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What’s your dream, Barack?

In Ponti di vista on agosto 29, 2013 at 10:24 pm

abomb-6Due leader neri. Due modi diversi di rappresentare l’America. Tra loro mezzo secolo lunghissimo. La fine del ‘900 delle guerre mondiali, della guerra fredda, delle grandi ideologie e delle personalità da ricordare. L’inizio del nuovo millennio che fatichiamo a sentire nostro. Frenetico, contraddittorio, non meno sanguinoso e guerreggiato. Nuovi equilibri mondiali, maggiori incertezze, la crisi economica dell’occidente. Un glorioso passato alle spalle, un incerto futuro di fronte.
Martin Luther King nel suo celebre discorso di Washington regalava alla storia una frase fortemente evocativa: “I have a dream”. Barack Hussein Obama – eletto per due volte alla presidenza degli Stati Uniti d’America – ne sembrava la rappresentazione più autentica, la classica chiusura del cerchio. Il realizzarsi del sogno americano. Sono passati cinquant’anni.

Due premi Nobel per la Pace. Molto diversi tra loro. Quello a King figlio della battaglia per i diritti civili condotta in prima persona, fino all’assassinio del 1968. Quello ad Obama prodotto di un immaginario tutto da verificare. In quel premio – ricevuto poco dopo il primo insediamento – c’era l’auspicio di un cambio di prospettiva. Dal neo-imperialismo americano ad un modo più orizzontale e dialogico di intendere le relazioni internazionali. Dall’interventismo unilaterale dei suoi predecessori ad un uso diverso (e limitato) dell’opzione militare nella risoluzione dei conflitti. Era un riconoscimento che oltre al suo valore simbolico doveva trovare legittimazione soprattutto nelle scelte di politica estera. Afghanistan, Iraq, Israele e Palestina, Iran. In corso d’opera le Primavere Arabe e le richieste di cambiamento provenienti dal sud del mondo. Queste le principali sfide sul tappeto, dentro un contesto politico-economico completamente mutato che ha stravolto la forma dell’ordine mondiale che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni. La crisi siriana e più in generale la difficile situazione mediorientale possono essere la svolta (oppure, al contrario, il definitivo affossamento) della politica per la Pace di questo Premio Nobel alla speranza.

Il compito di Obama oggi è estremamente gravoso. Trovare la strada migliore dentro uno scenario completamente nuovo e in continua trasformazione. E’ un’incredibile coincidenza che questo avvenga proprio nei giorni del cinquantenario della marcia e del più famoso discorso di Martin Luther King. Nel suo intervento, tenuto a Washington durante le celebrazioni ufficiali, Obama ha voluto dare un segnale di continuità con le grandi sfide per la democrazia e l’uguaglianza, un forte messaggio di unità nazionale. Potrebbe però non bastare e oggi più che mai servono leader che abbiano il coraggio di dare voce e corpo ai sogni di ogni cittadino del mondo.
Dopo il voto negativo del Parlamento inglese all’azione militare in Siria il presidente americano è rimasto ancora più isolato. Spetta a lui ora decidere se procedere da solo nel pericoloso piano di autorizzare i raid su Damasco oppure se provare a cambiare le regole del gioco, a non dare per scontato l’uso della forza. What’s your dream, Barack?

f.

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