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Wu Ming, Gianni Vattimo e una rappresentazione parziale del conflitto…

In Ponti di vista, Supposte morali on agosto 19, 2013 at 10:09 pm

W T Warren Testing Safety Helmet, 06/04/12Ho letto diverse volte l’intervista di Wu Ming per Repubblica dello scorso 14 agosto sul tema del conflitto, mentre mi sono limitato ad una veloce scorsa dell’articolo – uscito negli strssi giorni – che riportava la teoria di Gianni Vattimo rispetto al ricorso alla violenza in Val di Susa. Alla prima va riconosciuta una, seppur stiracchiata, volontà di offrire uno sguardo diverso e dissonante; alla seconda l’attenuante della deriva filosofica, seppur nella sua forma peggiore e ideologica. Perchè le ho associate?
Entrambe le posizioni si basano su di un malinteso che ruota attorno al termine conflitto che la sinistra si porta da diverse decenni appresso. Non ho l’ambizione di risolvere questa contraddizione in poche righe ma provo ad accennare solo un paio di riflessioni.

Descivere il conflitto come uno dei fattori più importanti per il generarsi dei cambiamenti sociali farà pure uscire dal politicamente corretto, come dicono i Wu Ming, ma rischia di far piombare nel politicamente ovvio. Il conflitto è il motore del mondo e della sua evoluzione e ce lo ricordano tutti i giorni gli avvenimenti (Aldo Bonomi nei suoi ultimi lavori li chiama flussi) che impattano sulle nostre comunità segnandone una costante trasformazione. Questa si verifica con o senza il nostro assenso, con o senza la nostra partecipazione. Flussi di denaro, flussi di persone, flussi di innovazioni tecnologiche, flussi di informazioni, flussi di sentimenti. Conflitti continui, conflitti interminabili e di dimensioni che nemmeno riusciamo ad immaginare. Chi decide di fare i conti con il conflitto (o meglio, con i conflitti) sa benissimo di non essere l’unico attore in campo e che spesso il conflitto non ha bisogno di essere innescato ma ha necessità piuttosto di essere riconosciuto, analizzato, razionalizzato. Spesso serve farsene carico per trovarne una risoluzione, per produrne una mediazione.
Radical chic da questo punto di vista rischiano di diventare quelli che rispetto alla complessità della società preferiscono vederne qualche frammento. Magari solo quelli che maggiormente rafforzano le proprie convinzioni. Una selezione dei conflitti che si reputano leggittimi e confacenti al proprio posizionamento. L’esempio lampante quando i Wu Ming, forse inconsciamente, ripetono più volte dentro le loro risposte “questo è di sinistra” piuttosto che “quello è pura destra”. Pericoloso e intellettualmente disonesto è descrivere come unici virtuosi esempi di conflitto costituente quelli che sentiamo nostri, che ci appassionano. Il conflitto non si genera, non si costruisce a tavolino…il conflitto è dato dai fatti e con esso ci si deve confrontare.

Esattamente il contrario di quanto fa Gianni Vattimo riferendosi alla Val di Susa. Con un’aggravante. Il suo atteggiamento non è pericoloso perchè riapre l’annoso dibattito su violenza o non violenza (argomento non proprio innovativo e tra le altre cose di dubbia utilità) ma perchè contribuisce a rendere ancora meno chiaro il percorso che in Val di Susa decine di migliaia di persone descrivono legittimamente da anni in difesa del proprio territorio. Il ragionare attorno a non meglio precisate “forme non istituzionali di lotta”, o disquisire della “legittimità della violenza in opposizione alla violenza dello Stato” ricorda fasi non troppo fortunate degli sforzi intellettuali della sinistra. Niente a che vedere con la categoria dei cattivi maestri ma la conferma di una passione innata per il “noi tifiamo rivolta”, pessimo slogan dai tratti velatamente populisti. Il miglior esempio – nostro malgrado – dell’accettazione di un ruolo subalterno (in ogni caso autoassolutario e deresponsabilizzante) rispetto al potere. Senza di esso e senza la possibilità di contrastarlo con qualunque mezzo sembra che un certo pensiero (extraparlamentare? antagonista?) non riesca a dar corpo ad una propria identità e ad un proprio progetto politico articolato. Di fascinazionazioni – per questa o quella lotta, per l’ennesima rappresentazione più o meno veritiera di un conflitto – si nutre e si autoalimenta in un ciclico movimento a ripetere. Una sorta di sindrome da innamoramento seriale. Su queste basi qualsiasi ipotesi risulterà – volente o nolente – sempre e comunque minoritaria e autoreferenziale. Lo si può accettare, come fa con molta serenità il prof. Vattimo e come confermano in un certo senso i Wu Ming, oppure si può assumere la complessità del mondo come dato fondamentale nella ricerca delle strade per viverne i problemi e le contraddizioni. Io mi sento di appartenere a questa seconda prospettiva, con poche certezze e moltissimi dubbi al riguardo del prossimo passo da intraprendere. In certi momenti, lo ammetto, un poco ammiro la loro linearità, il loro assolutismo. Ma dura solo un attimo…

f.

P.S. – Il sondaggio proposto da Repubblica sulle Parole della sinistra è davvero povero. I termini scelti sono ad uso e consumo della ricerca di una riconoscibilità facile e rassicurante. Lavoro, equità, laicità i più votati…ma vanno forte anche bene comune, uguaglianza e dignità. Qualcuno si sforzerà di dare loro anche qualche significato o continueranno ad essere utilizzati così, come capita? Da questo punto di vista ha perfettamente ragione Massimo Cacciari quando in una recente intervista dice che la sinistra è fin dal punto di vista etimologico maldestra.

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  1. Carina, la tua foto a introdurre il pezzo

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