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Il risultato è casuale, la prestazione no

In Ponti di vista on luglio 19, 2013 at 12:07 pm

178100_10151283469457594_1635640553_oIn politica – così come nello sport e più in generale nelle vicende della vita – si vince e si perde. Zdenek Zeman, discusso filosofo della panchina, era solito dire che “il risultato è casuale, la prestazione no”. Parafrasando il suo pensiero in relazione alle recenti primarie si potrebbe dire che la sconfitta ci può stare (in fin dei conti è uno dei due risultati possibili, l’ics non è quotato), ma ciò che è inconcepibile è il modo in cui è arrivata e il contesto su cui impatta.

Di primarie si muore? Delle primarie è difficile innamorarsi – soprattutto in ambito locale – e il rischio di questo artificio partecipativo è quello di deresponsabilizzare chi (le assemblee di partito? le riunioni collegiali di coalizione? i circoli?) dovrebbe avere il compito di decidere la migliore soluzione in vista di un’imminente tornata elettorale. Per mesi si è discusso di regolamenti, di turno unico o doppio turno, di primarie aperte, chiuse e di coalizione. Dalla loro comparsa in Italia le primarie sono diventate, nel loro ripetersi continuo, uno strano meccanismo che è oscillato tra necessità confermativa di una scelta già fatta (Prodi, Veltroni, ecc.), ricerca di consenso e visibilità (Renzi, Civati, Zeni, ecc.), ricorrente ossessione para-partecipativa (in generale nell’ultimo paio d’anni post-emersione M5s) e extrema ratio votata alla real politik nell’assoluta incapacità di trovare un punto di equilibrio (il caso trentino di questi mesi) tra visioni diametralmente opposte della realtà. Spesso, ultimamente, sono state preludio di fragorose cadute o almeno non sono state sufficienti ad evitare clamorosi errori.

La chiarezza. Sarebbe ingeneroso semplificare la situazione accusando lo strumento come l’unico dei problemi. Sarebbe una bugia. Così come è un errore soffermarsi solo sulle difficoltà interne al PD. In gioco non c’è la sopravvivenza di questo o quel partito, ma la traiettoria futura che l’anomalia politica (con grandi pregi e qualche opacità) che ha governato il Trentino negli ultimi anni vuole imboccare.  La percezione – nei commenti di questa settimana – è che ad essere fragile sia soprattutto la dimensione coalizionale. Può la vittoria di Ugo Rossi essere così inaspettata e indigesta per alcuni degli alleati, e del loro elettorato, da farne venire meno un appoggio sincero e collaborativo nel prossimo futuro, condizione fondamentale della pratica delle primarie qualunque sia il risultato che ne consegue? Può la leadership autonomista essere un ostacolo tanto alto da pregiudicare un percorso comune per i prossimi anni e mettere in dubbio i risultati raggiunti dall’amministrazione condivisa degli ultimi quindici anni? Possono essere più importanti le ambizioni personali e le dimensioni gruppettare rispetto ad una visione complessiva delle sfide che attendono il territorio in cui viviamo?
Serve chiarezza nel capire se lo stare insieme sotto le insegne del centrosinistra autonomista sia solo un esercizio di composizione creativa e di equilibrismi dialettici oppure abbia delle basi solide in un comune immaginario per la gestione della complessa macchina amministrativa della Provincia Autonoma di Trento. Delle due l’una e mi auguro con tutto il cuore che la risposta sia la seconda. Se così non fosse i problemi sarebbero ben più gravi rispetto a come vengono descritti in queste ore…

Da qui ad ottobre ed oltre. I risultati delle primarie lasciano ovviamente tossine nei “muscoli” della squadra che nelle elezioni di ottobre dovrà cercare di portare alla vittoria il centrosinistra. E’ comprensibile – nel brevissimo periodo – anche una certa confusione dovuta ad un evidente cambio di contesto. Certo questa situazione non può durare a lungo. Ritornando a Zeman e alla sua ossessione per la qualità della prestazione, per il bel gioco, per l’attenzione al conivolgimento nell’azione di tutti i giocatori credo che questa sua visione del calcio – se trasportata dentro le esigenze di coalizione – ci aiuti a capire in che direzione muoversi.
Anteporre alle ambizioni personali una costante procedura collegiale, un cambiamento di fatto rispetto alla gestione spesso accentrata del periodo dellaiano. Lavorare per un programma di governo “alto”, che abbia il respiro lungo necessario a a comprendere il Trentino di oggi ed immaginare quello di domani. Proporre – alla coalizione e ai cittadini – alcune sfide/simbolo da affrontare nei prossimi anni; scelte strategiche che tratteggino la rotta che si intende percorrere. Cambiare l’approccio alla Politica – intesa nel suo significato più elevato, sinonimo di partecipazione e competenze – lavorando per restituirle un ruolo centrale nella gestione della cosa pubblica.
Sta in questi nodi – tutt’altro che banali – ciò che dovrebbe essere impresso nell’agenda di chi ha a cuore il buon governo di questo territorio. Lo scrivo senza retorica e con l’auspicio che siano in molti a volersene fare carico, diversi tra loro ma genuinamente convinti che si possa e si debba fare. Io, per quello che posso contribuire, ci proverò.

f.

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