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7000 Cafè e una proposta concreta…

In Ponti di vista on giugno 19, 2013 at 3:37 pm

basilicoHo visto in queste ore crescere l’indignazione attorno all’assurda idea della chiusura anticipata del Café de la Paix. Si sono attivate immediatamente raccolte di firme, appelli e tutti quegli strumenti che nell’era digitale permettono di dire la propria rispetto a quella che si ritiene essere un’ingiustizia. Ho letto con attenzione i molti commenti – più o meno articolati, più o meno arrabbiati, più o meno costruttivi – e mi sono chiesto in che direzione si muovessero. Questa non vuole essere una sintesi dei pensieri che emergono ma il tentativo di cercare una strada percorribile.

Ho percepito come predominanti tre sentimenti in particolare. Disillusione e frustrazione – da un lato – nei confronti di una città descritta come triste, vecchia, silenziosa. Pressoché morta. Dall’altra sfiducia nei confronti della politica che pone divieti, impone regolamenti e non tiene in considerazione le esigenze di una parte di popolazione. Non é compito mio giudicare se questa visione così negativa della città di Trento sia totalmente aderente alla realtà, ma certo mi sembra necessario approfondire la questione. Rispetto alla complessità della gestione – spesso conflittuale e faticosa – dello spazio pubblico ho giá scritto diverse volte e non mi ripeteró.

Nel caso specifico del Café de la Paix, che rappresenta un unicum cittadino e non è rappresentabile come un bar “qualunque”, ciò che va sottolineato a mio parere é che non ci si sta battendo esclusivamente per un orario di apertura più consono o per l’utilizzo del giardino e nemmeno per aprire una campagna – che sarebbe minoritaria e di parte oltre che di dubbia utilità – per la libera espressione di una fantomatica “Trento notturna”.
Credo che l’obiettivo debba essere piú ambizioso e lungimirante, capace di farsi carico della riqualificazione urbana e sociale dell’intero centro storico di Trento. Questo è stato l’effetto che almeno in parte ha sviluppato la presenza del Café in Passaggio Teatro Osele e la linea di continuità che va mantenuta anche in questo momento contingente di difficoltà.

Non credo che la contrapposizione a muso duro – legittima e in qualche maniera giustificata – all’amministrazione comunale intesa come soggetto vessatore possa e debba essere l’unica strada da percorrere. Serve, ed é una proposta che avanzo da tempo, offrire uno spazio di confronto che permetta a tutte le parti in causa di esprimersi. Un momento di dialogo – o più di uno – nel quale la politica torni centrale nella definizione delle prospettive di governo e sviluppo della città e la comunità tutta possa assumersi la responsabilità di essere compartecipe a questo disegno globale. Mi rendo conto che è uno sforzo per tutti, ma è necessario affinché ognuno degli attori in campo (Sindaco, abitanti della via, soci del Café) sia costretto ad alzare lo sguardo oltre le diffidenze preconcette e le differenze identitarie. Solo cosí tutti si sentiranno chiamati in causa nella trasformazione del luogo che abitano e non solo nella rivendicazione di un proprio diritto percepito come superiore agli altri.

Sarebbe un esercizio utile non solo per questo argomento. Immagino cento sedie in circolo e la possibilità di parlare apertamente. Gli inviti li inoltra il Café de la Paix? Ci proviamo? Chi ci sta?

f.

(foto Gabriele Basilico)

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  1. Bell’ idea Federico, se riuscite a costruire uno spazio di dialogo fatemi sapere io ci sono. Jacopo Zannini

  2. Mi infilo nella discussione da trentino trapiantato a Bologna. Sono passato dal Cafè della Paix a Natale scorso e mi aveva stupito, ripensando a com’era Trento quando me ne andai, ormai quasi 15 anni fa. Una ventata d’aria nuova. E infatti.
    Ma non è Trento, che pure forse questi problemi li vive estremizzati. E’ una tema, questo della convivenza di persone ed esigenze, della vita dei centri storici, che si ripete ormai da anni, con l’ago della bilancia che purtroppo tende a pendere pericolosamente sempre nella direzione di quelli che vogliono il silenzio “senza se e senza ma”.
    A Bologna questa cosa è stata particolarmente sentita, lo è tuttora. E’ un problema molto più complesso, fatto di tanti piccoli Cafè de la Paix, di strade e piazze che entrano ed escono dai riflettori grazie alla schizofrenia della stampa e dal potere persuasivo e politico di fantomatici comitati che si ergono a rappresentanti della popolazione tutta. Dopo ormai diversi anni passati a seguire come queste cose vengono gestite, la mia conclusione forse suona pessimista ma è frutto del come ho visto andare le cose in questi casi, praticamente sempre.
    I tavoli, il dialogo, gli inviti, gli incontri, non servono a niente. Naufragano, si scontrano contro quella che è la pura e semplice percezione della realtà che viene data, cioè che da una parte c’è il cittadino vessato e ammorbato dal rumore, dall’altra c’è chi il rumore lo fa, che lo fa perché va a bere la birra quindi per svagarsi. Conclusione, ha ragione chi vuole il silenzio.
    Possiamo stare qui a raccontarci tutte le cose sacrosante che inquadrano il problema nella giusta luce, la condivisione degli spazi, il fare cultura, le necessità di chi suona, di chi dipinge, di chi fa poesia.
    L’unica cosa da capire, l’unica cosa con cui misurarsi è il disegno politico che sta dietro alla gestione della città. Finché non cambia quello, si possono fare tavoli e tavolate, saranno rifugi dietro i quali si nasconderanno per poter dire vedete che noi il dialogo l’abbiamo cercato.
    A Bologna la discesa è iniziata quando se n’è andato Cofferati. Ora è sempre una lotta, per fortuna senza più tavoli, e per fortuna non vince sempre una parte sola.

    K

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