria di punti di vista. E’ confronto, anche aspro. E’ conflitto, con l’accortezza di prevederne la mediazione. E’ pluralità, certo, ma necessariamente anche sintesi nel momento in cui si devono prendere decisioni.

Ciò che non deve passare è la conferma della decisione di posticipare continuamente una discussione – aperta e franca – su quali siano davvero i contorni della proposta di cui la coalizione di centrosinistra autonomista si fa promotrice. Senza questa basilare piattaforma di partenza continuerà a farla da padrone la girandola dei nomi, frutto avvelenato degli ultimi vent’anni da cui non riusciamo a staccarci.

(Foto di Adriano Zanni, Cronache dal Deserto Rosso)

f.

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